Cosa vi siete persi

Street fighting years

di Marco Di Salvo 21 Febbraio 2026

C’è un momento, nella storia della musica popolare, in cui il silenzio diventa insostenibile. Quando i fatti pesano troppo perché un artista possa stare fermo davanti al microfono a cantare d’amore o di notti brave. È quello che è successo all’inizio del 2026, e Minneapolis, che ne avrebbe fatto volentieri a meno, ne è diventata l’epicentro involontario.

La storia la conosciamo. Tutto comincia nei primi giorni di gennaio, quando il Dipartimento della Sicurezza Interna americano invia oltre tremila agenti nelle Twin Cities del Minnesota, nel quadro di una drastica escalation delle operazioni di controllo sull’immigrazione volute dall’amministrazione Trump. Il nome dell’operazione è “Metro Surge”. Risultato ottenuto? La città si solleva contro l’occupazione. Due morti in meno di un mese, in una città che già portava le cicatrici del 2020. Due nomi che diventano simboli.

La risposta della musica è immediata, viscerale e straordinariamente corale. Come se i decenni di impegno civile del rock avessero aspettato solo il momento giusto per riaffiorare.

Prima di addentrarci nelle singole canzoni e nei singoli artisti, però, occorre mettere in chiaro una cosa: giudicare questi brani con il metro della critica musicale ordinaria è un esercizio non solo inutile ma fondamentalmente sbagliato. Non si tratta di dischi progettati per durare nei decenni, di capolavori cesellati con la cura di un lungo studio in studio. Sono impulsi. Impeti. Scariche elettriche che passano dalla realtà alla chitarra nel giro di giorni, a volte di ore. La perfezione formale non era nei piani di nessuno, e pretenderla significherebbe fraintendere radicalmente cosa sono e a cosa servono questi brani. È come chiedere se un discorso funebre sia ben costruito retoricamente. Sì, forse non lo è — ma questo non è il punto.

Il confronto più calzante non è con la discografia recente degli artisti stessi, ma con la tradizione delle ballads irlandesi cantate nelle taverne la sera dopo una battaglia. O con i blues registrati in fretta nel Sud degli Stati Uniti tra gli anni Trenta e i Cinquanta, quando un cantante aveva bisogno di fissare su disco un’ingiustizia prima che il mondo se ne dimenticasse. Non si giudicano con i parametri dell’opera lirica. Si giudicano con quelli della necessità. E in questo l’inverno 2026 è generoso: la necessità, purtroppo, non manca.

Bruce Springsteen ha sempre fatto del rapporto tra musica e coscienza civile il cardine della sua carriera. Da “Born in the U.S.A.” a “American Skin (41 Shots)”, il Boss ha costruito decenni di canzoni che raccontano l’America senza abbellirla. Ma quello che fa a fine gennaio 2026 ha qualcosa di quasi miracoloso nella sua urgenza. Il 17 gennaio, mentre si esibisce al Light of Day Winterfest a Red Bank, nel New Jersey, dedica “The Promised Land” a Renée Good. Il 24 gennaio, poche ore dopo la notizia della morte di Alex Pretti, si siede e scrive. Il 27 registra. Il 28 pubblica. “Ho scritto questa canzone sabato, l’ho registrata ieri e la pubblico oggi in risposta al terrore di Stato che si sta abbattendo sulla città di Minneapolis”, scrive su Facebook. “È dedicata al popolo di Minneapolis, ai nostri innocenti vicini immigrati e alla memoria di Alex Pretti e Renée Good.”

“Streets of Minneapolis” è una canzone rock a tutto spettro, con l’E Street Band a fare da coro e la voce rauca e indignata di Springsteen che attacca “King Trump” e i suoi “federal thugs”. Il titolo richiama esplicitamente “Streets of Philadelphia”, la canzone che nel 1993 Springsteen scrisse per il film di Jonathan Demme dedicato alla crisi dell’AIDS. Una scelta non casuale: ancora una volta, il rock si piazza accanto agli ultimi, accanto a chi muore mentre l’America guarda dall’altra parte. Il 30 gennaio è sul palco del First Avenue di Minneapolis — il leggendario club dove Prince aveva costruito la propria leggenda — insieme a Tom Morello per un concerto di solidarietà il cui ricavato va interamente alle famiglie delle vittime. È la prima volta in assoluto che Springsteen suona al First Avenue.

E l’escalation continua. Pochi giorni fa Springsteen ha annunciato il “Land of Hope and Dreams American Tour”, venti date tra fine marzo e fine maggio 2026. Il tour — che nasce come continuazione della fortunata tappa europea del 2025, anch’essa già esplicitamente politica — parte il 31 marzo dal Target Center di Minneapolis e si chiude il 27 maggio al Nationals Park di Washington D.C., a due passi dalla Casa Bianca. La scelta del routing è già di per sé un manifesto: iniziare da Minneapolis significa riconoscere pubblicamente e simbolicamente quella città come il punto d’origine di qualcosa. “Fratelli e sorelle, fan, amici e brava gente da costa a costa, stiamo vivendo tempi bui, inquietanti e pericolosi — ma non disperate”, ha detto Springsteen nel video di annuncio pubblicato sui social. “La cavalleria sta arrivando. Suoneremo in difesa dell’America, della democrazia americana, della libertà americana, della nostra Costituzione.” Le parole che ha aggiunto in seguito — “se credi nel potere della legge e che nessuno stia al di sopra di essa, se ti opponi a truppe federali armate e mascherate che invadono una città americana usando tattiche gestapo contro i nostri concittadini” — non lasciano molti dubbi su quale sia la posta in gioco, agli occhi del Boss. L’amministrazione Trump ha risposto prevedendo che il tour farà flop. I biglietti in vendita da ieri, probabilmente andranno a ruba.

Se Springsteen reagisce con la rapidità di un cronista sul campo, gli U2 fanno qualcosa di più ambizioso e, per certi versi, più sconcertante: costruiscono una mappa del dolore planetario. “Days of Ash”, pubblicato a sorpresa il 19 febbraio 2026, è il loro primo EP di materiale completamente inedito dal lontano 1979. Non esce con comunicati stampa preparati settimane prima, non arriva preceduto da trailer e campagne social. Compare all’improvviso sulle piattaforme digitali, mentre il loro amico storico Dave Fanning interrompe la programmazione regolare di RTE 2FM e inizia a suonare i brani uno dopo l’altro, come se stesse dando una notizia urgente.

La data di uscita non è casuale: il 19 febbraio è il Mercoledì delle Ceneri. Nella liturgia cristiana è il giorno del lutto e della riflessione, quello in cui si porta il segno della cenere sulla fronte — “Ricordati che sei polvere e in polvere ritornerai”. Ma è anche, come la band stessa sottolinea, il giorno che segue il Carnevale: il momento in cui, finita la festa, bisogna fare i conti con la realtà. Il titolo “Days of Ash” non è solo poetico: è una dichiarazione di intenti. Il tempo della danza è finito.

L’EP comprende sei tracce — cinque canzoni inedite e una poesia musicata — ciascuna delle quali affronta un conflitto o un’ingiustizia diversa. Ed è qui che la dimensione “impeto locale” di Springsteen lascia il posto a qualcosa di più sistematico e programmatico: gli U2 non scrivono di Minneapolis soltanto, scrivono del mondo. Minneapolis diventa un capitolo dentro una narrazione più ampia, un punto in una costellazione di dolori contemporanei che la band sente il bisogno di nominare tutti, uno per uno, senza lasciarne indietro nessuno.

“American Obituary”, la traccia di apertura, è dedicata a Renée Good. Il testo di Bono è tagliente e diretto: la famiglia di Good ha dichiarato che Renée ne sarebbe stata profondamente commossa. Musicalmente il brano non è la U2 degli stadi e dei panorami sonori epici — è qualcosa di più grezzo, più urgente, con chitarre che tagliano, che rimanda alla furia di “Sunday Bloody Sunday” ma con un impasto sonoro più rabbiosa, quasi punk. “Song of the Future” è dedicata a Sarina Esmailzadeh, la sedicenne iraniana che nel 2022 prese parte al movimento Donna, Vita, Libertà e fu picchiata a morte dalle forze di sicurezza del regime, che tentarono di spacciare la sua morte per suicidio. “One Life at a Time” porta il nome di Awdah Hathaleen, padre palestinese di tre figli, consulente del documentario “No Other Land” premiato con l’Oscar, ucciso nel luglio 2025 nel suo villaggio in Cisgiordania da un colono israeliano. Il titolo rovescia le parole pronunciate al suo funerale da uno dei registi del film: i palestinesi vengono “cancellati un’esistenza alla volta”. Gli U2 trasformano quella frase di disperazione in un atto di speranza, quasi di sfida. “Yours Eternally” guarda all’Ucraina, scritta nella forma di una lettera di un soldato al fronte, con la presenza in voce di Taras Topolia, musicista ucraino che nel 2022 Bono e The Edge avevano incontrato nelle gallerie della metropolitana di Kyiv, dove si erano rifugiati civili e combattenti. Topolia non ha lasciato l’esercito. “Wildpeace”, infine, è la poesia del poeta israeliano Yehuda Amichai, messa in musica e letta dalla musicista nigeriana Adeola delle Les Amazones d’Afrique.

In questo ultimo brano — e nel modo in cui la band ha scelto di presentarlo — sta tutta la complessità intellettuale e politica di “Days of Ash”. Nello stesso comunicato in cui annunciano l’EP, Bono scrive parole che in qualsiasi altra stagione avrebbero scatenato un ciclone mediatico: “La violenza, l’omicidio e il rapimento di israeliani il 7 ottobre era il male. Ma la legittima difesa non può giustificare la brutale risposta di Netanyahu.” È la postura di chi non vuole semplificare, anche quando semplificare sarebbe molto più comodo. E la scelta di chiudere l’EP con la voce di un poeta israeliano è un gesto che dice: la complessità non è il problema, è la soluzione. Anche la storica fanzine della band, Propaganda, esce di nuovo in formato digitale per la prima volta dal 1986 proprio per accompagnare l’uscita dell’EP: un gesto che segnala quanto la band consideri questo momento eccezionale.

Springsteen e gli U2 sono i nomi più grandi, ma tutt’altro che gli unici di questa stagione. Billy Bragg pubblica “City of Heroes” il giorno dopo la morte di Pretti. I Dropkick Murphys tirano fuori “Citizen I.C.E.” con una tempistica impeccabile. Lucinda Williams pubblica “World’s Gone Wrong”. Jesse Welles, cantautore folk che su TikTok conta decine di milioni di fan, con la sua “Join ICE” — satira brutale e surreale sulle operazioni dell’ICE — raggiunge angoli di America che nessuna delle altre canzoni avrebbe toccato. E poi Bad Bunny che, ritirando un premio ai Grammy, dedica la vittoria alla causa davanti a milioni di telespettatori. Il pop latino, il punk, il folk, il rock classico: tutto converge su Minneapolis.

C’è chi, negli ultimi anni, aveva scritto l’epitaffio della canzone di protesta. Troppo nichilismo, troppo individualismo, troppa musica fatta per algoritmi e playlist. Minneapolis smentisce tutto questo. O forse rivela semplicemente che quella tradizione era solo sopita, in attesa — come sempre — di un evento abbastanza grave da svegliarla. Tom Morello ha sintetizzato quello che molti artisti sembrano pensare: “Il rock and roll è un’arte che ribalta i tavoli. È ora di ribaltarli di nuovo.”

Le canzoni nate intorno a Minneapolis non cambieranno da sole il corso della storia. Non lo ha mai fatto nessuna canzone, da sola. Ma registrano, testimoniano, consegnano alla memoria collettiva i nomi di Renée Good, di Alex Pretti, di Sarina Esmailzadeh, di Awdah Hathaleen. Fanno esattamente quello che la musica ha sempre fatto nei momenti in cui il linguaggio ordinario non basta: trovano le parole che restano. E in questo — non nella perfezione formale, non nell’originalità melodica — sta il loro valore autentico.

Commenti

Devi fare login per commentare

Accedi

Gli Stati Generali è anche piattaforma di giornalismo partecipativo

Vuoi collaborare ?

Newsletter

Ti sei registrato con successo alla newsletter de Gli Stati Generali, controlla la tua mail per completare la registrazione.