Memoria e Futuro
Un uomo d’onore
Si sa, viviamo nell’era dell’immagine. Tutto è comunicazione, apparenza, narrazione. La reputazione si costruisce e si distrugge in un tweet, in un titolo di giornale, in una dichiarazione ai microfoni. C’è chi si questo ha fatto un mestiere e continua a profittare, nonostante condanne passate in giudicato. In questa società dell’istante e del giudizio immediato, c’è sempre meno spazio per ciò che una volta chiamavamo “onore” — quella cosa antica, faticosa, testarda che ti porta a batterti per decenni pur di difendere il tuo nome, anche quando ormai a nessuno importa più.
La storia di Bruno Contrada è la storia di questa confusione tragica tra credibilità e immagine, tra verità processuale e verità mediatica, tra l’uomo che combatte per la sua dignità e la società che ha già archiviato il suo caso nel cassetto delle certezze inappellabili.
Poche settimane fa ancora, il nome di Contrada è riapparso nelle cronache in relazione all’inchiesta sull’omicidio di Piersanti Mattarella, dopo l’arresto dell’ex prefetto Filippo Piritore per depistaggio. Contrada oggi ha 94 anni. Novantaquattro anni di cui più di trenta passati a combattere contro un’accusa che la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha definito illegittima nel 2015, stabilendo che fu condannato per un reato che all’epoca dei fatti non era sufficientemente chiaro. Intervistato dall’Adnkronos, ha dichiarato: “In 45 anni, da quando è stato ucciso Piersanti Mattarella, non ho mai sentito parlare di questo guanto. Mai”. Ma chi ascolta ancora le sue parole? Chi ha tempo, nell’Italia del 2026, di ricostruire una vicenda così complessa, così piena di ombre e controsensi?
Bruno Contrada è stato capo della Squadra Mobile di Palermo negli anni di piombo della mafia. Ha lavorato al fianco di Boris Giuliano, assassinato nel 1979. Ha indagato sulla scomparsa del giornalista Mauro De Mauro e sull’omicidio di Piersanti Mattarella. È salito ai vertici del SISDE. Ha ricevuto encomi da Giovanni Falcone. 142 testimoni tra capi della Polizia, prefetti, questori e direttori dei servizi segreti hanno testimoniato a suo favore. Eppure è stato arrestato il 24 dicembre 1992, condannato, assolto, ricondannato, incarcerato, rilasciato, reintegrato, risarcito — in un ping-pong giudiziario durato trent’anni che ha consumato la sua vita e la sua reputazione.
C’è qualcosa di drammaticamente anacronistico nella figura di Contrada. È un uomo d’onore nel senso antico, non mafioso, del termine — uno che non si arrende, che non accetta il compromesso, che continua a battersi per dimostrare la propria innocenza anche quando tutti gli suggeriscono di lasciar perdere, di godersi la pensione, di accettare che la battaglia è persa. Ed è proprio qui che si annida una delle confusioni più pericolose degli ultimi cinquant’anni: quella parola, “onore”, è stata sequestrata dall’immaginario mafioso attraverso film e serie televisive che ne hanno fatto una versione distorta, tossica, romanticizzata. Il Padrino, Gomorra, Romanzo Criminale hanno propagandato un codice d’onore fatto di omertà, vendetta, fedeltà al clan, sangue che lava il sangue. Un onore che è in realtà il suo opposto: disonore mascherato da nobiltà, vigliaccheria travestita da coraggio, sopraffazione spacciata per rispetto, spesso mimata dai soggetti di cui parlavamo sopra e che ciclicamente ripropongono il loro teatrino fatto di rivelazioni e simbologie paramafiose ,da duro, tatuaggi compresi. L’onore vero — quello di chi difende il proprio nome davanti alla legge, alla società, alla storia — è un’altra cosa. È trasparenza contro opacità, verità contro silenzio, dignità personale contro appartenenza criminale. Ma nella confusione mediatica contemporanea, dove i boss mafiosi diventano antieroi da binge-watching, questa distinzione si è smarrita. E così un uomo che ha passato la vita a combattere la mafia si ritrova a dover difendere paradossalmente anche il significato stesso della parola “onore” che rivendica. Nel giugno 2023, la Cassazione ha confermato definitivamente il risarcimento di 285.342 euro per ingiusta detenzione. Una cifra che dovrebbe rappresentare un risarcimento per otto anni tra carcere e domiciliari. Quanto valgono otto anni di vita? E quanto trent’anni sulle pagine dei giornali? Quanto vale il nome di un uomo trascinato nel fango dai media? Quanto valgono le parole “condannato per mafia” accostate per sempre al tuo cognome, anche dopo che Strasburgo ha detto che quella condanna era illegittima?
Il problema non è se Contrada sia colpevole o innocente — problema su cui i tribunali si sono arrovellati per tre decenni producendo sentenze contraddittorie. Il problema è che nella società dell’immagine non c’è spazio per la complessità, per il dubbio, per la riabilitazione vera. Contrada può essere stato assolto dalla Corte Europea, può essere stato reintegrato nella Polizia di Stato, può aver ottenuto il risarcimento per ingiusta detenzione — ma ogni volta che il suo nome appare sui giornali, l’etichetta è sempre la stessa: “ex numero due del Sisde condannato per concorso esterno in associazione mafiosa”. Non importa che quella condanna sia stata dichiarata “ineseguibile e improduttiva di effetti penali”. Non importa che la Corte Europea abbia stabilito la violazione del principio di legalità. L’immagine è più forte della verità processuale. La narrazione prevale sui fatti.
Trent’anni. Più di trent’anni che quest’uomo batte i pugni per difendere il suo onore. Mentre il mondo intorno a lui correva verso l’era dei social media, dell’informazione istantanea, del processo mediatico che si conclude prima di quello reale, Contrada è rimasto fermo nella sua battaglia anacronistica per la verità. La storia di Bruno Contrada ci ricorda qualcosa che abbiamo dimenticato nella nostra ossessione per l’immagine: che l’onore non è reputazione. La reputazione è ciò che gli altri pensano di te. L’onore è ciò che tu sai di essere.
In una società dove tutto è spettacolo, dove la verità è quella che fa più engagement, dove i processi si celebrano sui social prima che nelle aule di tribunale, battersi per il proprio onore è diventato quasi un atto rivoluzionario. O semplicemente folle. Forse Contrada è colpevole di ciò che gli hanno contestato. Forse è innocente. Forse la verità è più complessa di entrambe le ipotesi. Io non lo so con certezza (come i magistrati che lo hanno indagato e giudicato in questi trent’anni) Ma una cosa è certa: quest’uomo ha dedicato più di un terzo della sua vita a difendere qualcosa che la società contemporanea considera superfluo — il proprio nome, la propria dignità, il proprio onore.
A 94 anni, Bruno Contrada continua la sua battaglia. Oggi figura nelle carte della Procura di Palermo per l’inchiesta sull’omicidio Mattarella — ancora una volta chiamato a rispondere, ancora una volta costretto a difendersi, ancora una volta ridotto a una riga nelle cronache giudiziarie. La società dell’immagine ha già emesso il suo verdetto, e quel verdetto non cambierà. Non importano le sentenze europee, i risarcimenti, le reintegrazioni. Nell’era della post-verità, la narrazione è tutto.
Quello che resta è un uomo che continua a battersi. Per cosa? Per chi? Per un’idea di giustizia che forse non esiste più, o forse non è mai esistita. Per un onore che in questa società non ha più alcun valore di mercato. E forse, proprio in questa ostinazione anacronistica, in questa battaglia solitaria contro i mulini a vento della narrazione mediatica, c’è qualcosa di profondamente umano che vale la pena di ricordare — prima che anche questa memoria venga sepolta sotto la valanga incessante di nuove notizie, nuovi scandali, nuove immagini destinate a durare lo spazio di uno scroll.
Perché alla fine, in una società ossessionata dall’immagine, l’unica vera ribellione è continuare a credere che la verità conti ancora qualcosa.
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