Memoria e Futuro

Simul cadent

di Marco Di Salvo 16 Gennaio 2026

Per la prima volta in trent’anni, la Legge di Bilancio 2026 non ha stanziato i fondi per Radio Radicale. Niente convenzione, niente 10 milioni di euro annui, niente futuro certo. Non che tira e molla non ci siano stati in questi 30 anni sul finanziamento alla radio del partito che fu di Marco Pannella ma la notizia, emersa ai primi di gennaio, ha fatto scattare l’allarme nella redazione e nella Federazione Nazionale della Stampa. Nel frattempo, Repubblica continua a perdere copie e rilevanza.

Certo, un bel modo per ambedue per festeggiare i 50 anni dalla fondazione. Sia Repubblica che Radio Radicale nascono infatti nel 1976, anno spartiacque della democrazia italiana. La prima sin dall’inizio aveva grandi ambizioni sulla scorta di quelli che erano i desideri del suo fondatore Eugenio Scalfari, mentre la seconda nasceva, come spesso capitava con le intuizioni pannelliane, come una scommessa e un gioco,  affiancandosi alle prime radio private italiane e con un plus che è diventato col tempo dominante, la trasmissione della diretta delle attività parlamentari. In quei giorni del 1976-77 la prima trasmissione di una seduta parlamentare da parte della pattuglia radicale fu fatta in maniera “illegale”. E, oltre che illegale, anche tecnicamente provvisoria: infatti un giovane tecnico della radio e un parlamentare, con un accrocchio provvisorio, usarono l’altoparlante della saletta destinata al manipolo radicale e di servizio per avvisare i componenti dell’aula in caso di dibattiti e votazioni, come ripetitore per un segnale quasi inascoltabile inviato nell’etere tramite la cornetta telefonica. Fu subito scandalo e reprimenda da parte dell’allora Presidente della Camera Pietro Ingrao.

Mezzo secolo dopo, entrambe agonizzano: una per le leggi del mercato, l’altra per decisione politica. Due crisi parallele che sollevano una domanda scomoda: chi merita davvero il denaro pubblico nell’era digitale? Radio Radicale ha ricevuto dallo Stato circa 300 milioni di euro tra il 1990 e il 2019, attraverso la convenzione per la trasmissione dei lavori parlamentari (circa 10 milioni annui) e i contributi all’editoria. Un flusso continuo che ha garantito la sopravvivenza di un’emittente con ascolti via via ridottisi fino ad essere bassissimi (sebbene non pubblicamente certificati) ma con una funzione unica: trasmettere integralmente sedute parlamentari, processi, convegni, senza alcuna mediazione editoriale.

Repubblica non riceve contributi pubblici diretti da anni. Il gruppo GEDI, che la controlla dal 2015, ha però beneficiato di altri sostegni statali: circa 6,7 milioni di euro nel 2023 dal Fondo straordinario per l’editoria. Inoltre, tutti i quotidiani cartacei godono di agevolazioni fiscali indirette: sconti sulla carta, sulla distribuzione, sgravi per gli inserzionisti pubblicitari.

A titolo di confronto: Libero riceve 5,4 milioni all’anno di contributi diretti grazie a un espediente legale (la testata è formalmente di una cooperativa), mentre Avvenire ne riceve 5,6 milioni. Il manifesto, autentica cooperativa di giornalisti, prende 3,1 milioni. Lo Stato italiano finanzia generosamente l’editoria, ma in modo diseguale e spesso paradossale.

Radio Radicale nasceva contro il potere e contro l’assenza di trasparenza dello stesso. Era la radio libera che sfidava il monopolio RAI, che documentava ciò che il potere voleva nascondere, che trasmetteva i processi scomodi e i dibattiti censurati. Niente filtri, niente mediazioni: il cittadino contro lo Stato opaco.

Repubblica nasceva invece come contropotere, con l’ambizione esplicita di diventare – e per un lungo periodo ci è riuscita – un player del sistema politico italiano. Scalfari voleva un giornale che condizionasse i governi, che orientasse l’opinione pubblica, che facesse e disfacesse carriere politiche. E ci è riuscito: per trent’anni Repubblica è stata la voce della classe dirigente progressista, il quotidiano che contava davvero.

Mezzo secolo dopo, cosa è rimasto delle ambizioni iniziali? Radio Radicale muore perché ha documentato troppo fedelmente un potere che preferisce meno trasparenza e, forse, per aver accettato di trasformarsi in una istituzione archivistica e non rimanere quel vascello pirata degli inizi, pronto sempre a puntare il dito sulle mancanze del potere. Repubblica muore perché ha smesso di essere contropotere e non è stata nemmeno in grado di diventare istituzione dominante; ha fallito tutti i suoi obiettivi “ideologici” ed è diventata simbolo di un sistema che nessuno rispetta più.

La convenzione della radio non è stata rinnovata non per ragioni economiche – 10 milioni sono briciole nel bilancio statale – ma politiche. Nonostante gli omaggi formali, i vari governi che si sono susseguiti nel corso degli ultimi dieci anni hanno via via provveduto a una lenta eutanasia. Il governo Meloni ha deciso di salvare solo l’archivio (2 milioni per la digitalizzazione), lasciando morire il servizio. È una scelta che ha una sua logica brutale: Radio Radicale costa troppo per i pochi ascoltatori (50-60.000 al giorno), e il Partito Radicale è, da un decennio almeno, politicamente irrilevante.

Il problema è che quella funzione per cui sopravviverà, forse, ancora per un anno il finanziamento e a cui la radio dedica più del 80% del suo palinsesto – documentare integralmente la vita istituzionale – nessun privato la farà mai. Non è monetizzabile. Avrebbero dovuto separarla vent’anni fa, trasformarla in fondazione indipendente, modernizzare il formato. Invece hanno continuato a privilegiare la radio FM lineare mentre il mondo diventava digitale, hanno mantenuto i costi alti difendendo posti di lavoro obsoleti, hanno legato la sopravvivenza a governi sempre più ostili, sebbene a parole omaggianti il ruolo “fondamentale” della radio. Parliamoci chiaro, l’idea di trasformare quello che era nato come uno sfregio alle istituzioni, in una radio di resoconto istituzionale, serviva semplicemente come strumento di finanziamento anche del movimento politico ma, finite le battaglie radicali (di fatto), si è trasformato semplicemente in una istituzionalizzazione del ruolo della radio che, tanto per fare un esempio, oramai dimentica quotidianamente di definire la propria rassegna stampa “stampa e regime”, come era dall’inizio della sua esistenza. Una dimenticanza non da poco per una radio che è figlia di un movimento politico guidato da uno che per decenni ha sostenuto, citando Bergson, che “la durata è la forma delle cose”.

Repubblica muore per motivi di mercato e per perdita del senso della sua esistenza, legata anche alla sparizione del fondatore. Ha fallito la transizione digitale, ha tradito la qualità per il clickbait, ha perso l’autorevolezza sull’altare del traffico web. Le copie cartacee sono crollate da 600.000 a meno di 100.000. Online non riesce a competere con testate native digitali più agili.

Avrebbe dovuto diventare il New York Times italiano: paywall solido fin dal 2010, investimenti in giornalismo investigativo di qualità, brand riconoscibile globalmente. Invece ha inseguito i click gratuiti, ha moltiplicato le edizioni locali mediocri, ha pensato che il nome di Scalfari bastasse per sempre. Quando hanno provato il paywall era troppo tardi e il prodotto troppo scadente per convincere i lettori a pagare.

Ma Repubblica, come gli altri quotidiani italiani, non merita di essere salvata con soldi pubblici. Altri fanno meglio il suo lavoro originario, seppure in un mercato asfittico come quella italiano.

Ecco il paradosso finale: lo Stato italiano continua a finanziare generosamente Libero, il Foglio, ItaliaOggi – tutti editi da imprenditori privati che aggirano le regole con cooperative di facciata. Nel frattempo nega 10 milioni a Radio Radicale, che svolge una funzione di servizio pubblico autentica e insostituibile.

GEDI ha ricevuto milioni dal Fondo straordinario per “sostenere il pluralismo” (perché da noi si difende coi soldi  pubblici il pluralismo, non la libertà, e con essa la responsabilità, di informazione), ma Repubblica è uno dei tanti quotidiani generalisti in declino. La sua morte non impoverirebbe il pluralismo: ci sono alternative migliori. La morte di Radio Radicale cancellerebbe invece l’unica fonte integrale di documentazione parlamentare (a parte il servizio altrettanto irrilevante in termini di ascolto, ma molto più costoso, fornito dalla Rai).

La lezione è semplice: i soldi pubblici all’informazione hanno senso solo per funzioni che il mercato non può fornire. Documentare integralmente la vita democratica rientra in questa categoria. Sostenere quotidiani che non sanno reinventarsi, no.

Radio Radicale meritava di essere salvata, ma avrebbe dovuto trasformarsi in piattaforma digitale pubblica dieci anni fa. Repubblica merita di morire, insieme ai privilegi che la classe editoriale italiana si è costruita con cooperative fasulle e fondi “straordinari” che durano da decenni.

Cinquant’anni dopo, le due voci del 1976 tacciono per ragioni opposte ma ugualmente istruttive. Una non ha saputo cambiare quando poteva, l’altra ha cambiato troppo tradendo se stessa. Il risultato finale è lo stesso: l’irrilevanza. E vedremo chi delle due riuscirà a festeggiare il cinquantunesimo compleanno (e in che condizioni). Per intanto, come si dice, auguri?

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