Memoria e Futuro

Simulacri e eredi

di Marco Di Salvo 3 Aprile 2026

Manca una settimana alle elezioni ungheresi. E già si sente la fretta dei progressisti europei, quella velocità particolare con cui si prepara a festeggiare una sconfitta di Orbán come se fosse una restaurazione della democrazia. Conviene aspettare. Non perché l’esito sia incerto—i sondaggi seri danno il Tisza di Péter Magyar fra il quaranta e il cinquanta per cento, Fidesz sotto il quaranta—ma perché quello che si appresta a vincere è un’altra cosa rispetto a quella che la sinistra europea sta già celebrando.

Incominceremo da una storia che la sinistra liberale europea preferisce non ricordare. Viktor Orbán non è nato come un dittatore. È nato liberale. Nel 1989, quando l’Ungheria si è liberata dal comunismo, Orbán era un giovane che pronunciava discorsi sulla democrazia, che citava Soros, che credeva alle istituzioni europee e alle libertà individuali. Era il tipo di ragazzo che il liberalismo europeo riconosceva come suo. Chissà, magari l’ho incrociato anch’io, nell’aprile del 1989 a Budapest, tra i giovani ungheresi che parteciparono al congresso del Partito Radicale Transazionale e con cui facevamo delle divertenti feste in casa la sera. Nel 1998 è diventato primo ministro per la prima volta—ancora come liberale, ancora dentro il sistema della democrazia formale. Ha governato con una coalizione di centro-destra, ha dialogato con Bruxelles, ha accettato le regole. Non era l’Orbán autoritario che conosciamo oggi. Era ancora il giovane che la sinistra riconosceva come un alleato ragionevole, un conservatore moderato.

Poi, nel 2002, ha perso le elezioni. È stata una sconfitta traumatica. Non per lui soltanto: per tutta una generazione di liberali ungheresi che credeva di aver vinto la storia. E da lì è cominciato il viaggio. Non improvvisamente. Gradualmente. Un pezzo di democrazia alla volta, una sentenza della corte costituzionale annullata, una legge sulla stampa modificata qua e là, fondi pubblici reindirizzati verso i media amici. Nel 2010 Orbán torna al potere con una maggioranza dei due terzi. E lì comincia il vero lavoro: concentrazione del potere, domesticazione della magistratura, controllo dei media. Ma nessuno potrebbe dire di non aver visto arrivare il treno. C’era stato tempo per fermarsi. Orbán ha scelto di non fermarsi. Non è venuto da nulla di esterno. È venuto da dentro il sistema, da un liberale che ha scoperto che il potere—una volta ottenuto—piace.

Questa è la lezione che la sinistra europea rifiuta di apprendere. Non è che Orbán tradisce il liberalismo da una posizione esterna; è che scopre che il liberalismo è fragile, che le istituzioni contano meno di quanto si pensi, che il potere ottenuto dal popolo—legittimamente—può essere usato per distruggere la democrazia che lo ha portato al potere. La transizione da giovane liberale a dittatore autoritario non è un tradimento di se stesso. È la logica interna del potere.

Ora, torniamo a Magyar. È un uomo che i media di sinistra presentano come un avversario irriducibile del sistema autoritario di Orbán, quasi un eroe che ha detto no dall’interno e si è sacrificato per la democrazia. La realtà è che Magyar è stato per anni nella cerchia magica di Orbán, membro di Fidesz, parte integrante della costruzione autoritaria ungherese. Non è una conversione come quella di Orbán—non è partito liberale e diventato autoritario. È il contrario: è un conservatore che ha fatto fortuna dentro un sistema autoritario e che adesso scopre che quel sistema non gli serve più. La differenza è sottile e profonda. Orbán ha sperimentato la fragilità del liberalismo dal di fuori, come un nemico da abbattere. Magyar la conosce dal di dentro, come uno che ha beneficiato da essa.

In soldoni. Non è un liberale trasfigurato dalla persecuzione; è un conservatore che ha litigato con il capo della banda, e siccome il capo non cedeva il potere, ha deciso di andarsene e di mettersi alla testa di un’altra banda. Che, casualmente, era già predisposta a riceverlo.

Questa non è pedanteria sul curriculum. È la chiave per capire che cosa accadrà il 13 aprile, dopo il voto. Chi si aspetta da Magyar un rovesciamento delle politiche migratorie, un’apertura ai rifugiati, una critica seria alle mura costruite ai confini: sarà deluso. Il programma di Tisza prevede una tolleranza zero contro l’immigrazione illegale, manterrà il muro ai confini meridionali, rifiuterà le quote europee e il patto migratorio europeo. Dal primo giugno 2026 vieterà l’importazione di massa di lavoratori stranieri extracomunitari. Non è uno scherzo di campagna elettorale. È il programma materiale del partito.

Magyar si presenta come europeista—cosa vera—e contro la corruzione di Fidesz—anche questo è vero. Ma è un europeismo di destra, un conservatorismo pulito, non una conversione al liberalismo. È la possibilità di avere un’Ungheria allineata con Bruxelles e con la Nato senza dover rinunciare a quel che la destra ama: confini chiusi, polizia dell’identità, difesa della comunità nazionale. È la vera forza di Magyar: promette a chi è stanco di Orbán di ottenere esattamente quello che voleva da Orbán—un paese conservatore, ordinato, senza il caos della corruzione—ma senza i litigi internazionali, senza Mosca, senza il veto permanente. È Orbán con meno guai, non il superamento di Orbán.

La cosa che dovrebbe preoccupare chi festeggia—e che non la preoccuperà perché preferiamo vivere nella speranza—è questa: se Orbán ha potuto trasformarsi da giovane liberale a dittatore, se il sistema democratico ungherese si è rivelato tanto fragile, se bastava una maggioranza e un po’ di pazienza per svuotarlo di significato, allora che cosa impedisce a Magyar di fare la stessa cosa? Lui non inizia da liberal-democratico. Ha già visto come funziona il sistema. Ha già beneficiato da esso. Una volta che scopre—e scoprirà, perché il potere è addittivo—che il potere dà più soddisfazione della lotta per il potere, che cosa lo ferma?

La sinistra italiana, che in questi giorni starà sveglia a contare i seggi per Magyar, non dovrebbe farsi illusioni. Non è perché Magyar sia cattivo; è perché la struttura politica ungherese rimane quella che è. Orbán ha costruito un sistema in cui il potere è centralizzato, la magistratura è domesticata, i media sono controllati, il sistema elettorale favorisce la coalizione di governo. Il sistema ungherese è misto: centonovanove deputati vengono scelti con il proporzionale e centosei con il maggioritario. Una distorsione che amplifica il voto e favorisce chiunque vinca. Se Tisza arriva al quarantadue per cento mentre Fidesz sta al trentacinque, il divario nei seggi può essere ancora più ampio. Ma quella macchina amministrativa costruita da Orbán rimarrà. Magyar la ridisegnerà—ridurrà la corruzione, insomma—ma non la smantella. Non serve a lui smantellare. Ha bisogno di uno stato forte per governare, e l’ha appena ricevuto in eredità, già costruito. Proprio come Orbán ha ricevuto in eredità uno stato ancora formalmente democratico nel 2010.

Il vero tema di queste elezioni ungheresi, che nessuno alla festa per la sconfitta di Orbán ammette, è che un regime autoritario può contare meno sui suoi amici internazionali e sulla paura della guerra di quanto conti su quello che i progressisti chiamano “consenso”. L’inflazione, il crollo del potere d’acquisto, l’emigrazione dei giovani, i salari stagnanti: queste cose tolgono il voto a Orbán più di quanto lo faccia tutta la letteratura sulla democrazia illiberale. È la lezione brutale di aprile: non è stata la resistenza civile a portare Orbán sull’orlo della sconfitta. È stato il portafoglio vuoto. E quando il portafoglio torna a riempirsi—e tornerà, perché gli ungheresi meritano davvero quel che Magyar promette—non è scontato che la gente continui a votare per il cambiamento.

Un avviso ai naviganti di sinistra che si preparano alla festa: potrete festeggiare il dodici aprile. Non avrete torto a ritenere che sia meglio un Orbán sconfitto di un Orbán che vince un’altra volta. Ma non confondete la sconfitta di un autocrate con la restaurazione della democrazia. Una cosa è non avere più Orbán. Un’altra è avere sconfitto il sistema che Orbán ha costruito. Magyar non sconfigge quel sistema. Lo governa da dentro, forse con più rispetto per le regole, forse con meno corruzione, ma sempre dentro la macchina. E soprattutto: Magyar sa già—per esperienza diretta—come un sistema si trasforma da dentro. Ha visto Orbán farlo. Ha imparato lezioni che non scorderà. La storia di Orbán da giovane liberale a dittatore è una lezione di scuola di governo per chiunque abbia occhi per leggere. Magyar ha occhi. E ha il potere.

Questa è una vittoria della realpolitik sulla speranza. Non piccola. Ma non quella che celebrerete.

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