Cosa vi siete persi
Un falegname per due
Nicolas Cage nei panni di San Giuseppe in un film horror. Già questo attacco del pezzo dovrebbe farvi capire che ci muoviamo su terreni scivolosi. Ma non è uno scherzo, e neanche un fan film di quelli che si vedono sui social prodotti dall’IA: è “The Carpenter’s Son” di Lotfy Nathan, opera che ha scatenato polemiche feroci ancora prima dell’uscita nelle sale americane a novembre scorso. Non sappiamo ancora se uscirà nel nostro paese, e in che formato, ma noi abbiamo avuto modo di vederlo in anteprima e possiamo dire che non siamo d’accordo con il disgusto che ha accompagnato l’uscita del film negli States. Accuse di blasfemia, recensioni devastanti su Google da spettatori che non l’hanno nemmeno visto, e una critica che ha oscillato tra il fascino per l’audacia e lo sconforto per il risultato finale. Ma forse tutti hanno sbagliato bersaglio.
Il film di Nathan si ispira al Vangelo apocrifo dell’Infanzia di Tommaso, testi eretici del II-III secolo che raccontavano un Gesù bambino capace di uccidere e resuscitare le persone quando si arrabbiava. In “The Carpenter’s Son”, il giovane Gesù (Noah Jupe) è un adolescente tormentato che scopre poteri terrificanti mentre la famiglia si nasconde in un villaggio egiziano. Giuseppe (Cage) è un padre puritano e paranoico, ossessionato dal rifuggire le tentazioni del maligno. Quando una misteriosa e attraente figura – che (surprise, surprise) si rivela essere Satana – cerca di sedurre il ragazzo, il villaggio precipita nel caos tra possessioni, morti misteriose e visioni apocalittiche.
Eppure… fermiamoci un attimo. Al di là dei difetti del film – e ce ne sono parecchi – c’è qualcosa che la critica ha liquidato troppo in fretta: la scelta interpretativa di Cage che, vista con attenzione, potrebbe essere più fedele alla realtà storica ed emotiva di Giuseppe di quanto si voglia ammettere.
Pensiamoci: chi era davvero Giuseppe? Un uomo pio, fedele alla Torah, cresciuto in una società dove le regole erano ferree e la deviazione punita con la lapidazione. Un falegname di Nazareth che si ritrova improvvisamente sposato a una donna incinta che gli racconta di angeli e concepimenti divini. La tradizione patristica lo descrive come “l’uomo giusto” tormentato dal dubbio. Il cardinale Ravasi ci ricorda che Giuseppe si muove “anche nella notte, quando le difficoltà sembrano avere il sopravvento, ed espandersi le tenebre del dubbio, dell’agguato e del terrore”. Origene, nel III secolo, scriveva che Giuseppe riconobbe in Maria “la forza di un miracolo” che lo spaventò.
Il Giuseppe “puritano e paranoico” di Cage, ossessionato dal rifuggire le tentazioni del maligno, non è una caricatura: è un ritratto plausibile di un uomo del I secolo catapultato in una dimensione che supera ogni comprensione umana. La sua recitazione “fuori posto” e “lunatica”, tanto criticata, potrebbe essere esattamente ciò che serve per rappresentare lo smarrimento di chi si trova a fare da padre al Messia senza capirne il senso.
La tradizione iconografica bizantina raffigura Giuseppe “nell’angolo”, rannicchiato, tormentato da una figura misteriosa – il demonio – che gli sussurra: “Come questo bastone non può produrre fronde, così un vecchio come te non può generare, e una vergine non può partorire”. Giuseppe non è sereno. Giuseppe ha paura. Giuseppe dubita. E Cage, con la sua capacità di rendere la fragilità senza cadere nel patetico, potrebbe aver centrato esattamente questo aspetto: un uomo fedele precipitato in un contesto di responsabilità quasi blasfema per lui, che cerca disperatamente di proteggere la sua famiglia mentre il mondo intorno a lui impazzisce.
Il problema non è Cage. Il problema è che “The Carpenter’s Son” ha voluto fare un horror quando bastava fare un dramma psicologico.
Certo, le recensioni sono state spietate. Ma c’è un punto cieco in tutte queste critiche: confondono i difetti del film con quelli dell’interpretazione. Quando Collider scrive che Cage “non si adatta al tono del film”, forse sta involontariamente riconoscendo che l’attore ha capito qualcosa che la regia non ha saputo sviluppare. SlashFilm nota un Giuseppe “pio in modo potenzialmente lunatico” – ed è esattamente così che dovrebbe essere un uomo che accetta l’impossibile per fede, non per comprensione razionale. A me, personalmente, ha spinto a rivedere un piccolo film italiano di qualche decennio fa.
Nel 1993, il cinema italiano aveva tentato un’operazione per certi versi opposta con “Per amore, solo per amore” di Giovanni Veronesi, tratto dal romanzo di Pasquale Festa Campanile. Diego Abatantuono, volto popolare della commedia italiana, si era misurato con lo stesso personaggio in un film che mescolava sacro e profano. Il risultato? Due David di Donatello e un Nastro d’Argento.
Il Giuseppe di Abatantuono è un uomo di carne: “passionale e focoso”, “scapolo attempato, frequentatore di vedove da consolare, assiduo cliente di bordelli”, come recita la sinossi ufficiale. Bestemmia (con rispetto), litiga, sogna di viaggiare per il mondo. Quando Maria gli annuncia la gravidanza, non gli appare nessun angelo rassicurante. Accetta tutto “solo per amore”.
Il film vive di momenti carnali ed emotivi: Giuseppe che si ubriaca, che cerca disperatamente di “far innamorare nuovamente” Maria, che frequenta la cortigiana Dorotea a Tolemaide. La critica dell’epoca lo ha apprezzato per la sua capacità di umanizzare il sacro con “affetto e tenerezza”. Un recensore ha scritto: “Un uomo vero, con difetti e grandezza, capace di far ridere e commuovere”.
Ma ecco il punto: questo Giuseppe così umano, così carnale, così moderno nella sua sessualità esplicita, è davvero più fedele alla verità “storica”? O è semplicemente più rassicurante per noi spettatori del XXI secolo che preferiamo vedere un uomo normale costretto a fare qualcosa di straordinario, piuttosto che un uomo pio straziato dalla paura di non essere all’altezza di un compito divino?
Il Giuseppe di Veronesi è, nelle parole della critica, “un modo diverso di concepire la vita di Giuseppe e Maria vista da un punto di vista umano anziché religioso”. Il film funziona come commedia romantica ambientata nell’antichità. Ma svuota Giuseppe della sua dimensione spirituale per renderlo più accessibile. Il falegname che frequenta bordelli e consola vedove è narrativamente più facile da digerire del puritano ossessionato dal peccato.
Dove sta davvero la differenza tra i due film? Non nella qualità (che favorisce nettamente Veronesi), ma nell’approccio teologico ed emotivo.
“Per amore, solo per amore” racconta un Giuseppe che ha paura dell’abbandono, della perdita, del dolore umano. È la paura dell’uomo che ama una donna e teme di perderla. Abatantuono s’infuria, si ubriaca, cerca di riconquistare Maria – sono tutti gesti comprensibili, umani, laici. Il film riesce perché non pretende di essere religioso: è una storia d’amore ambientata in un contesto biblico.
“The Carpenter’s Son” prova a raccontare un Giuseppe che ha paura di Dio, del sacro, della responsabilità impossibile. È la paura dell’uomo di fede ebraica che si trova faccia a faccia con il mistero e non sa se sopravviverà psicologicamente all’incontro. Cage cerca di rendere questa angoscia esistenziale, ma il film collassa sotto il peso delle proprie ambizioni horror.
Entrambi i Giuseppe sono spaventati, ma di cose diverse. Quello di Abatantuono teme le conseguenze umane di una scelta che non capisce. Quello di Cage teme le implicazioni divine di un destino che non ha scelto. Il primo è più cinematografico, il secondo più teologicamente interessante.
La critica ha preferito il primo perché è più facile empatizzare con un uomo che soffre per amore che con un uomo che soffre per fede. Ma forse è proprio questo il punto: Giuseppe di Nazareth non era un protagonista di commedia romantica. Era un uomo pio del I secolo, probabilmente più vicino al puritano ossessionato di Cage che allo scapolo gaudente di Abatantuono.
Se dovessimo scegliere quale film funziona meglio, la risposta è ovvia: “Per amore, solo per amore” è un’opera compiuta, mentre “The Carpenter’s Son” è un bel disastro. Ma se dovessimo scegliere quale Giuseppe è più vicino alla realtà storica e spirituale, la risposta diventa molto più complicata.
Il Giuseppe di Abatantuono è un successo cinematografico perché riduce il mistero a dimensioni umane. Ci fa ridere, commuovere, identificare. Ma forse perde qualcosa di essenziale nel processo: quella dimensione di terrore sacro che doveva attraversare un uomo di fede improvvisamente chiamato a fare da padre al Messia.
Il Giuseppe di Cage è un fallimento cinematografico perché cerca di rendere visibile l’invisibile, di dare forma drammatica alla paura metafisica. Ma proprio in quel fallimento c’è qualcosa di onesto: l’ammissione che rappresentare Giuseppe come “uomo giusto” non significa necessariamente farne un eroe sereno, ma forse proprio il contrario – un uomo straziato dal dubbio che sceglie comunque di obbedire.
Forse il Giuseppe “vero” sta da qualche parte nel mezzo: non così carnale come lo vuole Veronesi, non così isterico come lo rende Nathan. Un uomo normale chiamato a un compito abnorme, che lo accetta non perché lo capisce, ma perché la fede – quella vera, terrorizzata, notturna – glielo impone.
Non sappiamo chi abbia ragione. Ma sappiamo che entrambi hanno provato a fare qualcosa di impossibile: dare un volto e un’anima a un uomo di cui i Vangeli non riportano una sola parola, ma che ha detto tutto con il suo stare, il suo restare, il suo silenzio terrorizzato e fedele.
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