Memoria e Futuro
L’economia dell’insinuazione
Le ultime settimane ci hanno offerto due casi di studio paralleli che mostrano come la stampa contemporanea abbia sostituito definitivamente l’analisi documentale con la spettacolarizzazione del personaggio, il fact-checking con il character assassination, l’approfondimento con il meta-commento. Da un lato dell’Atlantico, i documenti Epstein rilasciati dal Dipartimento di Giustizia americano. A casa nostra, il caso Corona e le presunte rivelazioni sul “sistema Signorini” in Italia. Due vicende diverse, un identico trattamento mediatico.
Il 30 gennaio 2026, il Dipartimento di Giustizia statunitense ha rilasciato un’ennesima trance di oltre 3 milioni di pagine di documenti relativi al caso Jeffrey Epstein, incluse 2.000 video e 180.000 immagini. Materiale che avrebbe dovuto generare settimane di inchieste approfondite. Invece, nel giro di 48 ore, il ciclo mediatico si è concentrato su poche fotografie: il principe Andrew in pose ambigue, qualche celebrity accanto a Epstein, un passaporto falso austriaco.
Il metodo è chiaro: dalle 3,5 milioni di pagine, la stampa ha estratto ciò che funziona visivamente, ciò che si può commentare velocemente, ciò che alimenta la speculazione sui nomi. Ma dei meccanismi sistemici che hanno permesso a Epstein di operare indisturbato per decenni? Dei rapporti dell’FBI che confermano come nel 1996 Maria Farmer avesse già denunciato gli abusi senza che nessuno indagasse? Delle pagine oscurate sui “10 co-cospiratori”? Silenzio.
Il Dipartimento di Giustizia sostiene di aver adempiuto alla legge rilasciando 3,5 milioni di pagine, ma ammette di aver identificato oltre 6 milioni di pagine potenzialmente rilevanti. Metà del materiale manca. Eppure se ne discute in commissioni parlamentari, non in prima pagina. I media commentano quello che c’è, non indagano quello che manca.
In Italia, il meccanismo si replica perfettamente. A dicembre 2025, nel programma YouTube “Falsissimo”, Fabrizio Corona ha lanciato accuse pesanti su Alfonso Signorini e sul “sistema Mediaset”. Le dichiarazioni hanno portato all’autosospensione del conduttore del Grande Fratello e a una causa civile da 160 milioni di euro intentata da Mediaset contro Corona.
La risposta dei media italiani è stata prevedibile: non un’inchiesta sulle affermazioni di Corona, ma una guerra di posizione sulla sua credibilità. Il dibattito si è polarizzato sulla figura, non sui fatti. I talk show hanno invitato opinionisti a discutere di Corona più che delle sue affermazioni. I giornali hanno titolato sulla cifra astronomica della causa, sul “meccanismo organizzato” denunciato da Mediaset, sulla denuncia per tentata estorsione. Ma un’analisi rigorosa delle presunte prove? Una verifica indipendente delle fonti? Un’inchiesta sui meccanismi di potere nel mondo televisivo italiano? Un accenno di dibattito sul caso straordinario di censura preventiva firmata da un giudice italiano? Niente di tutto questo.
Come nel caso Epstein, il meta-dibattito ha soffocato il dibattito. Si discute più di “come ne parlano” che di “cosa emerge”. La stampa preferisce commentare sui commenti piuttosto che approfondire. È più facile, più veloce, genera più engagement. E soprattutto richiede meno competenze investigative e meno risorse editoriali.
In entrambi i casi emerge un modello che potremmo definire “economia dell’insinuazione”. Invece di investire nell’analisi documentale, nella ricostruzione di connessioni, i media cavalcano l’onda emotiva della speculazione. È quello che Mediaset stessa ha definito, con involontaria lucidità, visti i suoi precedenti sul tema: un sistema che “monetizzerebbe migliaia di euro ogni settimana” attraverso contenuti virali basati su accuse e controaccuse.
Ma questo vale per l’intero ecosistema. Le foto di Epstein con celebrity generano click. Le speculazioni generano discussioni sui social. La polemica Corona-Mediaset mantiene alta l’attenzione. Ma l’inchiesta approfondita, il giornalismo investigativo che richiede settimane di lavoro? Quello non genera audience immediata.
Il paradosso di questi anni si conferma: abbiamo accesso a informazioni senza precedenti, ma la capacità di trasformarle in conoscenza è in declino. I documenti Epstein sono pubblici. Ma quanti giornalisti li stanno studiando? Quante redazioni hanno assegnato team dedicati? E quanti hanno verificato indipendentemente le affermazioni di Corona?
Ciò che accomuna i due casi è la centralità del character assassination. Nel caso Epstein, ogni volta che emergono nuovi nomi, la discussione si sposta sulla credibilità delle fonti, sulle motivazioni politiche, sulla possibile manipolazione. Nel caso Corona, Mediaset ha risposto sottolineando la personalità di Corona, la sua storia, il suo essere un soggetto “monetizzante”.
È comprensibile dal punto di vista legale: quando sei attaccato, attacchi chi ti accusa. Ma il problema nasce quando i media si accodano passivamente alle tesi di una delle parti invece di mantenere una posizione investigativa. Se Corona dice qualcosa di documentabile, il fatto che sia Corona è irrilevante: occorre verificare. Se i documenti Epstein mostrano connessioni, il fatto che qualcuno li usi politicamente non cambia il contenuto: occorre analizzarli.
Invece assistiamo a costante confusione tra messaggero e messaggio. Quando i media alimentano questa confusione, il risultato è l’impossibilità di un dibattito informato.
Un altro elemento comune è la velocità con cui il ciclo mediatico brucia le notizie. I documenti Epstein a fine gennaio: a metà febbraio già nessuno ne parla. Il caso Corona ha avuto il picco tra dicembre e gennaio, ora è relegato alla cronaca giudiziaria. Manca il “follow-up”.
Questo è grave nel caso Epstein, dove restano questioni urgenti: perché mancano 2,5 milioni di pagine? Chi sono i “10 co-cospiratori”? Perché l’FBI non ha agito sulla denuncia del 1996? Domande che richiedono inchieste lunghe, collaborazione tra redazioni. Ma richiedono anche un’audience paziente. E nell’economia dell’attenzione, il tempo è la risorsa più scarsa.
I media sono specchio della società che li consuma. Se i lettori premiano titoli sensazionalistici e speculazioni, se l’engagement si concentra sulle polemiche, è razionale che le redazioni si adeguino. Ma proprio per questo il ruolo dei media è cruciale. In un ecosistema informativo rumoroso e polarizzato, la funzione del giornalismo dovrebbe essere alzare il livello del dibattito, non abbassarlo.
I casi Epstein e Corona mostrano cosa succede quando questa funzione viene meno: montagne di documenti e deserti di comprensione. Infinite discussioni e zero approfondimento. Character assassination da tutte le parti, ma nessun vero accountability. Forse è ora di chiedersi se il problema non sia tanto cosa i media scelgono di raccontare, ma quello che scelgono sistematicamente di ignorare.
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