Memoria e Futuro
White House of games
C’è un paradosso che attraversa la politica internazionale contemporanea e che raramente viene nominato con chiarezza: chi fa il “lavoro sporco” del sistema globale — quello che nessuno vuole fare ma da cui tutti beneficiano — finisce spesso per essere trattato come il colpevole di turno. È il destino dello spazzino: indispensabile, ma invisibile; necessario, ma criticato; responsabile di mantenere l’ordine, ma accusato di ogni disordine.
È per esempio il destino di Netanyahu, come descritto poche settimane fa dall’attuale cancelliere tedesco forse in un eccesso di sincerità. E, in grande, quello di Trump. Che nella pubblicistica internazionale oramai sta definitivamente prendendo per tutte le parti in campo il ruolo del pazzo.
E nel mondo di oggi, questo ruolo ricade sempre più spesso su chi detiene la capacità (e la volontà almeno a parole) di esercitare pressione militare, inclusa la minaccia nucleare. Una minaccia che non piace a nessuno, che tutti condannano, ma che molti accettano tacitamente perché produce risultati. Finché funziona.
Negli ultimi giorni Donald Trump ha minacciato l’Iran con un ultimatum che lasciava intendere la possibilità di un’escalation nucleare, almeno secondo le interpretazioni degli esegeti dei post su Truth (credo che ormai esista una categoria specifica nei giornali e nelle televisioni di addetti a questo compito). Quando la tregua è arrivata a novanta minuti dalla scadenza, il dibattito si è diviso tra chi ha parlato di genio tattico e chi di bluff ritirato. Ma entrambe le letture mancano il punto: il ricatto nucleare funziona non perché sia intelligente, ma perché è strutturalmente efficace. E, paradossalmente, proprio per questo è pericoloso.
A me ricorda la stessa dinamica raccontata all’incirca 40 anni fa da David Mamet in House of Games, un film che ruota attorno al mondo delle truffe e del poker. Mamet mostra come il bluff non funzioni perché è credibile, ma perché l’avversario teme le conseguenze di scoprire se è reale. Il protagonista vince finché nessuno osa “vedere”, e proprio questa serie di vittorie lo trascina sempre più in profondità nel gioco, fino al punto in cui non può più fermarsi. È la stessa logica del ricatto nucleare: una strategia che funziona troppo bene per essere abbandonata, e che proprio per questo diventa pericolosa.
La teoria dei giochi lo spiega bene: una strategia che vince il 90% delle volte non è “razionale” nel senso comune del termine, ma è irresistibile per chi la usa. Il fatto che nel restante 10% dei casi possa portare al disastro totale non basta a scoraggiare chi, nel frattempo, continua a incassare vittorie. È il meccanismo del giocatore che va all‑in con la mano peggiore sapendo che, nella maggior parte dei casi, gli avversari passeranno. Vince poco, ma vince spesso. E ogni vittoria rafforza la convinzione che la strategia sia valida.
Il ricatto nucleare (o presunto tale) è esattamente questo: una minaccia che nessuno vuole verificare. Non perché sia credibile in sé, ma perché il costo di chiamare il bluff è troppo alto. Se anche solo una volta la minaccia fosse reale, il risultato sarebbe catastrofico. E così, per evitare quell’unica possibilità, si accetta tutto il resto.
Il vero rischio, come ricordano molti analisti, non è che il ricatto nucleare fallisca. È che continui a funzionare. Ogni successo rende più probabile la ripetizione della strategia, e ogni ripetizione riduce lo spazio per l’errore. Se vai all‑in cento volte, la centunesima qualcuno avrà una mano imbattibile. E quando succede, non c’è margine di recupero.
In questo quadro, l’Italia si trova in una posizione che raramente viene discussa con onestà. Le basi USA in Italia non “fanno” di per sé ricatti nucleari, ma costituiscono parte dell’infrastruttura che li rende possibili. Sono il presupposto materiale che permette agli Stati Uniti di esercitare pressione. E il governo italiano, intervenendo ieri in Parlamento, ha spiegato che l’applicazione degli accordi con Washington prosegue “in continuità da 75 anni”. Non ha detto che l’Italia ritiene opportuno continuare. Ha detto che continua perché ha sempre continuato.
È la confessione di un Paese che non ha scelto di sedersi al tavolo, ma che non sa più come alzarsi. Un Paese che svolge una funzione cruciale per l’ordine internazionale — una funzione che molti criticano, ma da cui molti traggono beneficio — senza però rivendicarla, senza discuterla, senza nemmeno riconoscerla.
L’ironia politica è evidente. Un governo eletto promettendo rottura e discontinuità si rifugia nella continuità proprio nel momento in cui la posta è più alta. Il silenzio dell’Italia nelle prime settimane del conflitto non è stato prudenza diplomatica, ma oggettiva incapacità di leggere la situazione. E quando la crisi energetica ha iniziato a mordere, l’unica reazione è stata correre nel Golfo a negoziare forniture, mentre sul piano strategico si confermava lo status quo.
L’opposizione ha chiesto se il governo fosse consapevole del rischio nucleare e se non fosse il caso di dichiarare che l’Italia non concederà le basi per una guerra che non condivide. È la domanda giusta, ma arriva tardi. Il momento per porla era a febbraio. Ora resta solo la resa linguistica: “continuità di 75 anni” significa che la scelta è già stata fatta da altri, molto prima.
Il punto finale è semplice e inquietante. Il ricatto nucleare funziona. Funziona troppo bene. E proprio perché funziona, chi lo usa continuerà a usarlo. Finché, una volta sola, non funzionerà più.
E noi, nel frattempo, restiamo seduti al tavolo, non per decisione nostra, ma per inerzia. Con il territorio italiano che diventa una delle fiches della partita. Una partita in cui, una volta sola, la posta può essere tutto.
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