Memoria e Futuro

L’onorevole Giorgina

di Marco Di Salvo 9 Marzo 2026

Negli anni Quaranta, Luigi Zampa metteva in scena Anna Magnani nei panni di Angelina Sorelli, una donna di borgata romana che lotta per il popolo dalle strade di Pietralata. Angelina grida contro gli abusi, organizza le donne per l’assalto ai magazzini, occupa palazzi per gli sfollati. Le compagne vogliono farla deputata. Ma quando Angelina entra negli spazi del potere – cena dal Commendatore, negozia con gli imprenditori – scopre di essere stata manipolata, ingannata, usata. I promessi appartamenti non arrivano. Il popolo la contesta, l’insulta. Angelina finisce in prigione. E alla fine, consapevole di aver fallito e di non poter rappresentare davvero il popolo da dentro il sistema, decide di tornare a casa, di rinunciare al ruolo politico. Il film è una lezione amara: chi viene dal popolo e accede al palazzo scopre che non può rimanere simultaneamente nel popolo e nel potere. Deve scegliere. E se sceglie male – se viene corrotto o manipolato – perde tutto, persino la fiducia di chi lo ha portato lì.

Quando guardiamo la settimana di Giorgia Meloni appena conclusa, L’onorevole Angelina ritorna non come memoria di virtù perduta, ma come avvertimento. Perché Meloni ha scelto di non scegliere. Ha tentato di stare simultaneamente con le madri disperate e con il potere che rimanda le decisioni vere. E a differenza di Angelina, non è nemmeno consapevole del suo tradimento. Allora, facciamone una sintesi, di questa settimana.

Mercoledì 4 marzo, Meloni si è presentata al Duomo di Nola per i funerali di Domenico Caliendo, il bambino morto dopo un trapianto di cuore eseguito con un organo danneggiato. Era in prima fila, accanto alla madre Patrizia. Migliaia di persone, palloncini a forma di cuore, la folla che gridava “giustizia”. Meloni ha abbracciato i genitori, ha mandato fiori con il nastro tricolore. Le foto sono passate ovunque: sui social, sui giornali, nei telegiornali. Una sequenza narrativa perfetta – lo Stato che si inchina al dolore di una famiglia, il governo incarnato dalla sua presidente in un gesto di tenerezza. La mamma, ringraziando, ha menzionato per prima la presidente del Consiglio.

Venerdì 6 marzo, da Palazzo Chigi usciva il post sulla famiglia Trevallion. Meloni si è schierata ancora dalla parte di una madre disperata contro il tribunale. Il Tribunale per i Minorenni dell’Aquila aveva separato la madre dai tre bambini. Meloni ha scritto di “ulteriore, pesantissimo trauma” e “assurda concatenazione di decisioni dal chiaro tenore ideologico”. Ha attaccato i giudici: “I figli non sono dello Stato: i figli sono delle mamme e dei papà”. Il tono era quello della donna indignata, del sentimento materno contro il verdetto della magistratura.

Due scene in una settimana. Due madri disperate, due momenti di conflitto netto con istituzioni. Tutto è passato sui social, sui giornali, nei telegiornali. È stata una settimana in cui Meloni si è materializzata come istinto materno, come capacità di stare con chi soffre. Ma l’attacco ai giudici ha anche una funzione elettorale in senso referendario (e non solo): a un anno e mezzo dalle elezioni del 2027, una premier di destra cementa il racconto secondo cui la magistratura è una forza ostile, ideologica, nemica della famiglia tradizionale.

Il paradosso è che negli ultimi due anni, Meloni ha costruito l’immagine di donna di relazioni internazionali, di leader capace di “standing internazionale”. Eppure questa settimana quella figura è sparita. L’aria intorno non è più buona. I sondaggi sui referendum vanno male. I sondaggi politici, per quello che contano a un anno e mezzo dalle elezioni, portano il segno meno per Fratelli d’Italia e per l’intera coalizione. La legge elettorale rimane bloccata. Il contesto internazionale si deteriora. L’economia non decolla. In questa tempesta, il ruolo di leader moderato è diventato scomodo. Meglio tornare a quello che riusciva in opposizione: la vena gonfia, l’indignazione, l’abbraccio alle mamme disperate. È una reazione istintiva alla perdita di controllo.

Ma, per quanto ci provi, non può sfuggire al tema che occupa la stessa settimana: la guerra in Medio Oriente, scatenata dagli attacchi USA e israeliani contro l’Iran. Meloni ha tenuto call con i leader europei, ha parlato con Erdoğan. Poi, a conclusione di questi impegni istituzionali, ha postato una foto di sé stessa che scrive appunti, concentrata su un quaderno. Accanto c’era scritto: “Continuiamo a seguire con la massima attenzione gli sviluppi della crisi in Medio Oriente. Il Governo italiano è al lavoro senza sosta”. Promette diplomazia, vigilanza, una relazione alle Camere. Ma tutto rimane vago, il post non chiarisce nulla. Non dice quale posizione prenderà il governo. Comunica solo attraverso l’immagine di una donna che scrive, che lavora, che è “al lavoro senza sosta”.

A differenza di Angelina, Meloni non riconosce il tradimento. Non impara la lezione. Continua a fare la rappresentante del popolo – l’abbraccio alle mamme, l’attacco ai giudici – mentre esercita un potere che rimanda le decisioni vere. Ha abbracciato le madri, ha attaccato i tribunali, ha costruito una narrazione di conflitto con la magistratura. Nel contempo, ha evitato il dibattito pubblico sulla guerra, non ha definito il ruolo dell’Italia. Gli abbracci sono veri, probabilmente. Ma sono una performance che autorizza il silenzio su quello che conta davvero.

Ma qui arriviamo al colpo di regia più raffinato. Ieri sera, domenica 8 marzo, Meloni è andata a “Fuori dal Coro” su Rete 4. E ha parlato della guerra. Ha detto che non condanna e non condivide l’intervento USA-Israele contro l’Iran, che “nessuno ha gli elementi per prendere una posizione categorica”. Ha ripetuto gli attacchi ai giudici sulla famiglia Trevallion, annunciando un’ispezione al tribunale. Ha parlato del referendum, dell’economia, della magistratura ideologica. È la excusatio non petita perfetta: sa che tutti le dicono “non stai facendo niente sulla guerra”, e lei risponde andando in televisione a dire cose sulla guerra. Ma sceglie di dirlo in TV, da Mario Giordano, dove controlla la narrazione, dove può dare risposte vaghe e sofisticate, certa che nessuno metta in dubbio le sue dichiarazioni. Non in Parlamento, dove  mercoledì dovrà rendere conto alle Camere e dove potrà essere interrogata su scelte concrete, qualora ce ne siano.

È la strategia di Meloni da sempre: quando viene criticata, si difende non nei luoghi della responsabilità politica, ma nei luoghi della comunicazione. Dà interviste, con rispetto parlando, invece di riferire in Aula. Posta foto in cui scrive appunti per provare che lavora. Fa video di sintesi dei suoi movimenti. Parla in televisione per dire che sta affrontando la guerra, senza però prendere una posizione politica che l’impegni davvero. Mentre l’Italia guarda il Medio Oriente con ansia, la sua presidente la tranquillizza (o, almeno, prova a farlo) con parole in televisione. È regia. E disperazione mascherata da compassione.

A differenza di Angelina, che almeno riconosce il fallimento e torna a casa, Meloni nega il fallimento e posta video di sintesi, va in televisione, scrive appunti. Il Parlamento l’aspetta mercoledì. Il mondo però non aspetta gli appunti di nessuno, e la televisione non è un aula parlamentare. Neanche per l’Onorevole Giorgina.

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