Memoria e Futuro

Un’oscurità abbagliante

di Marco Di Salvo 5 Febbraio 2026

Aveva ragione la testatina del Washington Post di dieci anni fa: “Democracy Dies in Darkness”. Peccato che nessuno avesse previsto che la prima vittima sarebbe stato proprio il Washington Post, e che l’oscurità l’avrebbe calata il suo proprietario miliardario. Dalle due sponde dell’Atlantico, la democrazia sta effettivamente morendo nell’oscurità, ma non per mancanza di giornalisti coraggiosi: per eccesso di miliardari che giocano a fare gli editori con la stessa competenza con cui giocheremmo noi a fare i miliardari.

Jeff Bezos e Leonardo Maria Del Vecchio hanno molto in comune: miliardi di dollari (o euro), ambizioni nell’editoria e una preoccupante tendenza a dimenticare perché i giornali esistono. Uno ha appena fatto a pezzi il Washington Post contemporaneamente all’aver speso 75 milioni di dollari per un documentario su Melania Trump. L’altro è andato in televisione dalla Gruber e ha dimostrato che comprare quote di quotidiani è molto più facile che spiegare perché.

Cominciamo dal capolavoro di Bezos. Il Washington Post ha licenziato un terzo della forza lavoro, oltre 300 giornalisti, chiudendo completamente le sezioni sport e libri. Nel frattempo, Amazon ha speso 40 milioni per acquisire i diritti del documentario su Melania Trump e altri 35 milioni per il marketing — più o meno il costo di un’intera redazione per qualche anno. Melania stessa ha intascato 28 milioni di dollari del compenso. Il film sta facendo un flop colossale, ma poco importa: la vera audience era uno solo, e sedeva già alla Casa Bianca.

La velocità con cui Bezos ha voltato gabbana è stata impressionante. Dopo aver acquisito la testata nel 2013 e aver promesso di non voler entrare in redazione, con una serie di scelte di strategia e dirigenziali culminate nell’aver bloccato l’endorsement a Kamala Harris nel 2024, il Post ha perso più di 250.000 abbonati. Il messaggio è stato chiaro: meglio Trump che il giornalismo. Una vignettista premio Pulitzer si è dimessa dopo che il Post ha censurato una sua vignetta satirica che ritraeva Bezos e altri miliardari inginocchiati davanti a Trump. L’ironia è che aveva ragione: non era satira, era cronaca.

Negli Stati Uniti, dove l’industria editoriale sta collassando come nel nostro paese (con alcune notevoli eccezioni come il New York Times), alcuni miliardi filantropi hanno scelto una strada diversa: dopo averli salvati dal fallimento, donare i giornali a fondazioni per salvaguardarli. Il Philadelphia Inquirer è stato donato al Lenfest Institute con un endowment di 20 milioni di dollari. Chicago Public Media ha acquisito il Chicago Sun-Times con il supporto della MacArthur Foundation. L’idea è semplice: togliere i giornali dalle mani di chi potrebbe avere altri interessi. Bezos ha dimostrato che anche l’uomo più ricco del mondo non può (o non vuole) sostenere un quotidiano quando questo entra in conflitto con i suoi contratti governativi.

Dall’altra parte dell’Atlantico, c’è Leonardo Maria Del Vecchio, 31 anni, 7,5 miliardi di euro ereditati e una missione: salvare l’informazione italiana dai tiktoker. O almeno così ha raccontato a Lilli Gruber nell’intervista più surreale della stagione televisiva italiana.

“Ho notato che le nuove generazioni traggono informazioni da mezzi non autorevoli”, ha spiegato Del Vecchio con tono solenne, giustificando i suoi acquisti nel settore editoriale. Il problema è che quando gli è stato chiesto di spiegare la sua strategia, il giovane erede è sembrato lui stesso un influencer che ha letto troppo velocemente le slide dei consulenti. Pause lunghissime, labbra tremanti, e qualche gaffe come il “non tergiversi” al posto di “non travisi” rivolto direttamente alla Gruber.

Il percorso è stato curioso: prima vuole Repubblica, poi gli Elkann dicono no, e allora va bene Il Giornale. Quando gli fanno notare che passare da un quotidiano progressista a uno conservatore potrebbe sembrare incoerente, Del Vecchio risponde con una perla: “Ho votato sia Renzi che Meloni”. Ecco, ora tutto è chiaro. Niente.

Secondo indiscrezioni, i consulenti di Del Vecchio lo avevano sconsigliato di andare in televisione. Ma quando sei trentenne e hai miliardi in tasca, chi ti ferma? Il risultato è stato un’intervista in cui il proprietario di vari quotidiani italiani è sembrato meno preparato di uno stagista al primo giorno. Parla di “media company” e “strategic marketing” con la convinzione di chi ha appena scoperto che i giornali esistono ancora. Ha acquisito la maggioranza di Editoriale Nazionale (Il Giorno, La Nazione, Il Resto del Carlino) e il 30% del Giornale. Il suo piano? Nella sua intervista a La7 è riuscito a parlare per quaranta minuti senza dire nulla di concreto, se non che i tiktoker sono cattivi e i giornali buoni. E questo nonostante né la padrona di casa né i suoi ospiti sembrassero particolarmente aggressivi nei suoi confronti. Anzi, quasi curiosi, come entomologi alle prese con uno strano insetto. Il labbro che vibrava sotto i baffi nei momenti di maggior tensione, qualche latente balbuzie da studente emozionato all’interrogazione dell’anno, qualche sguardo di fastidio per nulla nascosto hanno fatto dell’intervista al neo tycoon di casa nostra una manna per comici e cabarettisti, che infatti si sono esercitati a man bassa sul povero LMDV.

Il problema è che l’editoria italiana ha disperatamente bisogno di capitali. E Del Vecchio li ha e pare disposto a spenderli (anche questo il motivo di una certa benevolenza nei suoi confronti, almeno in questa prima uscita, che non si sa mai). Ma come ha dimostrato Bezos, avere i soldi non significa avere una visione. Bezos ha distrutto il Washington Post per poi impegnarsi a compiacere Trump con un documentario su Melania. Del Vecchio compra quotidiani perché “crede nell’informazione vera” ma fatica a finire una frase davanti alle telecamere.

Democracy Dies in Darkness, recitava quella testatina profetica. E l’oscurità sta calando davvero, non per censura governativa ma per l’indifferenza di proprietari che trattano i giornali come gadget aziendali. E noi, poveri lettori, restiamo a guardare la democrazia morire non tanto nell’oscurità, ma nella luce abbagliante dei miliardi mal spesi.

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