Memoria e Futuro
The gilded age
Donald Trump, in caso di una sua elezione lo scorso anno, aveva promesso una nuova età dell’oro per gli Stati Uniti. E in effetti questa promessa l’ha mantenuta: da quando è tornato alla Casa Bianca, l’oro ha sfondato i 5.000 dollari l’oncia con un balzo del 65%, mentre gli investitori di tutto il mondo convertono freneticamente i dollari in metalli preziosi per sfuggire al “rischio politico” americano. Una nuova età dell’oro, letteralmente – solo che invece di arricchire gli americani, arricchisce chi scommette contro l’America.
A dieci mesi dalle elezioni di medio termine americane del novembre 2026, l’amministrazione Trump presenta tutti i sintomi di una presidenza in crisi. Le operazioni federali ICE a Minneapolis dovevano rappresentare il trionfo della linea dura sull’immigrazione. Invece si sono trasformate in un boomerang politico devastante. Due sparatorie fatali in poche settimane hanno ucciso cittadini americani: prima l’infermiera Renee Good, poi il collega Alex Pretti. Le proteste di massa hanno coinvolto decine di migliaia di manifestanti, con critiche bipartisan che hanno travolto l’amministrazione.
La risposta della Casa Bianca ha certificato il panico: Trump ha inviato il suo “zar del confine” Tom Homan a Minneapolis, cacciando di fatto il comandante locale Gregory Bovino. Un intervento d’emergenza che ammette implicitamente il fallimento dell’operazione. Le immagini di agenti federali che sparano a infermieri americani hanno incrinato la narrazione che le operazioni colpiscono solo “criminali illegali”, mostrando invece un’escalation di violenza governativa contro cittadini comuni.
Il conto politico è pesante: l’approvazione di Trump sull’immigrazione è crollata dal 49% di marzo 2025 al 38% di gennaio 2026. Undici punti persi sul tema che doveva garantirgli consenso incondizionato dalla base. Minneapolis ha dimostrato che l’elettorato moderato non accetta la violenza indiscriminata, nemmeno quando mascherata da operazioni di sicurezza.
I dati aggregati dei principali sondaggi sono inequivocabili. L’approvazione complessiva di Trump oscilla tra il 39% e il 42%, con disapprovazione oltre il 55%. Ma è l’analisi settoriale a rivelare la portata della crisi. Sull’economia Trump ottiene il 37% di approvazione contro il 62% di disapprovazione. Oltre la metà degli americani ritiene che la situazione economica sia peggiorata da quando è in carica. In politica estera il 37% approva, il 56% disapprova – il livello più basso del suo secondo mandato.
Il “generic ballot” mostra i democratici in vantaggio di 14 punti (55%-41%), il margine più ampio dal 2017. Tra gli indipendenti, i democratici conducono con 33 punti di vantaggio. Storicamente, presidenti con questi numeri perdono 30-40 seggi alla Camera nelle midterm.
Minacciare l’uso della forza militare contro la Danimarca per acquisire la Groenlandia ha prodotto una frattura transatlantica senza precedenti. L’86% degli americani si oppone all’acquisizione militare, il 55% persino a un acquisto pacifico. I mercati finanziari confermano il giudizio negativo. L’oro ha sfondato i 5.000 dollari l’oncia (+65% nel 2025), l’argento ha superato i 100 dollari (+150%). Gli analisti identificano unanimemente le politiche di Trump come catalizzatore della fuga verso i beni rifugio. Il dollaro ha toccato i minimi di quattro mesi mentre gli investitori stranieri ritirano capitali dagli USA per “rischi politici”. La Cina aumenta le riserve auree per il quattordicesimo mese consecutivo.
L’indagine penale contro Jerome Powell della Federal Reserve ha completato il quadro. L’attacco all’indipendenza della Fed ha spinto dodici banchieri centrali globali a emettere una dichiarazione di solidarietà con Powell. Il giorno dell’annuncio l’oro è balzato oltre l’1%.
Con numeri così devastanti, perché Trump non è politicamente morto? La risposta sta nell’incapacità cronica dei democratici (finora) di tradurre il malcontento in alternativa credibile. Gli elettori si fidano ancora più dei repubblicani che dei democratici su economia, criminalità e immigrazione. Il partito democratico è afflitto da leadership debole e contestata, divisioni profonde tra moderati e progressisti, assenza di un candidato presidenziale unificante per il 2028. I democratici cercano disperatamente candidati locali capaci di prendere le distanze dal marchio nazionale percepito negativamente. Potrebbero vincere la Camera nel 2026, ma serve che tutto vada perfettamente e che 14 collegi uninominali vengano strappati ai repubblicani.
La dinamica si ripete identica in Italia. Giorgia Meloni governa con Fratelli d’Italia oltre il 30% nei sondaggi, ma nelle ultime settimane i rapporti tra lei e i partner di coalizione non sono stati segnati al bello e anche i dati economici generali non sembrano dare ottime prospettive alla coalizione che governa il paese da tre anni. Il centrosinistra presenta gli stessi sintomi: frammentazione, litigi sulle alleanze, incapacità di individuare una leadership condivisa. I sondaggi mostrano che solo Giuseppe Conte riuscirebbe a impensierire Meloni in un confronto diretto (50,1% contro 49,9%), ma il campo largo resta diviso su chi debba guidarlo.
Il risultato è che “a queste condizioni Giorgia Meloni è destinata a vincere sempre”, perché le opposizioni l’hanno resa invincibile con le loro divisioni. Simulazioni tecniche mostrano che senza Azione (3,3%) il centrosinistra perderebbe per 28 seggi alla Camera, nonostante il campo largo raggiunga il 46,5% contro il 46,9% del centrodestra. Serve anche in Italia, paradossalmente che vari collegi uninominali vengano strappati al centrodestra perché tutto funzioni.
La lezione di entrambe le parti dell’Atlantico è inquietante: nelle democrazie frammentate vincere non è più conquistare il consenso maggioritario, ma impedire che le opposizioni si aggreghino. Trump ha un’approvazione netta di -12 punti. Meloni alle Europee 2024 ha preso meno del 30% e alle regionali dello scorso anno risultati non lusinghieri. Eppure entrambi governano o potrebbero continuare a farlo.
Non perché siano imbattibili, ma perché le opposizioni hanno deciso di battersi da sole. Fino a quando i democratici americani resteranno divisi tra progressisti e moderati, e il centrosinistra italiano continuerà a litigare tra Schlein, Conte, Renzi e Calenda che corteggia ora il centrosinistra ora Forza Italia senza sapere dove stare, la sconfitta sarà una profezia che si autoavvera.
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