Cosa vi siete persi

L’intelligenza della merda

di Marco Di Salvo 1 Marzo 2026

C’è una domanda, finiti i giorni di fiori e canzoni, che vale la pena farsi senza troppi giri di parole: si può essere intelligenti con la merda?

La questione non è retorica. TonyPitony ha appena portato a Sanremo la sua consacrazione definitiva, e i critici musicali che avrebbero tutto l’interesse a ignorarlo continuano invece a citarlo, analizzarlo, difenderlo con argomenti elaborati. Sanremo ha stavolta certificato qualcosa di preciso: che la maschera ha vinto. Che il vuoto organizzato, confezionato con cura e venduto come alternativa intelligente alla musica contemporanea, ha trovato il suo palco più grande. La domanda è se questo sia un trionfo o una resa.

Il modello TonyPitony funziona su un principio noto nell’arte contemporanea: il distanziamento ironico come scudo. Se dichiari esplicitamente di essere kitsch, di essere derivativo, di muoverti dentro generi già consumati con la consapevolezza di chi sa di stare clonando, allora la critica non ti può colpire davvero. Sei già dall’altra parte della barricata. Il problema è che questa postura non produce musica migliore. Produce solo musica più furba nel presentarsi. Pop, cantautorato leggero, inflessioni urban: tutto riconoscibile, tutto già sentito, niente che venga da un luogo personale o da una necessità espressiva reale. La capacità di clonare un genere con sufficiente pulizia esecutiva non è lo stesso che avere qualcosa da dire dentro quel genere. I critici che si entusiasmano sembrano confondere la competenza enciclopedica con la creatività generativa. Non è la stessa cosa.

Sotto la maschera — questa è la domanda che i critici entusiasti non si fanno, perché la risposta li costringerebbe a rivedere l’entusiasmo — non c’è un musicista di formazione che ha scelto la leggerezza come terreno espressivo. Non c’è una cultura musicale stratificata che affiora tra le righe. Non c’è una visione del mondo, nemmeno ironica, nemmeno cinica. C’è il vuoto organizzato. Il vuoto che lo circonda non è accidentale: è il prodotto.

Ed è qui che un’altra storia poco conosciuta fuori dalla Sicilia, quella dei Brigantini, diventa illuminante per contrasto.

Il progetto nasce nel novembre del 2001 da un’idea di Antonio Ferlito, chitarrista jazz di Acireale, e Vittorio Costanzo, tastierista e bassista. Dopo anni di studi e esperienze musicali serie, i due decidono di rendere omaggio a Brigantony — Antonino Caponnetto — figura della cultura popolare catanese capace di vendere milioni di copie e di essere tradotto in più lingue, con un repertorio che spaziava dalla musica popolare siciliana al rock fino al rap. Quest’ultimo non era un artista di nicchia. Era un fenomeno culturale che sapeva abitare generi distanti senza perdere la propria voce, e la cui apparente volgarità nascondeva spesso uno sguardo sociale preciso: canzoni che parlavano di abusivismo, corruzione, AIDS. La volgarità era uno strumento, non il prodotto. Sotto c’era una visione del mondo. E questa è già una differenza fondamentale rispetto a TonyPitony.

I Brigantini nascono dunque da un amore autentico per qualcosa di reale. La prima serata è all’undici dicembre 2001 in un pub di Acireale ormai scomparso. Non c’è un piano, non c’è un posizionamento di mercato. C’è gente che suona bene e vuole omaggiare qualcuno che ama. Ferlito è un chitarrista jazz di formazione: non finge di saper suonare con ironia distaccata, sa suonare davvero, e usa quella capacità per far ridere insieme al pubblico. La band nel tempo si allarga con musicisti di analoga solidità — fiati jazz inclusi, sezione ritmica con esperienza nella scena pop e funk siciliana — e produce qualcosa che riempie piazze per vent’anni senza aver mai avuto bisogno di una maschera concettuale a reggere il peso del vuoto. Erano tutti adulti con propri progetti musicali consolidati, e nessuno di loro avrebbe mai pensato che quella prima serata avrebbe condizionato per sempre il cammino artistico delle proprie vite.

Questo è il punto esemplare. I Brigantini dimostrano che si può essere leggeri con competenza, che si può far ridere con strumenti veri, che l’omaggio a un artista popolare può essere anche una scuola di onestà musicale. Non hanno bisogno di dichiarare di essere intelligenti perché lo sono nella pratica, nel gesto quotidiano di salire su un palco con qualcosa da offrire che non sia solo la propria furbizia.

TonyPitony funziona all’esatto contrario. I critici che lo difendono come alternativa intelligente commettono l’errore classico di confondere la distanza ironica con la profondità. Pitoni è distante ironicamente dalla musica commerciale nel gesto ma non nella sostanza: produce esattamente la stessa musica, con uno strato di autoironia sopra che la rende più digeribile ai palati che si sentono troppo sofisticati per la musica commerciale tout court. È un prodotto per chi vuole sentirsi alternativo senza rinunciare alla facilità di ascolto. Sanremo, in questo senso, non è stata una rottura del sistema ma la sua conferma più rumorosa: il festival ha preso la maschera e l’ha trasformata in brand, il vuoto organizzato in evento televisivo, la furbizia del posizionamento in consenso nazionale.

Alla morte di Brigantony, Antonio Ferlito ha detto: “L’ultimo e forse l’unico baluardo della catanesità se n’è andato. Lasciandoci in un’epoca triste e svuotata di contenuti, dove tutto nasce e muore nel tempo di un TikTok.” È una frase che suona come un’involontaria critica predittiva al modello TonyPitony, pronunciata senza conoscerlo. L’epoca vuota dei TikTok è esattamente l’ecosistema in cui la maschera prospera: dove non c’è tempo per chiedersi cosa ci sia sotto, dove la superficie ironica basta a qualificarsi come contenuto, dove il critico con poco tempo preferisce celebrare la furbizia del posizionamento piuttosto che scavare nell’assenza di sostanza.

Il successo sanremese di TonyPitony è la fotografia perfetta di questo momento storico. Una maschera sale sul palco più importante della musica italiana, viene applaudita, e nessuno in sala si chiede davvero cosa nasconda. Il citazionismo intelligente, il trash consapevole, l’ironia come metodo: tutto torna, tutto si tiene, tutto funziona — finché non ti fermi un secondo e ascolti davvero. Perché quello che senti, sotto le luci del teatro Ariston, è esattamente quello che i Brigantini non hanno mai accettato di essere: il suono del vuoto che si prende sul serio.

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