Memoria e Futuro
Lettera dal futuro
Aprendo la mail ieri mattina mi sono ritrovato questo scritto, che pare sia una lettera che viene dal futuro prossimo. La condivido così, come l’ho ricevuta.
Luglio 2026 – da qualche parte in Italia
Caro Marco,
Sono passati sei mesi dall’inizio di quest’anno tumultuoso. Ricordo ancora i primi giorni di gennaio, quando le notizie si accavallavano, quando le piazze si riempivano per alcune cause e rimanevano desolatamente vuote per altre. Ricordo le bandiere sventolate, gli slogan scanditi, l’indignazione selettiva che caratterizzava – che caratterizza ancora – certi ambienti del movimento pacifista italiano ed europeo.
Il 3 gennaio 2026 il mondo ha assistito a un’operazione militare senza precedenti: gli Stati Uniti hanno rapito Nicolas Maduro dal suolo venezuelano. Un’azione che violava ogni principio del diritto internazionale, un’invasione della sovranità di uno stato sovrano. Ricordo le piazze piene in quei giorni. A Milano, a Roma, a Firenze, cortei spontanei denunciavano “l’imperialismo yankee”, l’aggressione coloniale. Alcuni parlamentari europei del Movimento 5 Stelle a Bruxelles con uno striscione che diceva “Yankees go home” – e non si capiva bene se fosse rivolto a Trump, alla squadra di baseball di New York, o a entrambi. In Calabria si manifestava per Maduro con una bandiera che non era quella del Venezuela. Ma era l’urgenza di esserci. Il grottesco si mescolava al tragico. Io c’ero. Sventolavo la bandiera, gridavo gli slogan. “Fuori gli USA dal Venezuela!” “Solidarietà con il popolo bolivariano!” Mi sentivo dalla parte giusta della storia, dalla parte degli oppressi contro gli oppressori. Il fatto che Maduro fosse un autocrate che aveva rubato elezioni, affamato il suo popolo, causato l’esilio di sette milioni di venezuelani sembrava un dettaglio secondario. Il nemico principale era l’imperialismo statunitense.
Nello stesso momento, però, succedeva qualcos’altro. In Iran, le proteste esplodevano in oltre novanta città. Commercianti, studenti, donne, giovani della Generazione Z scendevano in piazza contro un regime teocratico che li opprimeva da quarantasette anni. Le forze di sicurezza sparavano proiettili veri contro manifestanti disarmati. Il bilancio cresceva giorno dopo giorno: 15 morti, poi 27, poi 36, poi 45. Otto minorenni uccisi. Più di duemila arresti. Internet bloccato per impedire al mondo di vedere.
Le piazze italiane ed europee rimasero silenziose. Nessun corteo per gli iraniani, solo pochi manifestanti davanti alle ambasciate. Nessuno striscione, nessuna solidarietà con le donne che sfidavano il velo obbligatorio, con i commercianti del Gran Bazar che chiudevano i negozi per protesta, con gli studenti che dichiaravano che “questo sistema criminale ha tenuto in ostaggio il nostro futuro per 47 anni.”
E Gaza? La situazione continuava a essere drammatica. I palestinesi vivevano sotto le macerie, nelle tende, senza accesso agli aiuti umanitari. Ma protestare per il loro diritto all’autodeterminazione significava, per molti di noi, difendere automaticamente Hamas. Non importava che Hamas fosse un’organizzazione fondamentalista che opprimeva le donne, perseguitava gli omosessuali, usava i civili come scudi umani. Protestare per la Palestina era giusto – ed è giusto – ma troppo spesso scivolava nella celebrazione acritica di chi, in nome della resistenza, perpetuava altre forme di oppressione.
Sei mesi dopo, con la freddezza che solo il tempo può dare, posso ammettere ciò che allora non volevo vedere: la mia – la nostra – era una geometria morale distorta. Le nostre proteste seguivano una mappa ideologica precisa, dove alcune vite contavano più di altre, dove alcune oppressioni meritavano indignazione e altre potevano essere ignorate o persino giustificate.
Maduro rappresentava, ai nostri occhi, la resistenza antimperialista. Non importava che il suo governo fosse corrotto, autoritario, responsabile di una delle peggiori crisi umanitarie del continente. Ciò che contava era che si opponeva agli Stati Uniti. Il nemico del mio nemico era automaticamente mio amico, anche se quel “amico” torturava dissidenti e faceva sparire oppositori politici.
Gli iraniani che protestavano contro gli ayatollah, invece, rappresentavano un problema. Sostenerli apertamente significava schierarsi, anche solo indirettamente, con le narrazioni occidentali sulla necessità di cambiare il regime iraniano. Significava rischiare di essere strumentalizzati da Washington, da Israele, dall’imperialismo che tanto denunciavamo. Meglio il silenzio. Meglio lasciare che i manifestanti affrontassero da soli i proiettili delle forze di sicurezza del regime.
La vera coerenza avrebbe richiesto di manifestare in ogni piazza. Avrebbe richiesto di gridare contro l’intervento militare statunitense in Venezuela. E contro la repressione in Iran. E contro l’occupazione israeliana in Palestina. E contro l’oppressione di Hamas sui palestinesi stessi. Avrebbe richiesto di riconoscere che l’autodeterminazione dei popoli non può essere selettiva, che i diritti umani non hanno una geografia preferenziale, che la dignità delle persone non dipende dalla loro posizione su una mappa geopolitica.
Ma questa coerenza era – è – troppo difficile. Richiedeva di rinunciare alle nostre categorie confortevoli, di ammettere che il mondo è più complesso delle nostre narrazioni, di accettare che a volte i nostri “nemici” hanno ragione e i nostri “amici” torto. Richiedeva di scendere in piazza per gli studenti iraniani con la stessa intensità con cui scendevamo per Maduro. Richiedeva di distinguere tra il sostegno al popolo palestinese e il sostegno a un’organizzazione fondamentalista che nega alle donne persino il diritto di studiare.
Perché un’operazione militare illegale contro un regime autoritario ci indigna, mentre la repressione brutale di un altro regime autoritario contro il suo stesso popolo ci lascia indifferenti? Perché difendiamo il “diritto” di Maduro a continuare a governare il Venezuela contro la volontà della maggioranza dei venezuelani, ma non difendiamo il diritto degli iraniani a liberarsi di un regime teocratico che li opprime da quasi mezzo secolo?
La risposta, temo, è scomoda: perché il nostro pacifismo non è mai stato veramente universale. Era – è – un pacifismo ideologico, dove le vittime vengono gerarchizzate in base a chi è il loro carnefice. Le vittime dell’imperialismo occidentale meritano la nostra solidarietà incondizionata. Le vittime di regimi che si oppongono all’Occidente sono, nel migliore dei casi, danni collaterali accettabili.
Luglio 2026. L’Iran ha giustiziato decine di manifestanti. Molti altri sono ancora in carcere, torturati, in attesa di processi farsa. Le proteste continuano sporadicamente, ma la brutale repressione ha avuto il suo effetto. In Venezuela, dopo la cattura di Maduro, è iniziato un periodo caotico. Gli Stati Uniti controllano il petrolio venezuelano. I dissidenti del regime chavista che sognavano una vera democrazia sono stati traditi due volte: prima dall’imperialismo statunitense, poi dal nostro silenzio quando avrebbero avuto bisogno di sostegno contro Maduro. In Palestina, Gaza rimane un inferno. E i palestinesi comuni, quelli che vogliono semplicemente vivere in pace e dignità, sono ancora intrappolati tra l’oppressione israeliana e l’autoritarismo dei loro presunti liberatori.
Scrivendo queste parole sei mesi dopo, mi rendo conto che il vero tradimento non è stato scegliere una causa sbagliata. È stato non aver avuto il coraggio di abbracciare tutte le cause giuste, anche quando questo ci metteva a disagio, anche quando contraddiceva le nostre narrazioni confortevoli.
Il pacifismo che vale la pena difendere è quello che non chiede alle vittime di mostrare il passaporto prima di meritare solidarietà. È quello che riconosce che un proiettile sparato da un regime “antimperialista” uccide esattamente come uno sparato da un regime “filo-occidentale”. È quello che sa distinguere tra popoli e governi, tra resistenza legittima e terrorismo, tra autodeterminazione e autoritarismo.
Se dovessi tornare a quei primi giorni di gennaio, scenderei ancora in piazza contro l’intervento statunitense in Venezuela. Ma questa volta scenderei anche per gli iraniani, per i palestinesi oppressi da Hamas, per tutti coloro che lottano per la libertà, indipendentemente da chi è il loro oppressore. Perché un pacifismo selettivo non è pacifismo. È solo un’altra forma di guerra ideologica, dove le vittime reali vengono sacrificate sull’altare della nostra coerenza politica.
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