Memoria e Futuro
Le urne dei morti
Se c’è una cifra che ha caratterizzato questa campagna referendaria è stata quella dell’alto numero di citazioni di morti per servire le diverse posizioni che si fronteggiano in questa sfida: i contendenti contemporanei tirano fuori i defunti illustri dalle tombe e li costringono a dire quello che serve. Con Falcone funziona. Con Berlinguer pure. Ora sta succedendo a Luigi Pintor. Quelli che votano sì al referendum sulla magistratura lo citano come se fosse dalla loro parte, come se avesse benedetto il sorteggio, come se avesse detto che bisogna demolire le correnti. È una menzogna comoda. Sfrutta una costante delle citazioni, la decontestualizzazione. Luigi Pintor scrisse cose terribili sulla magistratura, è vero. Ma quando le leggi con attenzione, scopri che il contesto era diverso. Completamente diverso.
Nel gennaio 1972, all’inaugurazione dell’anno giudiziario, Pintor pubblicò un articolo durissimo sulla magistratura italiana. Diceva che il sistema era irriformabile, una casta blindata da meccanismi invisibili di potere. Non parlava di corrotti. Parlava di intoccabili. Di gente che il sistema proteggeva, che nessuno riusciva a raggiungere. E qui indicava il vero male: la politica aveva rinunciato a riformare il diritto, la giustizia, l’ordine penale. Aveva ceduto. Aveva abdicato. Pintor si lamentava del fatto che neanche la presenza in un terzo del parlamento di partiti di sinistra avesse risolto questo problema atavico.
Ma quello che chi lo cita oggi non sa — o finge di non sapere — è che cosa Pintor intendesse per riforma. Non voleva più magistrati progressisti dentro il sistema. Voleva che la politica trasformasse il sistema. Non voleva che il governo prendesse il controllo della magistratura. Voleva che si rompessero i cordoni feudali della rappresentanza interna alla magistratura (e il legame tra i piani alti di quest’ultima con il partito di maggioranza relativa di allora, di cui era oggettivo strumento di repressione).
Per capire l’inganno odierno, bisogna raccontare la storia vera del CSM. Quando nasce nel 1958 non è quello che immaginate. È una struttura piramidale, rigida, controllata dai magistrati di cassazione — l’élite invisibile. Non ci sono liste, non ci sono correnti ufficiali. C’è solo la gerarchia. I magistrati di cassazione decidono tutto: nominano, trasferiscono, proteggono i loro. È un ordine feudale con la toga. La politica non può farci nulla perché il CSM è autonomo. È uno stato dentro lo stato. Per scendere nei particolari, il sistema elettorale del CSM era maggioritario e strutturato per categorie (Cassazione, Appello, Tribunale), con un meccanismo di designazione che favoriva i magistrati di Cassazione nel controllo dell’organo. Questo prometteva loro un dominio grazie al voto differenziato e ai limiti che privilegiano i loro rappresentanti designati. Le elezioni prevedevano designazioni iniziali: l’ufficio centrale nazionale formava liste di designati per categoria (Cassazione, Appello, Tribunale). Ogni magistrato votava con limiti: max 6 per Cassazione (almeno 4 designati), max 4 per Appello (almeno 3 designati), max 4 per Tribunale (almeno 3 designati). I magistrati di Cassazione, essendo il gruppo apicale e più numeroso tra gli elettori qualificati per quel voto, dominavano la designazione e l’elezione dei loro 6-8 seggi, assicurandosi una maggioranza relativa nel CSM (totale togati: 14).
Nel 1975 la legge 695 cambia tutto. Il sistema di elezione del CSM diventa proporzionale. Nascono le liste, le correnti diventano pubbliche, trasparenti. Magistratura democratica, Magistratura indipendente, Terzo potere. È una democratizzazione vera. Sembrava che il ragionamento di Pintor fosse giusto: se la magistratura si apre al pluralismo, almeno i cittadini potranno vedere cosa succede e potranno muoversi di conseguenza. Paradossalmente rispetto a quello che sentiamo dire oggi, la magistratura in quell’anno smette di essere casta e prova a diventare democrazia.
Ma di lì a poco comincia il cedimento. La politica, negli anni Settanta, era stata spinta a riformare dal basso. I movimenti di piazza, i conflitti sociali, le lotte operaie e studentesche avevano costretto le istituzioni a muoversi. Era successo davvero: diritti nuovi, libertà ampliate, spazi aperti. La politica riformava perché doveva riformare. Nel 1975, con il CSM democratizzato, si ha un’altro esempio di questo percorso riformista.
Invece accade qualcosa di diverso. La politica, invece di pensare — come diceva Pintor — che toccava a lei riformare il diritto penale, la giustizia, il sistema delle carceri, rinuncia. Delega. Si accontenta di occupare politicamente l’organo di autogoverno dei magistrati. Dice: abbiamo i nostri magistrati dentro il CSM, possiamo fidarci. E da quel momento abdica. Non riformerà più nulla da fuori. Aspetterà che i magistrati lo facciano da dentro. Non succederà mai. Anzi. La magistratura prende in tutto e per tutto i peggiori vizi della politica e li amplifica.
Negli anni Ottanta inizia qualcosa di nuovo. La spinta dal basso si esaurisce. I movimenti si disperdono. La politica, non più costretta a riformare, comincia a fare il contrario: ridurre gli spazi di libertà e rappresentanza. Non è una grande battaglia frontale. È un’erosione lenta e sistematica. Pezzetto dopo pezzetto, gli spazi che erano stati aperti negli anni Settanta cominciano a richiudersi. E la politica, quando non collabora apertamente a questa strategia, non reagisce. È sempre più debole. Arriva tangentopoli e la crisi del sistema politico costituzionale. Ma parte della politica fa finta di nulla, sempre più convinta che bastasse avere magistrati decenti (e dalla propria parte) al CSM per stare tranquilli. Non capisce che il problema non è il personale. È il sistema.
Con il passare dei decenni il CSM diventa uno scandalo permanente. Le correnti si sono trasformate in consorterie. I magistrati si spartiscono incarichi e ruoli come fossero partiti politici. È la conseguenza esogena del processo che era iniziato anni prima: la politica aveva riformato nel 1975, ma la magistratura era rimasta ingovernabile. E arriviamo all’oggi. La destra (buona ultima) arriva e dice: eliminiamo le correnti, facciamo il sorteggio.
E adesso chi vota sì prende Pintor, lo cita, lo trasforma nel suo alleato. Dice: anche Pintor diceva che la magistratura è un problema. Vero. Ma Pintor non diceva di eliminarla con il sorteggio. Diceva che era compito della politica riformarla, usare il potere per cambiarla. Non per abbandonarla all’autogoverno incontrollato.
Questo referendum propone una scelta falsa. Puoi votare sì e dare ragione a chi prosegue nel percorso di riduzione degli spazi di rappresentanza, con la prospettiva di concentrare tutto nel potere esecutivo. Puoi votare no e difendere un sistema che non funziona. La vera scelta — quella che Pintor avrebbe proposto — è un’altra: che la politica torni a pensare la magistratura, la giustizia, il diritto come questioni politiche. Decisioni che spettano ai cittadini, non ai magistrati, non al caso.
Ma questo richiederebbe che la politica ricordi cosa significa governare. Significa rischio. Significa riforma concreta. Significa scegliere. Significa anche dire no ai magistrati, quando serve. Adesso non sa più. Ha paura anche di questo. Così passa il tempo a citare i morti fuori contesto — quelli che sapevano cosa fare per gli anni in cui scrivevano— per non ammettere che lei, la politica, ha smesso di sapere.
Devi fare login per commentare
Accedi