Memoria e Futuro

Per voi giovani

di Marco Di Salvo 7 Aprile 2026

C’è una contraddizione micidiale che attraversa questi ultimi dieci giorni della cronaca italiana e che spiega meglio di mille saggi il nostro stato di salute democratica. Dopo il referendum sulla giustizia che ha visto i giovani Under 35 votare No al 61,1% contro il 50,7% degli over 55, l’intera classe giornalistica, televisiva e politica ha celebrato il “voto giovane” come fattore decisivo. Non considerando però che per ogni elettore under 35 ci sono quasi 4 elettori over 35. Se consideriamo specificamente gli over 55, il rapporto è probabilmente 1 a 2 (un giovane contro due anziani); l’Italia è il paese europeo col peggior squilibrio demografico. La “forza decisiva” dei giovani è dunque una costruzione narrativa. I media hanno deciso che i giovani dovevano essere centrali in quella storia, e così li hanno resi protagonisti parlandone costantemente per rimpolpare le loro asfittiche riflessioni. Ma a colpire non è l’attenzione, ma il metodo.

È lo stesso meccanismo che la RAI mise in atto nella seconda metà degli anni Sessanta con “Per voi giovani”, la trasmissione radiofonica di musica rock e pop condotta da Renzo Arbore che andò in onda dal 1966 al 1976 come contenitore pomeridiano, cinque giorni a settimana. Un titolo che conteneva tutta l’inquietudine e l’incapacità di una razionalizzazione della gioventù da parte degli adulti: non era “ascoltiamo insieme la vostra musica”, ma “per voi giovani”, come se il titolo stesso tracciasse una linea di demarcazione, creasse una categoria demografica da gestire. La radio diceva ai giovani: abbiamo identificato chi siete voi e abbiamo preparato uno spazio specifico dove riconoscervi non come individui, ma come fascia omogenea di consumatori.

Ecco, c’è il medesimo approccio oggi, a sessant’anni di distanza, con Gruber, Floris e tutti gli altri della compagnia cantante: una continua, ossessiva categorizzazione senza voler capire nulla. “Il voto giovane”, “la generazione consapevole”, “i nuovi difensori della Costituzione” — tutto riconducibile a una pratica di incasellamento che non coglie la realtà di chi vota, di come vota, di perché vota. I giovani commentatori non vengono invitati, men che meno ascoltati perché hanno qualcosa da dire; vengono invitati perché rappresentano la categoria “giovani”. È paternalismo mediatico travestito da inclusione.

Dall’altra parte, nel medesimo arco temporale, è scoppiata quella che permetto di definire la “stretta abruzzese”: operazioni coordinate delle forze dell’ordine soprattutto in Abruzzo, Emilia-Romagna, ma anche in Umbria e Toscana, contro giovani che hanno scritto cose certamente sovratono su Telegram e i social in genere. Un 17enne pescarese  su Telegram, ci narrano le cronache, ha “cercato manuali per esplosivi”, ha frequentato gruppi neonazisti. Un 25enne di Giulianova noto online come “Italian anprim” è stato arrestato dalla Digos dell’Aquila. Il giovane è stato accusato “di addestramento ad attività con finalità di terrorismo, anche internazionale, e apologia di reato aggravata dalle finalità di terrorismo”. Attraverso il profilo Instagram “nature_pilled” (seguito da oltre 200mila followers) avrebbe gestito, secondo le forze dell’ordine, “una vera e propria centrale di addestramento e propaganda eversiva volta alla distruzione del sistema tecnologico”, ricevendo plausi pubblici e privati via social quando declamava pezzi degli scritti di Unabomber o si lanciava in invettive contro possibili bersagli di raid terroristici. Il tutto tramite memes, strumenti diabolici di indottrinamento coercitivo. Sette minori perquisiti, dispositivi sequestrati, fascicoli di imputazione per propaganda e istigazione a delinquere. Tutto molto rigoroso, tutto preventivo. Tutto molto Steven Spielberg e Tom Cruise in Minority Report. Visti i tempi, mi autodenuncio: grazie alla D Edizioni (casa editrice romana, che guardate cosa pubblica proprio in questi giorni sul suo sito) ho acquistato i primi due volumi di quella che dovrebbe essere l’opera omnia integrale di Theodore “Ted” Kaczynski, per le cronache giornalistiche e giudiziarie il suddetto Unabomber americano. Attendo di essere segnalato alle “regie questure”, anche se temo di non avere più l’età per rientrare nella categoria “attenzionata”, come scrivono spesso nei mattinali di questura.

Perché, forse non c’è ne siamo accorti, ma grazie alle scelte normative dell’attuale governo, siamo entrati nell’era di Minority Report, quella distopia dove la polizia del Precrimine arresta la gente per omicidi che potrebbe commettere. Solo che le nostre previsioni non sono frutto di tre mutanti veggenti, bensì l’analisi algoritmica di quello che i ragazzi scrivono online. Un 17enne che dice su Telegram “vengo a fare una strage” viene trattato come se l’avesse già commessa. Ma il ragazzo non ha fatto assolutamente nulla. Non ha costruito niente. Non ha ammazzato nessuno. Ha solo scritto parole crude su uno schermo che sa essere monitorato, come quello di tutti noi. Eppure la magistratura aquilana lo arresta, lo trasforma in terrorista vero. Realizza la profezia. Il sistema di prevenzione del crimine crea il crimine che stava cercando di prevenire. Perfetto. Il 7 aprile del 2026 somiglia pericolosamente a quello del 1979.

Ma sulle vicende abbruzzesi viene in mente anche il povero Mario Magnotta, il bidello aquilano che nel settembre del 1987, esasperato da scherzi telefonici, esplose in una telefonata leggendaria: “veramente io m’iscrivo ai terroristi”. Una frase fuori di sé dalla rabbia, registrata su un nastro che circolò per l’Italia come tormentone (una vicenda che ha dato linfa a diverse opere, dai fumetti come MAGNOTTA WARS  o il documentario che è appena uscito su di lui, Semplice Cliente). Se Magnotta avesse detto quella frase oggi, in questo matto inizio di 2026, in una chat Telegram monitorata dalla Digos, lo stesso tribunale probabilmente avrebbe spiccato un’ordinanza di custodia cautelare, con sequestro di dispositivi e fascicolo per apologia del terrorismo. Magnotta la diceva, di fronte a un interlocutore, con ira ruspante e genuina. In tribunale oggi non ne uscirebbe, perché la realtà effettuale non conta più; conta il sospetto, la possibilità, la probabilità. Conta la categoria. Ah, inutile dire che non una singola voce di tutti i “garantisti” che hanno sostenuto all’ultimo referendum il Sì contro gli abusi della magistratura, si è sentita in questi giorni,  riguardo a questa vicenda; probabilmente erano troppo impegnati nei cambi di  ministri e sottosegretari (e fidanzate) per accorgersi della questione.

Tutto questo mentre la “società civile” (media e compagnia cantante) celebra il voto dei giovani come consapevolezza democratica, mentre la “magistratura preventiva” arresta i giovani per quello che avrebbero potuto fare. Due categorie parallele costruite dal medesimo apparato di controllo mediatico e giudiziario, che deve trovare simpli temporanei da esaltare, colpevoli da esibire, presunte minacce da sventare. Nel frattempo i veri problemi — l’assenza di futuro materiale, la precarietà, l’impossibilità di una visione collettiva — rimangono intatti. E i giovani rimangono comunque soli: quelli che votano No nei referendum, illusi e felici di essere ascoltati per un attimo (prima dello spot, quello sì, “tassativo”) da Gruber e Floris, e quelli che si radicalizzano online, cercando una comunità dove almeno la loro rabbia abbia un nome, una direzione, anche se quella direzione è il delirio.

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