Memoria e Futuro

Senza filtro

di Marco Di Salvo 13 Gennaio 2026

Il recente caso di Jerome Powell è paradigmatico di una dinamica che ormai governa l’intero ecosistema dell’informazione globale. Il presidente della Federal Reserve, figura tradizionalmente tecnica e indipendente, si è trovato costretto nei giorni scorsi a pubblicare un video che molti commentatori hanno definito simile a un “video ostaggi“, per difendersi pubblicamente da un’indagine penale che lui stesso ha definito pretestuosa. Powell è stato trascinato nel circo mediatico dell’amministrazione Trump non per scelta, ma per sopravvivere: ha dovuto adottare lo stesso linguaggio diretto, comunicare attraverso gli stessi canali social, entrare nello stesso ring mediatico. Questo episodio illumina con precisione chirurgica il meccanismo perverso che ha ingabbiato il giornalismo contemporaneo: le istituzioni democratiche vengono costrette ad adottare i codici comunicativi del potere politico per non essere schiacciate dalla sua macchina comunicativa. E i giornalisti? Sono diventati gli ingranaggi perfetti di questa macchina.

Un altro caso dimostra la perfezione di questo meccanismo: l’incontro di qualche giorno fa tra Trump e i CEO delle principali compagnie petrolifere americane sul Venezuela. Trump aveva annunciato su Truth Social all’alba che “almeno 100 miliardi di dollari saranno investiti dalle grandi compagnie petrolifere” per ricostruire l’infrastruttura energetica venezuelana. Per ore, i media americani e internazionali hanno rilanciato questa cifra come un dato di fatto, celebrando il colpo da maestro di Trump.

Ma cosa è successo davvero in quella riunione alla Casa Bianca? Il CEO di ExxonMobil, Darren Woods, ha dichiarato con straordinaria franchezza che il Venezuela “è non-investibile” nelle condizioni attuali, specificando che servirebbero cambiamenti radicali alle leggi sugli idrocarburi, garanzie legali durature e un nuovo quadro commerciale. Il CEO di ConocoPhillips Ryan Lance ha sottolineato la necessità di ristrutturare il debito venezuelano prima di qualsiasi investimento. Solo Chevron, l’unica compagnia americana che opera già in Venezuela, ha parlato di un possibile aumento della produzione del 50% nei prossimi 18-24 mesi – ma partendo da livelli attuali molto bassi e senza impegnare nuovi capitali.

Alla fine dell’incontro, il Segretario all’Energia Chris Wright ha dovuto ammettere che non avevano fatto “progressi significativi” verso i 100 miliardi annunciati da Trump. Eppure per tre giorni la notizia è stata quella dei “100 miliardi”, non quella del fallimento dell’incontro. Solo nei giorni successivi, quando Trump ha dichiarato di essere “incline” a escludere ExxonMobil dal Venezuela perché “non mi è piaciuta la loro risposta” e “stanno giocando troppo furbi”, la narrazione è cambiata, sempre guidata dalle dichiarazioni del Presidente. Ma il danno comunicativo era fatto: l’opinione pubblica aveva già registrato un successo di Trump, non un insuccesso.

Il problema del giornalismo italiano – e non solo – non è principalmente ideologico. È strutturale ed economico, come abbiamo già scritto. Le redazioni svuotate, i contratti scaduti da anni, i giornalisti sottopagati o precari hanno creato le condizioni perfette per quello che Nick Davies del Guardian ha chiamato nel 2008 “churnalism”: l’80% delle notizie dei principali giornali britannici proveniva da comunicati stampa riciclati e scopiazzati. In Italia la situazione non è diversa. Anzi, è probabilmente peggiore. Quando Meloni confessa a Trump, in un fuorionda rivelatore, “io non voglio mai parlare con la stampa italiana”, sta fotografando con cinismo il rapporto che si è instaurato: un giornalismo che tollera 339 giorni di silenzio, che si accontenta dei comunicati, che trasforma le dichiarazioni governative in articoli senza verifiche. Un giornalismo comodo per chi governa e comodo per chi dovrebbe fare il giornalista.

La fatica di fare un’inchiesta, di leggere i 2000 emendamenti di una legge di bilancio, di analizzare i dati ISTAT, di confrontare promesse e realizzazioni, di fare un’analisi costi-benefici di un decreto, di seguire l’iter burocratico di un appalto – tutto questo richiede tempo, competenze specifiche, risorse. Copiare un comunicato stampa richiede due minuti e un copia-incolla.

Trump ha perfezionato una tecnica che Meloni sta replicando con risultati eccellenti: la saturazione dello spazio informativo. Ogni giorno una provocazione, una polemica, un nemico da identificare. I giornalisti si trovano con decine di dichiarazioni, tweet, uscite pubbliche da coprire. Le redazioni online vivono dell’ansia del “dare un buco” – avere una notizia dopo gli altri – e quindi pubblicano immediatamente, spesso senza contestualizzazione. Il risultato? Mentre tutti discutono delle ultime parole di Trump su Powell, nessuno analizza nel dettaglio le conseguenze delle nomine alla Federal Reserve. Mentre la stampa insegue la polemica quotidiana sul referendum, sulle regioni, su Fiorello, nessuno verifica sistematicamente i dati, confrontandoli con le dichiarazioni governative.

L’esempio di Powell è solo il più recente di una tendenza inquietante: anche le fonti istituzionali, veri centri di potere silenzioso, che tradizionalmente comunicavano con linguaggio tecnico e sobrio sono costrette a “scendere nell’arena”. La Banca Centrale Europea, la Corte Costituzionale, i rettori universitari, i capi delle autorità indipendenti – tutti si trovano di fronte a un bivio: o adottano un linguaggio più diretto, più emotivo, più social-friendly, oppure vengono semplicemente ignorati dai media perché “troppo noiosi”, “troppo tecnici”, “non appetibili” per il pubblico. Questo crea un cortocircuito democratico pericoloso: le istituzioni di garanzia perdono la loro funzione di contrappeso proprio perché non riescono a comunicare efficacemente in un ecosistema dominato dalla logica dello spettacolo e della provocazione.

Ma il vero problema è che molti giornalisti non sono vittime inconsapevoli di questo sistema: ne sono complici attivi. Lavorare seduti in redazione aspettando che arrivino i comunicati delle agenzie o degli uffici stampa è infinitamente più comodo che uscire sul territorio, verificare, incrociare fonti, analizzare documenti.

La strada per uscire dalla gabbia è stretta e in salita. Richiederebbe innanzitutto un investimento strutturale nelle redazioni: più giornalisti specializzati, più tempo per le inchieste, meno ossessione per il click immediato. Richiederebbe un’etica professionale più rigorosa: smettere di pubblicare comunicati stampa travestiti da articoli, verificare sempre, contestualizzare, fornire dati. Ma soprattutto richiederebbe il coraggio di ignorare deliberatamente le provocazioni quotidiane per concentrarsi sui fatti sostanziali: quali leggi vengono approvate? Con quali conseguenze concrete? Chi ci guadagna e chi ci perde? Quali promesse elettorali sono state mantenute e quali no? Finché il giornalismo resterà seduto in redazione ad aspettare il prossimo comunicato stampa o il prossimo tweet provocatorio, Trump, Meloni e chiunque gestisca il potere continueranno a controllare totalmente l’agenda mediatica. E le istituzioni democratiche, come dimostra Powell, saranno costrette a trasformarsi in qualcosa che non sono per tentare di sopravvivere.

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