Memoria e Futuro

Un futuro già visto

di Marco Di Salvo 4 Febbraio 2026

L’uscita di Roberto Vannacci dalla Lega per fondare un proprio movimento politico ha scatenato un prevedibile polverone mediatico, con analisti e commentatori pronti a descriverla come un evento “senza precedenti” o una “svolta epocale” per il centrodestra italiano. La realtà è ben diversa: la storia recente della destra italiana è costellata di scissioni, fughe e tentativi di creare formazioni alternative che, nella stragrande maggioranza dei casi, si sono rivelati fallimenti politici più o meno clamorosi.

Dipingere l’operazione Vannacci come una novità assoluta non è solo storicamente scorretto, ma rappresenta anche un modo per gonfiare artificialmente le aspettative su un’iniziativa che, seguendo i precedenti, ha scarse probabilità di successo duraturo. Basta scorrere gli ultimi trent’anni per rendersi conto di quante volte abbiamo già assistito a questa sceneggiatura.

Anche la Lega, il partito da cui oggi si stacca Vannacci, ha una lunga storia di emorragie interne. Tuttavia, esiste una differenza fondamentale tra le scissioni passate del Carroccio e quella attuale. Le fuoriuscite storiche dalla Lega erano quasi sempre legate al tradimento del progetto federalista o indipendentista: parlamentari e dirigenti che si sentivano traditi dalla linea troppo compromissoria di Bossi nei confronti di Roma, dall’abbandono della Padania come priorità, dalla deriva nazionalista. La più significativa di queste emorragie avvenne nel 1994-1995, quando ben 57 parlamentari leghisti abbandonarono Bossi per seguire Berlusconi dopo la rottura del primo governo di centrodestra. Quegli eletti si sentivano traditi dalla svolta secessionista del “Senatur” e preferirono rimanere nell’alveo del centrodestra governista piuttosto che seguire la deriva padana.

L’uscita di Vannacci segna invece una rottura completamente diversa: non è motivata da un presunto tradimento del federalismo o dell’indipendentismo settentrionale, ma si posiziona sull’estrema destra identitaria e culturale. È una scissione che non guarda al Nord contro Roma, ma che cavalca temi come l’immigrazione, il politicamente scorretto, l’antisistema, la critica ai valori progressisti. Una differenza sostanziale che rende questa operazione più simile alle scissioni che hanno caratterizzato la storia della destra post-fascista che non a quelle tradizionali del leghismo.

Ed è proprio guardando a queste scissioni della destra che si comprende quanto alta sia la probabilità di fallimento. Il caso più emblematico è quello della Fiamma Tricolore, fondata da Pino Rauti nel marzo 1995 dopo la “svolta di Fiuggi” con cui Gianfranco Fini trasformò il Movimento Sociale Italiano in Alleanza Nazionale. Rauti e i suoi seguaci rifiutarono quello che consideravano un tradimento delle radici neofasciste del partito e diedero vita a un movimento che avrebbe dovuto rappresentare la vera continuità con il MSI. Nonostante le premesse e una base ideologica consolidata, la Fiamma Tricolore non riuscì mai a superare marginalmente il 2% dei consensi, rimanendo una formazione di nicchia che alle elezioni del 2008, in alleanza con La Destra di Francesco Storace, ottenne un misero 2,4% senza eleggere alcun parlamentare.

Proprio Francesco Storace rappresenta un altro caso istruttivo. Nel novembre 2007, dopo anni di crescente insofferenza verso la leadership moderata di Fini in Alleanza Nazionale, Storace abbandonò il partito per fondare La Destra. Si trattava di un politico di peso: ex presidente della Regione Lazio, ex ministro della Salute, senatore, volto noto e abile comunicatore. La sua corrente interna ad AN, identificata con il nome “D-Destra”, rappresentava l’anima sociale della destra italiana. Eppure, nonostante il profilo del fondatore e l’apparente spazio politico per una destra più radicale rispetto alla linea finiana, il progetto si rivelò un fallimento. Alle elezioni politiche del 2008 La Destra non ottenne alcun seggio parlamentare. Nel 2013, dopo essersi riavvicinata al centrodestra, la formazione raccolse appena lo 0,64% alla Camera e lo 0,72% al Senato, sancendo definitivamente la sua irrilevanza elettorale.

E arriviamo al caso più clamoroso, Gianfranco Fini e Futuro e Libertà nel 2010. L’allora presidente della Camera, figura di primo piano del centrodestra e cofondatore del Pdl insieme a Berlusconi, decise di rompere con il Cavaliere dando vita a un nuovo soggetto politico che avrebbe dovuto rappresentare una destra moderna, europeista e liberale. Le premesse sembravano solide: Fini aveva esperienza, visibilità mediatica, una storia politica di rilievo e portava con sé parlamentari e amministratori. Eppure, nel giro di pochi anni, FLI si sgonfiò completamente, incapace di radicarsi nel territorio e di intercettare un consenso significativo. Alle elezioni del 2013 il partito ottenne un misero 0,46%, sancendo la fine politica di quello che era stato uno dei leader storici della destra italiana.

Non è andata meglio a Raffaele Fitto, che nel 2013 fondò Direzione Italia dopo aver lasciato il Pdl. Anche in questo caso, un politico di peso e con una solida base regionale in Puglia tentò la carta dell’autonomia, ma i risultati furono deludenti. Il progetto si esaurì rapidamente e Fitto tornò nell’alveo del centrodestra tradizionale, confluendo prima in Forza Italia e poi in Fratelli d’Italia.

Più recentemente, nel 2015, fu il turno di Denis Verdini con Ala-Alleanza Liberalpopolare Autonomie. Verdini, considerato uno dei maggiori strateghi politici del berlusconismo, uscì da Forza Italia nel tentativo di creare uno spazio centrista di raccordo con il governo Renzi. Anche qui, nonostante le capacità politiche del fondatore e il tentativo di occupare una nicchia specifica, il progetto naufragò miseramente senza lasciare traccia significativa.

Giovanni Toti rappresenta un caso più articolato ma ugualmente istruttivo. Nel 2019 lanciò Cambiamo!, uscendo dalla galassia forzista per costruire un movimento che potesse rinnovare il centrodestra. Forte della sua posizione di governatore della Liguria, Toti sembrò per qualche tempo poter effettivamente creare un soggetto competitivo. Tuttavia, anche questa esperienza non ha prodotto i risultati sperati a livello nazionale, rimanendo sostanzialmente confinata a una dimensione locale e satellite rispetto ai partiti maggiori della coalizione.

Cosa accomuna tutti questi fallimenti? Innanzitutto, l’illusione che la visibilità mediatica o il prestigio personale del fondatore possano sostituire un radicamento territoriale costruito nel tempo. In secondo luogo, la difficoltà di trovare uno spazio politico realmente autonomo in un sistema dove i partiti maggiori del centrodestra tendono a saturare tutte le possibili nicchie ideologiche, dal liberalismo al conservatorismo sociale, dal sovranismo all’atlantismo.

Vannacci parte inoltre con limiti strutturali evidenti: non ha esperienza amministrativa, non ha costruito un’organizzazione sul territorio, non ha un programma politico articolato al di là di posizioni identitarie e provocatorie che possono generare consenso momentaneo ma difficilmente si traducono in progetto di governo credibile. La sua popolarità deriva principalmente da un libro che ha cavalcato il sentimento antisistema e le insofferenze verso il politicamente corretto, ma questo capitale simbolico è estremamente volatile e difficile da trasformare in struttura politica duratura.

Presentare l’uscita di Vannacci come un evento inedito significa quindi ignorare sistematicamente i precedenti, creando un’aspettativa sovradimensionata rispetto alle reali possibilità di successo. È un errore che si ripete ciclicamente: ogni volta che un personaggio con un certo seguito decide di mettersi in proprio, i riflettori si accendono, le previsioni si moltiplicano, si parla di “terremoto politico”. Poi arrivano le elezioni, i numeri ridimensionano ogni entusiasmo e il nuovo soggetto politico finisce nell’oblio o nell’assorbimento da parte di formazioni più grandi.

La storia del centrodestra italiano non è affatto immune alle scissioni competitive, anzi ne è piena. Semplicemente, quasi nessuna di queste ha prodotto risultati duraturi. Vannacci dovrà confrontarsi con questa eredità ingombrante, e le probabilità che il suo destino sia diverso da quello di Rauti, Storace, Fini, Fitto, Verdini o Toti appaiono, francamente, piuttosto scarse.

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