Memoria e Futuro

Majority report

di Marco Di Salvo 3 Febbraio 2026

Karl Marx l’ha scritta una volta sola, ma ci è tornato sopra tutta la vita: la storia si ripete, prima come tragedia, poi come farsa. È una delle frasi più bella (e usate, anche a sproposito) della filosofia moderna. Per più di un secolo e mezzo ha funzionato come una mappa abbastanza precisa per leggere il mondo. Prima c’è il peso reale degli eventi. Poi la loro caricatura.

Questa settimana, tra Minneapolis e Torino, quella mappa non funziona più. Non perché sia sbagliata. Ma perché tragedia e farsa smettono di essere sequenziali.

A Minneapolis, nelle ultime settimane, degli agenti federali dell’ICE hanno sparato e ucciso due cittadini americani.

E la risposta dello Stato americano? Nessuno dei due agenti è stato indagato. L’amministrazione Trump ha dichiarato immediatamente che entrambi godono di immunità assoluta. Il governo federale ha bloccato le indagini statali, ha impedito agli investigatori locali di accedere alla scena del crimine nel caso di Pretti, e ha dovuto essere citato in giudizio per un ordine del tribunale che gli impediva di distruggere le prove. Migliaia e migliaia di persone sono scese in piazza a Minneapolis — in temperature sotto zero, per settimane di fila — per protestare. Il primo sciopero generale degli Stati Uniti in ottanta anni. Il mondo guarda.

Questa è la tragedia. È un caso in cui lo Stato uccide, e poi lo Stato si protegge da se stesso.

A Torino, nella stessa settimana, è successa una cosa molto diversa per natura e contesto, ma con una struttura della risposta istituzionale che, una volta isolata, rivela qualcosa di uguale. Il 31 gennaio c’è stato un corteo contro lo sgombero del centro sociale Askatasuna. Una parte di quel corteo è finita in scontri. Un poliziotto è stato aggredito brutalmente. Oltre cento agenti feriti. Non c’è niente da minimizzare: chi ha usato la forza contro persone che avevano il compito di garantire l’ordine ha commesso un atto certamente grave.

Ma la risposta del governo — quella risposta rapida, istintiva, che arriva prima ancora che la settimana sia finita — è stata di ampliare i poteri dello Stato nei confronti di tutti i potenziali manifestanti. Un fermo preventivo di dodici ore (che qualcuno vorrebbe di quarantotto), senza vaglio giudiziario, per chiunque sia “sospettato di poter rappresentare un pericolo” durante una manifestazione. Trattenere qualcuno per mezzo giorno per un crimine che non ha ancora commesso. Uno scudo penale per gli agenti che impedisce l’iscrizione automatica nel registro degli indagati in caso di accuse di violenza durante i servizi di ordine pubblico.

Mettili accanto, Minneapolis e Torino, e vedi il tema. Il garantismo funziona a corrente alternata in questa civiltà occidentale. Si accende quando è scomodo spegnerlo. Si spegne quando è comodo farlo. A Minneapolis gli agenti che hanno sparato a persone a terra, che hanno ucciso due cittadini americani davanti a telecamere, godono di immunità assoluta. A Torino il governo propone di fermare persone prima che facciano niente, e di proteggere gli agenti dalle indagini dopo che hanno fatto qualcosa. La logica è la stessa, applicata da due lati dello stesso principio: lo Stato non si sbaglia. Chi si mette contro lo Stato è un pericolo, anche se non ha ancora mosso un muscolo.

E poi c’è la farsa. Quella che Marx avrebbe riconosciuto subito, quella che arriva accanto alla tragedia, nello stesso momento, senza aspettare.

La mattina del primo febbraio, il giorno dopo gli scontri di Torino, il presidente del Consiglio è andata in ospedale. Ha visitato gli agenti feriti alle Molinette. Si è fermata per dieci minuti. Ha stretto le mani. È ripartita per Roma.

Niente di sbagliato in astratto: la solidarietà verso chi è stato ferito nell’esercizio del proprio dovere è un gesto legittimo. Ma il contorno lo trasforma in qualcos’altro. Gli agenti visitati non erano in pericolo di vita. Uno aveva una prognosi di ventinove giorni. L’altro di trenta. Entrambi, secondo le informazioni disponibili, erano già pronti a essere dimessi (e lo sono stati) nell’arco di poco tempo. La visita non era un atto di cura. Era un atto di comunicazione. Un’immagine per i telefoni. Per la narrativa che stava prendendo forma nelle stesse ore: quella dello Stato aggredito, della democrazia sotto attacco, della necessità di rispondere con misure straordinarie. E le misure straordinarie — il decreto, il fermo preventivo, lo scudo penale — erano già sul tavolo entro quarantotto ore dai scontri.

Spielberg l’ha filmata questa storia, nel 2002. Nel film Minority Report, lo Stato arrestava i criminali prima che commettessero il reato. Qui non ci sono veggetti (per chi non l’avesse visto erano tre persone — due donne e un uomo — che per via di una mutazione genetica hanno la capacità di vedere il futuro. Sono tenuti in uno stato di sonno perpetuo, completamente sedati e scollegati dal mondo, in una specie di vasca di sensazione. La polizia del futuro li usa come strumento: leggono le loro visioni per prevedere quali persone commetteranno un omicidio nelle ore successive, e quelle persone vengono arrestate prima ancora di fare niente). Ma c’è la stessa logica: prevenire prima di punire, fermare prima di giudicare. Nel film, il “minority report” era il rapporto dissidente, quello che poteva salvare un innocente dalla condanna preventiva. Qui a scrivere il rapporto per tutti non è una minoranza. È la maggioranza. È chi ha il potere.

Marx aveva ragione: la storia si ripete. Ma questa settimana si è ripetuta in un modo che lui non aveva previsto. La tragedia e la farsa non sono arrivate in sequenza. Sono arrivate insieme. E questa è la cosa più difficile da leggere, perché le nostre categorie — anche le più vecchie, anche le più belle — sono state costruite per un mondo in cui le due cose avevano almeno il pudore di non presentarsi nella stessa stanza.

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