Quello che i sondaggisti non dicono

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3 Marzo 2017

Il sondaggio elettorale settimanale è diventato un must per qualsiasi testata giornalistica, che sia on line, su carta o televisiva; i commentatori sottolineano con enfasi l’oscillazione di pochi decimi di punto percentuale nel consenso verso l’uno o l’altro partito, sforzandosi di collegarla con la cronaca politica più recente.

Lo spettacolo è affascinante; ma noi lettori e spettatori dovremmo considerarlo proprio così, un semplice intrattenimento, da godere con la stessa consapevolezza con la quale ascoltiamo l’oroscopo del giorno.

Consultando i dati del più recente sondaggio diffuso da un telegiornale nazionale, così come riportati con completezza sull’apposito sito della Presidenza del Consiglio, si osserva infatti che i risultati esposti – ottenuti interpellando un campione di 1900 potenziali elettori – sono affetti da un’incertezza del 2.2%: in altre parole, le eventuali variazioni nelle percentuali di consenso (rispetto all’analogo sondaggio della settimana precedente), se inferiori a questa quantità, non hanno alcun reale significato, ma sono frutto dell’imprecisione intrinseca del rilievo demoscopico (va notato il sondaggio in questione è già piuttosto preciso; in genere il campione è di circa 1000 persone, il che comporta un’incertezza intorno al 3%, mentre alcuni istituti usano addirittura campioni di 500 individui, con un errore superiore al 4%).

Nessun sondaggista lo ammetterà mai, ma da almeno due anni a questa parte, ogni settimana, i sondaggi segnalano una situazione sempre identica a sé stessa: ci sono tre blocchi politici – il Partito Democratico, il M5S e il centrodestra – che hanno un consenso pressoché stabile intorno al 30% e altri piccoli partiti che si spartiscono il restante 10%.

Come è possibile che la (apparentemente) tumultuosa cronaca politica quotidiana non influenzi minimamente gli orientamenti di voto degli italiani?

Io ho una mia spiegazione, che si giustifica leggendo un dato che spesso i sondaggisti evitano di citare: la percentuale degli indecisi, degli astensionisti e delle schede bianche. Nel caso del sondaggio Emg Acqua andato in onda durante il telegiornale di La7 del 28 febbraio, messi tutti insieme questi “non votanti” raggiungono la considerevole percentuale del 59%: cioè significa che hanno espresso un’intenzione di voto solo 2 interpellati su 5.

Mi pare plausibile, quindi, che i sondaggi stiano riflettendo soltanto l’orientamento elettorale dello “zoccolo duro” dei tre blocchi politici: quegli individui che hanno una spiccata fedeltà verso la propria area di riferimento e, proprio per questo, tendono a non cambiare opinione in base agli eventi quotidiani. L’elettorato “mobile”, invece, sembra stabilmente insediato nell’area dell’indecisione e dell’astensione: in altri termini, nessuno dei “clamorosi” eventi politici recenti (l’esito del referendum costituzionale, la scissione del Pd, la nascita di nuove formazioni politiche a sinistra, le difficoltà della giunta Raggi ecc.) pare aver convinto questi elettori disincantati a optare per l’uno o per l’altro.

Questo fatto non stupisce, dal momento che gli eventi considerati sono “negativi” (sconfitte elettorali, indagini) o rientrano in quello che molti chiamano il teatrino della politica (scissioni, liti, congressi, nascita di nuovi gruppi parlamentari): non è fin qui arrivato nulla di “positivo” e entusiasmante, in grado di scuotere dalla propria inerzia l’elettorato “muto”- né da parte delle forze politiche preesistenti, né da quelle che si sono appena affacciate sulla scena.

Tutto sommato, allora, i nostri politici potrebbero anche smetterla con le loro sceneggiate quotidiane: a quanto sembra, sono pressoché inutili ai fini della conquista e del mantenimento del consenso. Forse, se si impegnassero a elaborare qualche proposta concreta otterrebbero risultati più significativi: sempre ammesso che qualcuno, tra gli elettori scettici, sia ancora disposto a dar loro credito…

 

 

TAG: sondaggi politici
CAT: Scienze sociali

3 Commenti

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  1. beniamino-tiburzio 4 anni fa

    Alla buon’ora. E’ da tanto tempo che mi sto impegnando a far capire che il ” M.E.A.” ( Movimento Eversivo degli Astenuti ) sta guadagnando consenso. Ormai l’ astensione non va considerata come un disinteresse, bensì una militante azione eversiva per cambiare. Dal mio punto di vista, essendo, per ora, l’unico iscritto al MEA, il fatto che nessuno se ne sia accorto, ” mi fa gioco “.

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  2. silvia-bianchi 4 anni fa

    Fino a quando le regole della democrazia rimangono queste, caro Beniamino, il MEA è assolutamente impotente: chi tace, in democrazia, sta zitto e basta, non cambia proprio nulla. Del resto, se si interpellasse il 40% e rotti di astensionisti chiedendo loro che cosa vogliono, ognuno darebbe una risposta diversa, avendo in comune solo il rifiuto di tutto ciò che c’è attualmente sulla scena politica… con una piattaforma simile non si va, appunto, da nessuna parte: si lascia tutto com’è. La soluzione non è disertare il voto, ma al contrario partecipare

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  3. giancarlo-anselmi 4 anni fa

    Il falso mito di chi si astiene dal voto illudendosi di contribuire a “cambiare la politica” e duro a morire e, probabilmente non morirà mai. Se poi l’astensione è, come sostiene Beniamino Tiburzio, “una militante azione eversiva” a quale soluzione sarebbe indirizzata? Temo una risposta inquietante. Concordo con Silvia Bianche. Chi non sceglie non cambia proprio nulla e se la sua non scelta è dettata dalla rassegnazione, peraltro in certi casi umanamente comprensibile, non solo non cambia nulla, ma si dichiara perdente in partenza. Sono consapevole che scegliere non è sempre facile, ma dal momento che non esiste un partito ideale, senza difetti, senza ombre, senza errori perché non sono macchine, ma uomini, è ancora possibile scegliere esercitando, nonostante tutto, un poco di ottimismo.

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