Memoria e Futuro

Una vittoria di Giorgia

di Marco Di Salvo 23 Febbraio 2026

Di certo, la sentenza della Corte Suprema americana che ha bocciato i dazi di Trump ha messo Giorgia Meloni in una posizione profondamente imbarazzante. Per la premier, quella che per l’Italia è una vittoria economica (con oltre 175 miliardi di dazi potenzialmente da restituire) si trasforma in una sconfitta politica e strategica di prima grandezza.

L’imbarazzo di Meloni è tangibile e, come dicevamo, si misura innanzitutto nel silenzio. Mentre la Corte Suprema – con sei voti contro tre, inclusi quelli di giudici conservatori – stabiliva che Trump aveva abusato dei suoi poteri, da Palazzo Chigi non è arrivata alcuna dichiarazione ufficiale della premier. Nessun video serale, nessun commento, nessuna rivendicazione. Solo fonti anonime che provano a minimizzare: “Cambierà poco”, “è difficile valutare l’impatto” . Un silenzio assordante che racconta meglio di qualsiasi parola il disagio di chi ha scommesso tutto sul rapporto personale con l’inquilino della Casa Bianca e si ritrova ora a dover gioire per una sentenza che lo umilia.

Il paradosso è totale. La diplomazia italiana ha sempre rivendicato il ruolo di “pontiera” tra Stati Uniti ed Europa, costruito su una presunta sintonia privilegiata con Trump. Ma quando il diritto e la Costituzione americana hanno rimesso le cose a posto, l’Italia ha dovuto assistere in silenzio, incapace di influenzare gli eventi. Alla fine, a difendere gli interessi delle imprese italiane non è stata la tanto decantata amicizia con Washington, ma i giudici americani.

C’è poi un secondo livello di imbarazzo, più profondo e personale. Meloni ha sempre giustificato le politiche commerciali di Trump come negoziato, minimizzato l’impatto dei dazi, promesso interventi miliardari per le imprese che non sono mai arrivati. Ora la magistratura americana definisce quelle stesse politiche “illegali”. Il problema non è solo politico, è narrativo: come si fa a spiegare ai cittadini e agli imprenditori italiani che si era pronti ad accettare come “negoziato” ciò che persino i giudici conservatori americani hanno bollato come abuso di potere?

L’imbarazzo si moltiplica guardando al futuro immediato. Come si fa a stringere la mano a chi ha appena subito una sonora sconfitta giudiziaria proprio sulle politiche che si erano accettate senza fiatare? E come si fa a presentarsi in Europa, dove Francia e Germania accelerano sull’autonomia strategica, con il ruolo di chi ha sempre cercato la mediazione e si ritrova con un pugno di mosche?

La verità è che Meloni è prigioniera di una contraddizione insanabile. Da un lato c’è la necessità di difendere l’interesse nazionale e le esportazioni italiane, che la sentenza della Corte Suprema oggettivamente tutela. Dall’altro c’è l’investimento personale su un rapporto con Trump che oggi appare non solo meno utile del previsto, ma addirittura controproducente. Fonti vicine alla premier avrebbero rivelato nei mesi scorsi un’insofferenza crescente verso i continui cambi di opinione del tycoon, le mosse a sorpresa, la mancanza di consultazione persino sugli attacchi all’Iran. Ma questa insofferenza è sempre rimasta nascosta, inconfessabile.

Ora la sentenza costringe Meloni a uscire allo scoperto. E la scelta di rifugiarsi nel silenzio e nella minimizzazione (“cambierà poco”) è la spia di un disagio profondo. Perché qualsiasi parola sarebbe stata sbagliata: commentare positivamente la sentenza avrebbe significato tradire l’alleato americano; criticarla avrebbe significato schierarsi contro l’interesse nazionale e contro il diritto costituzionale americano. L’unica via possibile è stata quella di non parlare, di attendere che il polverone si calmi, di sperare che l’opinione pubblica dimentichi.

Ma il problema non si risolverà con il silenzio. Perché la sentenza della Corte Suprema racconta una verità scomoda: che l’Italia ha passato mesi a balbettare di fronte ai ricatti commerciali, a giustificare l’ingiustificabile, a sperare che l’amicizia personale potesse sostituire la difesa degli interessi nazionali . E alla fine, a salvare le imprese italiane, non è stata la tanto decantata “pontiera” Meloni, ma i giudici americani.

L’imbarazzo della premier, insomma, è l’imbarazzo di chi ha sbagliato strategia. Di chi ha puntato tutto sul cavallo sbagliato. Di chi si è illusa che l’amicizia con il potente di turno potesse contare più delle regole e delle istituzioni. La Corte Suprema americana, con la sua sentenza, ha ricordato a tutti che nemmeno il presidente degli Stati Uniti è al di sopra della legge. E a Meloni ha ricordato, nel modo più umiliante possibile, che fare gli interessi dell’Italia significa talvolta dover scegliere da che parte stare. Anche a costo di inimicarsi l’amico di turno.

Eppure, nel paradosso di questa vicenda, si cela forse l’unica via d’uscita per Meloni. Perché la sentenza della Corte Suprema, per quanto umiliante per la sua strategia, regala alla premier una possibilità inaspettata: quella di trasformare una vittoria di Pirro in una personale rivendicazione. Nei palazzi della politica romana si sussurra che l’ufficio stampa di Palazzo Chigi stia già lavorando a una contro-narrazione. Il messaggio sarà semplice e spudorato: “Alla fine avevamo ragione noi. La nostra prudenza, il nostro non alimentare lo scontro, ha permesso che fossero le istituzioni americane a fare il loro corso. Abbiamo difeso le imprese italiane senza bruciare i ponti con Washington”. Una ricostruzione che trasforma l’immobilismo in strategia, la subalternità in saggezza, l’imbarazzo in lungimiranza. La domanda è: basterà a coprire il rumore assordante di un telefono rosso rimasto muto per mesi? Forse sì, perché in politica, a volte, vincere è solo questione di saper raccontare le sconfitte. E Meloni, da questo punto di vista, ha sempre dimostrato di saperci fare. Con questo e  l’immobilismo, intendo.

Commenti

Devi fare login per commentare

Accedi

Gli Stati Generali è anche piattaforma di giornalismo partecipativo

Vuoi collaborare ?

Newsletter

Ti sei registrato con successo alla newsletter de Gli Stati Generali, controlla la tua mail per completare la registrazione.