Memoria e Futuro

Per sempre si (forse)

di Marco Di Salvo 2 Marzo 2026

Questo gioco ho cominciato a farlo quasi trent’anni fa, in occasione del festival del 1996. Fu quell’edizione a convincermi che Sanremo non fosse soltanto uno spettacolo, ma uno strumento di lettura del paese — imperfetto, discontinuo, a volte fuorviante, ma capace di captare frequenze che la politica ufficiale non riesce ancora a sintonizzare.

Nel ’96 spiazzai i miei amici prevedendo la vittoria dell’Ulivo tramite la vittoria di Ron. E Ron vinse con “Vorrei incontrarti fra cent’anni” cantata con Tosca, in un festival diretto e condotto da Pippo Baudo — il nume tutelare di Sanremo, l’uomo che aveva tenuto le redini dell’evento nazionale per eccellenza con la stessa autorevolezza paternalistica con cui la Prima Repubblica aveva tenuto le redini del paese. Quella per me, non era soltanto la vittoria di Ron. Attraverso quella vittoria leggevo qualcosa di più grande: la prossima vittoria dell’Ulivo alle elezioni politiche di lì a pochi mesi. Il centro-sinistra italiano arrivava da una botta in faccia memorabile, la sconfitta del ’94, il trionfo di Berlusconi, la fine di un mondo. E Ron era esattamente il profilo di quel centro-sinistra nel momento in cui cominciava a tornare possibile: malinconico, adulto, capace di emozione autentica, lontano dagli eccessi, rassicurante per chi non se la sentiva ancora di scegliere qualcosa di troppo nuovo. Non la versione irriverente del cambiamento. Quella versione era Elio e le Storie Tese, che arrivarono secondi con “La terra dei cachi” — canzone feroce, dissacrante, tecnicamente fuori da qualsiasi canone sanremese — e che secondo le voci di corridoio, mai del tutto smentite e oggetto di un’inchiesta della Procura di Milano, avevano vinto davvero prima che Baudo intervenisse personalmente sui conteggi. Il sistema aveva ancora la forza di frenare la versione più radicale del cambiamento, ma non di impedire il cambiamento stesso. Ron vinse perché era la versione del nuovo che il vecchio poteva ancora accettare. E quella primavera l’Ulivo vinse le elezioni.

Da allora guardo Sanremo con quell’attenzione obliqua — non per la musica in sé, ma per quello che la musica rivela dello stato d’animo collettivo, dei valori dominanti, di chi detiene il consenso e di chi lo sta perdendo. È una chiave di lettura che funziona meglio negli anni di transizione che in quelli di stabilità. E che funziona meglio ancora quando il festival sbaglia, quando le sue scelte appaiono forzate o fuori fuoco: è lì, negli errori, che il termometro diventa più preciso. Vale la pena dunque osservare con grande attenzione Sanremo 2027, il primo guidato da Stefano De Martino, in un anno che potrebbe coincidere o avvicinarsi a una tornata elettorale decisiva.

Ma prima di arrivare lì, bisogna capire cos’è stato il 2026. C’è un momento, nella storia dei grandi eventi televisivi, in cui il rito smette di essere quello che celebra e comincia a essere quello che rappresenta. Sanremo 2026 è stato quel momento. Non il festival di una crisi, non il festival di una svolta: il festival di un consolidamento. Sobrio, ordinato, un po’ stanco. Esattamente come il sistema di potere che in questo paese si è installato con la stessa flemmatica determinazione.

Carlo Conti ha lasciato Sanremo dopo due edizioni consecutive nel suo secondo mandato, con gli ascolti ai vertici e uno share che nel 2025 aveva persino superato il quinquennio Amadeus. Un risultato oggettivo. Ma i numeri, come sempre, raccontano solo una parte della storia. Conti era arrivato con l’aura del normalizzatore: dopo gli anni di Amadeus — i suoi eccessi, la sua energia, il suo populismo televisivo quasi fuori controllo — serviva qualcuno che riportasse il festival a una dimensione rassicurante. E Conti lo ha fatto alla perfezione. Troppo alla perfezione. Come certi governi che prendono il potere promettendo innovazione nella tradizione e finiscono per consegnare soltanto tradizione. Il festival si è fatto via via più baudiano, nel senso più letterale del termine: Conti aveva dichiarato alla vigilia che avremmo assistito al più baudiano dei suoi festival, e il festival è stato dedicato alla memoria di Pippo Baudo. Un omaggio sincero, indubbiamente. Ma anche — metaforicamente — il gesto di qualcuno che sa di essere all’ultimo giro e sceglie la nostalgia come cifra finale di se stesso. Non è un caso che la chiave di volta del 1996 fosse proprio Baudo: anche allora era la nostalgia di un’era che finiva, anche allora il sistema cercava di governare il cambiamento scegliendo chi potesse vincere.

È la nostalgia del potere che sa di stare finendo la sua parabola. Non ancora sconfitto, ma conscio che il tempo del rinnovamento è arrivato. E ciò che è mancato, sintomaticamente, è stato il gesto irriverente che rasenta la politica: non una battuta su Trump, non una sul governo Meloni alla prova del referendum, non una sull’opposizione. Era evidentemente questo il mandato. Un festival politicamente asettico come solo può esserlo un festival che rispecchia un sistema di potere ben consolidato, che non ha più bisogno di disturbare nessuno. In parte l’impressione di un “vorrei ma non posso” da parte del governo di centrodestra cioè, in sostanza, siamo al potere ma non riusciamo a esprimere una nostra idea di innovazione culturale.

E poi c’è la canzone vincitrice, che è la parte più rivelatrice. La vittoria di Sal Da Vinci non doveva cogliere di sorpresa: il cantante napoletano aveva un massiccio sostegno popolare, analogo a quello che nel 2024 spinse Geolier a un passo dalla vittoria. Sal Da Vinci ha vinto con “Per sempre sì”, un brano da matrimonio, un sì che vale una vita intera, qualcosa ormai anacronistico nell’Italia contemporanea, che riporta al centro la famiglia tradizionale così cara alla maggioranza di governo. Una canzone neomelodica napoletana, un inno all’amore eterno e alla famiglia, che vince nell’anno in cui il festival si chiude tutto nel segno della famiglia — dalla promessa d’amore di Sal Da Vinci, a Raf che canta davanti alla moglie in platea, fino a Serena Brancale che indossa il vestito della madre scomparsa.

C’è un’eco di tutto questo che ho ritrovato, con effetto straniante, durante il tempo passato in Vietnam. Lì entri in un locale, il karaoke domina la serata, e le canzoni che senti — vivaci, sentimentali, dal ritornello immediato e dalla struttura elementare — ti sembrano classici neomelodici napoletani tradotti in vietnamita. La stessa struttura emotiva, la stessa centralità della voce sopra tutto il resto, la stessa promessa di un sentimento assoluto e semplice. È un formato musicale evidentemente universale, capace di attecchire ovunque ci sia una cultura popolare che non ha ancora deciso di vergognarsi di sé stessa. Tornare in Italia e sentire vincere Sanremo una canzone con quella stessa natura è stato straniante nel senso brechtiano del termine: ti costringe a vedere qualcosa che normalmente dai per scontato. Il neomelodico non è solo un genere. È una visione del mondo. E quella visione del mondo, in questo momento, è quella vincente. Almeno in questa Italia ferma e ombelicale.

Il contorno musicale attorno al vincitore del festival ha avuto una sua coerenza involontaria: una serie di brani costruiti per piacere a tutti gli amanti dei diversi generi dominanti le classifiche che non sono piaciuti a nessuno in modo convinto. Edulcorati, levigati, senza spigoli. Canzoni che avrebbero potuto essere scritte da un comitato democristiano — nel senso della DC come metodo, non come nostalgia: quella capacità di mettere insieme elementi che non c’entrano nulla tra loro, di smussare ogni contraddizione, di produrre qualcosa che non offende nessuno e non entusiasma nessuno. Il problema è che la DC riusciva a farlo perché aveva una rete di potere reale sotto di sé. Senza quella rete, rimane solo il vuoto. Canzoni democristiane senza la DC. Consenso senza entusiasmo.

Il punto più sottile, però, è un altro. Gli ascolti 2026 hanno visto la media degli spettatori calare sensibilmente, mentre lo share percentuale reggeva, perché la platea televisiva si è ristretta. Il festival vince tra quelli che restano a guardare. Esattamente come le elezioni si vincono sulla base degli elettori fedeli, di chi vota comunque, di chi non si è perso per strada nella crescente astensione. È questo il ritratto più fedele del sistema di potere attuale: consenso solido su una base che si assottiglia. Share alto, spettatori in calo. Non una crisi, ma un consolidamento che comincia a somigliare a un’erosione lenta. Non è un buon viatico nemmeno per il referendum che si avvicina: si vince tra chi rimane, ma chi rimane potrebbe non essere abbastanza.

Infine il futuro prossimo. Il prossimo direttore artistico e conduttore è Stefano De Martino, un uomo di cui si riconosce soprattutto la fabbrica di provenienza — il “clan” De Filippi, la televisione generalista, Affari Tuoi, il cortocircuito tra popolarità e vacuità narrativa — più che un pensiero musicale riconoscibile. L’investitura è avvenuta in diretta, un unicum nella storia del festival, con Conti che ha preso De Martino per mano e lo ha portato sul palco come un padre adottivo. Anche questo è un gesto politico: la legittimazione dall’alto che si traveste da passaggio spontaneo. De Martino condurrà Sanremo 2027 con il suo carisma trasversale e post-ideologico, con la sua capacità di parlare a un pubblico che non si riconosce più nelle appartenenze tradizionali. Suona familiare? Dovrebbe. È esattamente il profilo che, sul piano politico, qualcuno pensa di possedere al governo e qualcun’altro sta cercando di costruire dal lato dell’opposizione — o meglio, dello spazio che l’opposizione dovrebbe occupare e non occupa ancora.

Per questo Sanremo 2027 sarà il festival da leggere con attenzione, come lo fu il ’96 per me. Non per chi vincerà la gara. Ma per capire chi sta conquistando il consenso silenzioso del paese reale, quello che non tweetta e non manifesta, ma che alla fine decide. Come Ron trent’anni fa: vinse lui, ma il paese stava già votando qualcos’altro.

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