Memoria e Futuro

Viaggiatori d’Occidente

di Marco Di Salvo 13 Marzo 2026

Quando Giorgia Meloni ha detto nella sua replica al Senato che “non siamo noi che decidiamo cosa sia l’Occidente”, rispondendo alle critiche sulla sua difesa di Viktor Orbán, ha pronunciato una frase apparentemente modesta che in realtà contiene una rivoluzione concettuale di vaste proporzioni, anche se probabilmente non intenzionale. Ha trasformato l’Occidente da un principio valoriale in un dato geografico. E ha, inconsapevolmente, confessato il vizio teorico fondamentale della sua posizione politica.

Partiamo dall’ovvio, almeno per chi scrive: fino a pochi decenni fa, l’Occidente non era “una cosa”, era un’idea. Un’idea per cui valeva la pena combattere, morire, costruire istituzioni, scrivere costituzioni. Era una costellazione di valori — lo stato di diritto, la separazione dei poteri, il primato della libertà individuale, il mercato, la laicità dello stato — che alcuni pensavano universali, altri invece profondamente europei ma aspiranti all’universale. L’Occidente era il Moderno, con maiuscola. Era quello che Max Weber aveva teorizzato come il processo di razionalizzazione, quello che gli Illuministi avevano inscritto nei loro progetti. Era quello per cui la Guerra Fredda era stata combattuta, quello che aveva vinto su quello che (per chi lo governava) non lo era, il comunismo.

Samuel Huntington cercò di ridefinire l’Occidente come una civiltà geograficamente circoscritta, con confini chiari. Ma Huntington era consapevole che questa geograficità era solo una scorciatoia. L’Occidente, nella sua analisi, era comunque un insieme di valori e istituzioni che si cristallizzavano in una certa area geografica perché quella area aveva conosciuto una storia particolare — il Rinascimento, la Riforma, l’Illuminismo, la Rivoluzione francese, il capitalismo industriale. Non era il territorio a fare l’Occidente: era la storia che si era sedimentata nel territorio.

Il problema vero sorge nel momento in cui la storia smette di funzionare come filtro valoriale. Nel momento in cui un Paese, geograficamente collocato laddove la storia moderna è nata, ma politicamente e istituzionalmente estraneo a quella storia — cioè estraneo allo stato di diritto, alla divisione dei poteri, alla libertà di stampa — inizia a comportarsi come se l’Occidente fosse meramente una questione geografica, e non invece una questione di aderenza a certi principi. E nel momento in cui il leader di un’altra nazione, anche essa geograficamente occidentale, inizia a dire che non può “decidere” chi ne faccia parte, allora il gioco è fatto. L’Occidente smette di essere un criterio e diventa soltanto una zona climatica.

Questo, in realtà, non è nuovo nella storia della destra europea. Ci sono echi, in quello che Meloni sta, forse, teorizzando, di tutta una tradizione che ha cercato di liberare il concetto di Occidente dalla gabbia illuminista dei valori. La tradizione conservatrice rivoluzionaria, quella che aveva per fondatori pensatori come Julius Evola, aveva proprio questo scopo: rescindere l’Occidente dalla sua presunta universalità valoriale e ridefinirlo come una comunità organica, ristretta, con confini culturali e tradizionali, impermeabile alle contaminazioni universaliste. Evola e i suoi epigoni non volevano “l’Occidente dei diritti dell’uomo” — lo trovavano decadente, frammentato, contaminato. Volevano un Occidente di Ordine, Tradizione, Gerarchia, in una parola: Autorità. E soprattutto volevano un Occidente che non avesse nulla a che fare con il principio illuminista dell’eguaglianza.

Quello che Meloni con la sua frase di replica instintiva sta facendo, inconsapevolmente, è ritirare il concetto di Occidente dal perimetro illuminista per rincasellarlo nella tradizione evoliana. Un Occidente come confederazione di stati sovrani legati da vincoli di fede e di identità, non di diritti e di democrazia. Un Occidente che include Orbán, per l’appunto, perché Orbán condivide con lei e con la sua coalizione una certa idea di identità (nazionale, cristiana, organica) e una certa idea di potere (forte, non diviso, refrattario alle interferenze di giudici e magistrature), anche se Orbán ha simultaneamente demolito lo stato di diritto, la separazione dei poteri, la libertà di stampa. Ma questo è, per Meloni, irrilevante.

Tocqueville, nel suo viaggio in America, aveva identificato nei valori democratici e nella libertà il fondamento vero dell’Occidente moderno. Poi è venuto Fukuyama che aveva proclamato la fine della storia e il trionfo definitivo del modello occidentale liberale. Meloni sta tacitamente, ma chiaramente, dicendo che tutti e due si sbagliavano. L’Occidente non è fatto di valori. È fatto di geografia. È una cosa che c’è, semplicemente, perché c’è, e chiunque vi rientri geograficamente ne può rivendicare l’appartenenza a prescindere da tutto il resto.

Il fatto che nessuno possa “decidere” cosa sia l’Occidente — ecco l’affermazione chiave della Meloni — suona come se fosse una dichiarazione di umiltà. In realtà è l’esatto opposto. È la dichiarazione che tutti coloro che geograficamente si trovano all’interno di certi confini hanno diritto a includersi nell’Occidente a prescindere dal loro comportamento politico, dalle loro scelte istituzionali, dalla loro adesione ai valori che l’Occidente storico aveva teorizzato. È una dichiarazione di relativismo valoriale assoluto camuffata da pragmatismo. Quindi in realtà nel dire “non siamo noi a decidere cosa sia Occidente” vuol dire, ai suoi critici, eredi di quella tradizione di pensiero occidentale, “non siete voi”. Mi ricorda una persona che conobbi qualche decennio fa, un vecchio avvocato francese, che orgogliosamente portava al bavero un simbolo della repubblica di Vichy e che ad ogni accenno alla rivoluzione francese diceva disgustato “quelle horreur!”.

Questo ha una conseguenza distruttiva: se l’Occidente è territorio e non valore, allora Orbán ne fa parte perché Orbán è fisicamente in Europa. Se l’Occidente è territorio, allora il suo orientamento strategico non è definito permanentemente da un sistema di valori, ma da quello che chi governa, si spera temporaneamente nella logica dell’alternanza, decide che sia. Diventa mera zona di influenza sottoposta ai venti mutabili della politica, continentale e globale. Diventa, nella geopolitica, quello che la fisica chiama un “potenziale”, un vuoto pronto a essere riempito da chiunque abbia la forza.

Questo, naturalmente, significa che l’Occidente non esiste più come concetto. Esiste solo come fatto geopolitico, come una zona sulla carta. Meloni non ha ammazzato l’Occidente: ha ammazzato il concetto stesso di Occidente come qualcosa che valesse la pena di essere, come idea di progresso dell’umanità. E poi ha detto che non possiamo essere noi a poter decidere cosa sia. Ora però faccia un altro piccolo sforzo e ci dica anche chi può. Se ne è capace, naturalmente.

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