Memoria e Futuro

Sfumature di verde

di Marco Di Salvo 28 Febbraio 2026

Capisco che siete troppo impegnati a leggere dell’ultima polemica sul referendum o della nuova straordinaria legge elettorale ma c’è una piccola storia che vorrei raccontarvi se vi resta un po’ di tempo.

Nella notte tra il 26 e il 27 febbraio 2026, alle quattro e mezza del mattino, una idraulica di trentaquattro anni ha fatto la storia della politica britannica. Hannah Spencer, consigliera comunale e idraulica, ha vinto il collegio di Gorton e Denton — nel Grande Manchester — con 14.980 voti e una maggioranza di 4.402 preferenze sul secondo classificato. Non è stata una cosa da poco: il seggio era stato conquistato alle elezioni generali del 2024 con il 50,8% dei voti e una maggioranza di 13.413 preferenze. Labour, in quello che aveva sempre considerato un feudo sicuro, è arrivata terza. Dietro a Reform UK. È come se, alle comunali di Napoli, il PD finisse dopo Fratelli d’Italia e i Verdi.

Risultato: i Verdi britannici hanno vinto la loro prima elezione suppletiva parlamentare della storia, con Spencer che diventa il quinto deputato del partito. Champagne (biologico, naturalmente) per tutti.

A ricevere il merito di questa impresa c’è lui: Zack Polanski, leader del Green Party of England and Wales dal settembre 2025, già membro della London Assembly dal 2021. Polanski — il cui vero nome è David Paulden, cambiato a diciotto anni per onorare le radici ebraiche della famiglia — è una di quelle figure che farebbero impazzire qualsiasi algoritmo di profilazione politica. È gay, ebreo, vegano, ex ipnoterapista, ex attore di teatro comunitario e per anni ha lavorato in bar e nightclub. Un curriculum che farebbe sembrare qualunque politico italiano un grigio burocrate uscito da un corso di laurea in Scienze Politiche.

Si definisce “eco-populista”: collega il costo della vita alla crisi climatica e propone una tassa patrimoniale per finanziare i servizi pubblici. L’ispirazione dichiarata — e qui viene il bello — è Nigel Farage. Non per i contenuti, si affretta a precisare, ma per la tecnica narrativa: prendere la rabbia popolare e incanalarla verso soluzioni progressiste. Un po’ come voler usare la fiamma del cannello per fare il soufflé.

Dopo la vittoria di Manchester, Polanski ha dichiarato: “Quando sono diventato leader dei Verdi ho detto che eravamo qui per sostituire Labour, e lo intendevo davvero.” Modestia britannica, quella calibrata.

Con 574mila follower su Instagram e un podcast che alla prima settimana era quarto in classifica nel Regno Unito, Polanski ha capito una cosa che agli altri leader verdi europei sfugge ancora: nel ventunesimo secolo, vince chi sa raccontare una storia. Non chi produce il documento programmatico più lungo. Per dimostrarvelo, ecco un video che in GB ha fatto scalpore.

Nel frattempo, in Italia, c’è… Angelo Bonelli. Cofondatore e copresidente di Europa Verde, già leader dei Verdi italiani in una precedente vita politica, oggi parlamentare di Alleanza Verdi e Sinistra. Bonelli è un veterano: è in politica dagli anni Novanta, quando i Verdi italiani erano (ancora) una forza riconoscibile (seppur largamente minoritaria) e i pannelli solari erano considerati una novità esotica. Ha attraversato coalizioni, fusioni, scissioni e rifondazioni con la pazienza di un monaco benedettino e la tenacia di un lichene su una roccia vulcanica.

Il confronto che faccio con Polanski è, diciamo, pedagogico. Da una parte un ex ipnoterapista quarantaduenne che vince elezioni storiche parlando di “eco-populismo” a Manchester alle quattro di mattina davanti a una folla in delirio. Dall’altra un politico navigatissimo che, con tutto il rispetto, viene associato nella memoria collettiva agli anni in cui su internet girava ancora con il modem a 56k.

Non è una questione di valori — entrambi combattono per il clima, per i diritti, per la giustizia sociale. La differenza è di “format”. Polanski ha capito che la politica contemporanea non si fa solo nelle commissioni parlamentari: si fa sui social, con i podcast, con le storie personali. Bonelli presidia il territorio istituzionale con una costanza ammirevole, basti vedere come non manchi sera senza una sua roboante dichiarazione al tg ma raramente riesce a sfondare nel dibattito nazionale con la stessa forza virale (e qui abbondiamo di eufemismi).

Le differenze strutturali tra i due partiti sono però più profonde di quanto suggerisca il confronto tra i rispettivi leader. I Verdi britannici hanno raggiunto il loro massimo storico di iscritti, il massimo storico di sondaggi, il miglior risultato elettorale di sempre e il massimo storico di parlamentari e consiglieri. Sono, con ogni evidenza, in crescita esponenziale.

I Verdi italiani — sia nella loro incarnazione autonoma che nella fusione con Sinistra Italiana all’interno di AVS — rimangono una forza di nicchia. Alle politiche del 2022, AVS ha ottenuto il 3,6%. Significativo, certo, ma lontano dal rappresentare la scossa che i Verdi britannici stanno dando al sistema. E lo hanno ottenuto ricorrendo alla forza di candidati testimonial, buoni fino al giorno dopo le elezioni, quando sono stati in alcuni casi bellamente scaricati (do you remember Aboubakar?). La stessa strategia usata in ogni elezione successiva, per raggranellare voti che evidentemente non ritengono di riuscire a conquistare con la forza delle idee.

Il sistema elettorale conta, naturalmente. Il maggioritario britannico dovrebbe penalizzare i partiti minori, eppure i Verdi hanno vinto. Il “coso” proporzionale italiano dovrebbe favorirli, eppure restano marginali. Questo dice qualcosa di interessante sulla qualità della proposta politica, non solo sulle regole del gioco.

C’è poi la questione della classe dirigente. I Verdi britannici presentano candidate “del popolo” che parlano di energia rinnovabile e costi delle bollette. In Italia il partito ha spesso sofferto di un’immagine settaria, intellettuale, urbana, lontana dalle preoccupazioni quotidiane degli elettori meno istruiti. Il “green” come stile di vita benestante, piuttosto che come risposta alla crisi economica.

Nel suo discorso di vittoria, Spencer ha detto che la gente veniva “dissanguata” ed era “stufa che il proprio duro lavoro arricchisse gli altri”. Non ha parlato di biodiversità né di obiettivi di emissione al 2035. Ha parlato di soldi, di fatiche, di ingiustizia. L’ambiente come questione di classe, non come privilegio di chi può permettersi la Tesla.

È questo il salto culturale che i Verdi italiani, e forse europei continentali in generale, faticano ancora a compiere. Polanski lo ha capito guardando, paradossalmente, a Farage: non il messaggio, ma la capacità di intercettare la pancia del paese. In Italia, Bonelli e i suoi alleati rimangono spesso nell’alveo di una sinistra identitaria che parla soprattutto a chi già la vota e cerca il modo di sfangarla elezione dopo elezione nella conferma dei pochi parlamentari, spesso sempre gli stessi.

La vittoria di Gorton e Denton non è solo una buona notizia per i Verdi britannici. È un promemoria per tutti i partiti ambientalisti europei: il futuro del pianeta si vende meglio se lo si impacchetta insieme al presente delle persone. Manchester lo sa. Che Roma impari.

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