L'arco di Ulisse
L’occhio semichiuso dell’Occidente di fronte alla follia criminale del maga-sionismo.
Vorrei ricordare che il primo attacco della pariglia criminale maga-sionista (Trump- Netanyahu) all’Iran è stato il bombardamento su una scuola elementare femminile, con 170 bambine, tra i 7 e i 12 anni, morte sotto le macerie. Subito dopo è toccato alle Università e agli istituti di ricerca scientifica. E poi alle strutture sanitarie e agli stabilimenti farmaceutici. In ultimo, prima ancora dei punti considerati militarmente strategici, si è passati a distruggere il patrimonio culturale, con oltre 50 musei danneggiati e circa 140 siti storici colpiti e devastati, di cui tanti sotto l’egida del patrimonio Unesco. A tutto questo si continua a dare il nome di “guerra preventiva”. Quel che sembra essere, sic et simpliciter, il “piano di eliminazione” di un popolo, togliendogli il passato, il presente e il futuro, a partire dalle sue radici più profonde, e dunque un delitto orribile in barba al Diritto Internazionale e a qualsiasi legge morale non scritta dell’umanità, viene raccontato dalla stragrande maggioranza della comunicazione occidentale come un normale processo bellico inerente alle dispute della geopolitica internazionale.
A una informazione così concepita, basata sulla menzogna sistematica e l’inganno di maniera, siamo abituati da anni, senza che un vero e proprio nucleo intellettuale di opposizione trovi il coraggio e la forza di riportare al suo stato di indecenza e inaccettabilità la politica assassina degli Usa e Israele. In Italia, fatte le dovute eccezioni, sono veramente pochi coloro che, abilitati a dimostralo pubblicamente, hanno a cuore le sorti degli oppressi del mondo. E se, una volta tanto, ci abituassimo anche a fare dei nomi, segnalando non gli audaci del pensiero, ma gli infingardi della cultura, o pseudo-tale, forse potremmo distinguere meglio la figura di un intellettuale, cosa veramente gli compete e quale atteggiamento dovrebbe assumere di fronte alle catastrofi epocali come quella in atto. Simone Weil ha offerto una delle riflessioni più profonde e tormentate del Novecento sul tema della guerra, interpretandola non come uno strumento di giustizia, ma come una “forza cieca e arbitraria che annulla l’essere umano”. a pace, per Weil, non è solo assenza di guerra, ma una postura etica e ontologica contro la disumanizzazione portata dalla violenza di una posizione politica prevaricante. Il pensiero di Weil sulla guerra è dunque una denuncia della “necessità brutale” che si impone sugli uomini quando la ragione e la giustizia vengono sospese. La cancellazione dei palestinesi, degli iraniani e di qualsiasi altro popolo non è un processo che migliora il mondo. Lo prepara a un avvenire luttuoso e di grande involuzione. Non opporsi all’eventualità di un pericolo del genere vuol dire rinunciare a pensare e offrirsi come inabile testimone all’orrore senza fine.
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