La scuola ai tempi del corona virus

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19 marzo 2020

Sono giorni di emergenza, lo sappiamo tutti. Ogni comparto della nostra società è chiamato a far la sua parte.

Alla scuola si sta chiedendo di mantenere, per quanto possibile, una continuità nella sua missione fondamentale: insegnare.

La soluzione che viene proposta è quella della didattica a distanza.

Come sempre accade quando si parla di scuola, gli insegnanti si sono divisi in due fazioni l’un contro l’altra armata.

Da un lato ci sono gli entusiasti delle nuove tecnologie, che già vagheggiano di rivoluzioni tecnologiche che risolveranno tutti i problemi, dall’altra gli oppositori a priori, per i quali l’adozione di certe tecnologie porterebbe alla distruzione della scuola come la conosciamo e come è costituzionalmente intesa.

Sono posizioni che entrambe possono portare un utile contributo alla discussione in atto, ma in questa delicata fase occorre anche un senso di responsabilità e realismo che ci faccia coniugare le necessità con le possibilità, per fare in modo che da questa situazione di crisi la Scuola italiana non ne esca peggio di come vi è entrata, né che la Scuola abdichi, sic et simpliciter, al proprio ruolo.

La sfida è proprio questa: come continuare ad essere scuola in tempi di corona virus. Che poi è una domanda che è figlia di un’altra, che da un bel po’ ci stiamo ponendo in molti: come continuare ad essere scuola in tempi di profondi mutamenti sociali, economici, tecnologici.

Detto in altre parole, non possiamo lasciare che le trasformazioni in atto incidano sulla Scuola come se fossero ineluttabili e se non dipendesse anche dal nostro agire modificarle in un senso o in un altro. Se di fronte ai mutamenti in atto non sapremo reagire comprendendoli e volgendoli al servizio di una idea di scuola inclusiva, democratica, di qualità, allora, inevitabilmente, prevarrà la visione di una scuola mero strumento dell’economia, del mercato, nella quale le tecnologie finiranno per diventare uno strumento di controllo e coercizione delle scelte individuali.

Occorre evitare atteggiamenti neo-luddisti e, parimenti, atteggiamenti di passiva e acritica accettazione di tutto ciò che succede.

Noi che vi scriviamo, Rosario Paone e Salvatore Salzano, siamo due docenti di scuola superiore, uno che lavora al Sud ed uno al Nord, uno insegna in ambito storico-letterario l’altro in ambito tecnico, entrambi da anni impegnati nel sindacato o nella politica scolastica.

Una cosa ci accomuna: sono circa vent’anni che, autonomamente, utilizziamo molte delle tecnologie di cui oggi si parla con molta enfasi e, forse, poca competenza (perlomeno sembrerebbe, leggendo certi commenti sui social).

In questi giorni ci siamo sentiti per scambiarci le nostre riflessioni su quanto sta accadendo e vorremmo qui semplicemente condividere considerazioni che nascono da esperienze concrete. Quindi niente discorsi teorici che, pur se importanti, non riteniamo di dover inserire in questo articolo. Ci teniamo però a precisare che quanto diciamo può valere per la scuola secondaria di secondo grado, ma non è detto che sia automaticamente estensibile ad altri ordini di scuola.

Veniamo ai punti chiave: cosa significa didattica a distanza? Qual è il rapporto con la tecnologia? Quali aspetti della didattica ne vengono toccati? Quali rischi si corrono?

Didattica a distanza

Lasciando agli esperti una definizione formale della didattica a distanza in tutte le sue varie sfaccettature, nel nostro caso possiamo dire che stiamo parlando di una serie di strumenti e di metodi di lavoro che si affiancano alla didattica in presenza e possono essere utilizzati per affrontare situazioni di emergenza estemporanee o per superare situazioni stabili che, oggettivamente, rendono difficile se non impossibile la didattica in presenza (pensiamo, circa quest’ultimo aspetto, alla necessità di scuola in aree periferiche e scarsamente abitate del nostro Paese).

Per comprendere cosa sono questi strumenti e metodi, proviamo a pensare a ciò che costituisce la Scuola, in particolare la didattica, a cui siamo tradizionalmente abituati.

“Scuola” significa un docente che ha l’incarico di organizzare dei saperi, dei quali si suppone li padroneggi in modo adeguato, e deve cercare di far acquisire questi saperi a degli studenti facendo però in modo che non si tratti di mera trasmissione mnemonica, ma che il processo di apprendimento stimoli nel discente capacità critiche, di rielaborazione.

L’obiettivo finale del sistema scuola è rendere il discente quanto più autonomo e critico, capace di orientarsi non solo nell’ambito dei saperi trasmessi da un solo docente, ma, facendo una sintesi anche rispetto a quanto appreso in altri corsi, addirittura capace di collegamenti che lo mettano in grado di proseguire la propria strada per tutta la vita, sia sviluppando un autonomo e continuo processo di apprendimento, di crescita, sia operando attivamente nella società come individuo.

In estrema sintesi, questo significa “fare scuola”.

Da questa sommaria descrizione notiamo la presenza di alcuni elementi:

  • attori in gioco: docenti, discenti;
  • saperi, parcellizzati in contenuti da organizzare;
  • relazioni fra gli attori;
  • momenti di feedback necessari agli attori per rendersi conto se tutto sta funzionando per il meglio;
  • luogo in cui tutto ciò si svolge.

Nella scuola tradizionale le componenti di questo sistema sono declinate più o meno così:

  • il luogo è articolato in
    • un edificio (scuola) in cui gli attori si ritrovano per le lezioni e per le altre interazioni.
    • le proprie abitazioni in cui i discenti studiano quanto viene trattato a scuola ed i docenti organizzano il proprio lavoro
  • le relazioni fra gli attori sono
    • le lezioni in classe, con le spiegazioni, le domande, le risposte, gli esercizi.
    •  le relazioni fra i docenti, ad esempio i consigli di classe, che servono ad affrontare in modo collegiale il lavoro, con l’obiettivo di pervenire al risultato indicato prima.
  • I saperi sono quelli proposti dal docente durante le lezioni e reperibili nei libri di testo, o negli appunti, o in altri materiali di approfondimento reperibili in vario modo, e sui quali il discente dovrà lavorare più o meno autonomamente.
  •  I momenti di feedback sono le verifiche, le interrogazioni, gli esami.

I saperi

Da sempre, anche nella scuola in cui siamo cresciuti noi due, ai discenti viene chiesto di “metterci del proprio”, fare ricerche, approfondire i saperi proposti dal docente.

Da alcuni anni l’avvento delle nuove tecnologie e, più in generale, le profonde trasformazioni della società che abbiamo vissuto e che stiamo tuttora vivendo, hanno fatto sì che il docente (e, per estensione, la scuola) non sia più l’unico depositario dei saperi.

In particolare l’avvento di Internet ha messo a disposizione una infinità di contenuti, afferenti a vari saperi e presentati nei modi più disparati: dal testo al video al gioco interattivo. Si è passati dal modello “sapere contenuto nel libro”, ordinato, ben schematizzato, presentato in modo sequenziale, al “sapere disperso in un universo multimediale” nel quale la principale difficoltà è orientarsi.

E tutto ciò ha ovviamente cambiato anche il modo di lavorare, e, in parte, il ruolo del docente.

In particolare il docente ha sempre più maturato la capacità di orientarsi fra i contenuti proposti, saperne valutare l’attendibilità, la pertinenza, la fruibilità, con il fine di arrivare a selezionare una gamma di contenuti organizzati da proporre, magari affiancando, ma anche no, il tradizionale libro di testo. Si badi che ciò non ha affatto sminuito il ruolo del docente.

Al contrario, al docente viene richiesta una maggiore preparazione per poter scegliere, criticare, proporre, raccordare, integrare nella propria proposta materiali trovati spontaneamente dagli stessi discenti… insomma: è, finalmente, finita l’era dei docenti che “leggono il libro di testo in classe”.

Per poter proporre questo range di contenuti il docente si è in questi anni comportato nei modi più svariati.

C’è stato, e c’è tuttora, chi stampava e dava fotocopie agli studenti, chi forniva elenchi di materiali da consultare, chi metteva su supporti magnetici dei materiali ordinati, chi si è rivolto alle case editrici che hanno offerto nuovi libri di testo arricchiti di contenuti multimediali, chi, infine, si è posto una domanda: come posso fare per aggregare contenuti e proporli in modo organico, componendo cioè un valido punto di partenza per lo studente, fruibile in modo personalizzato?

Per soddisfare quest’ultima esigenza si sono rivelate molto utili le piattaforme di condivisione materiali. Si va dai classici e rinomati LMS come Moodle, Docebo e altri simili, passando poi per alcune piattaforme “social”, come Edmodo, fino a piattaforme integrate in sistemi cloud, come Google Classroom, Drive oppure piattaforme, come quelle proposte da note case editrici.

In sintesi, possiamo dire che queste tecnologie sono la “naturale evoluzione” del libro di testo: sono contenitori di contenuti organizzati. Unica importante differenza: il docente assume il ruolo di organizzatore dei contenuti in misura maggiore rispetto a quando si “limitava” (in realtà i docenti hanno sempre approfondito molto di più) ad adottare un libro di testo. A ben vedere poi ci sono anche altre differenze nella fruibilità, dettate, ad esempio, dal fatto di essere multimediali e consultabili teoricamente anche con strumenti semplici e oggigiorno molto diffusi, come smartphone e tablet. Oppure altri benefici derivanti da un ipotetico minor consumo di carta (ma un aumento di consumo di elettricità)

Le relazioni

Se le piattaforme di condivisione dei contenuti possono essere, con i dovuti distinguo, considerate una evoluzione del libro di testo, l’altro elemento strutturale del sistema scuola è dato dalle relazioni dirette fra gli attori: che ne è della lezione in classe? E delle riunioni fra docenti? E del rapporto con le famiglie?

E’ su questo aspetto che si concentra il dibattito di questi giorni: è possibile riuscire a mantenere, seppure con inevitabili cambiamenti, le interazioni fra gli attori del sistema scuola? E’ evidente che se non si riuscisse a mantenere tali relazioni non si potrebbe assolutamente parlare di “scuola a distanza”: non è scuola dare agli studenti un elenco di compiti da fare e abbandonarli in balia di loro stessi.

Già in tempi non sospetti la Scuola ha dovuto affrontare il tema della impossibilità della presenza fisica in classe, se non per tutti perlomeno per casi specifici. Ad esempio nel caso di discenti costretti a trascorrere lunghissimi periodi a casa o in ospedale per motivi di salute. Le nostre esperienze dirette in tal senso ci raccontano dei più diversi espedienti con cui i nostri colleghi cercavano di restare in contatto con lo studente, di farlo “sentire parte della classe”. Ad esempio mediante l’uso del telefono per mantenere un contatto verbale più o meno settimanale.

L’avvento della tecnologia ha solo reso più facile tutto ciò. In una delle scuole in cui lavoriamo c’è uno studente allettato dall’inizio dell’anno per motivi di salute, e nell’aula è stata installata una webcam in modo da consentirgli di partecipare alle lezioni.

La domanda è: tutto ciò funziona?

Teoricamente sì, ma molto dipende da come viene utilizzato.

Premesso che, perlomeno a nostro parere, l’interazione diretta fra esseri umani, quel clima di collaborazione che si instaura in classe, non può essere sostituito da nulla di virtuale, resta tuttavia vero che gli strumenti per la collaborazione a distanza offrono molte possibilità. E forse possono ricreare quel clima di interazione diretta. E addirittura possono anche presentare nuovi modi di comunicazione, di relazione, che non fanno parte della tradizionale dinamica “docente-discente in aula”. Anzi, non è assolutamente detto che si debba necessariamente utilizzare nuovi strumenti pretendendo che essi siano sostituti perfetti dei vecchi, magari rinunciando ad esplorare le potenzialità che presentano. Detto in parole più semplici, non ha senso pensare di usare le tecnologie per sostituire totalmente e perfettamente la didattica in classe: non si può. Però certe tecnologie possono offrire qualcosa di più, un diverso modo di stare insieme e comunicare. Sarebbe quindi bene esplorarne le potenzialità.

Tecnicamente parlando esistono già da molto tempo soluzioni che consentono di effettuare riunioni a distanza, veri e propri meeting.

Ad esempio, giusto per citarne alcuni, esistono strumenti di tipo altamente professionale e molto usati in ambito aziendale, come il sistema Webex di Cisco, che offre, oltre alla piattaforma software anche una serie di strumentazioni hardware di supporto.

Esistono poi soluzioni più immediate, pur sempre di natura proprietaria, come Google Meet oppure Microsoft Team, che offrono oltre al software anche l’infrastruttura di rete già pronta ed una serie di applicazioni a supporto.

Esistono strumenti che fanno parte del mondo del “free software”, come “big blue button”, che lasciano all’utente la libertà di installarle scegliendo un proprio partner per la connettività.

Esistono poi soluzioni meno note che fanno parte di mondi “di nicchia”, perlomeno rispetto alla percezione del “grande pubblico”, come Discord, che è il sistema di comunicazione on-line dei “gamers” o degli “youtubers”.

Tutte queste soluzioni consentono di parlare, guardandosi negli occhi, anche fra numerosi utenti, perlomeno una numerosità paragonabile ad una classe.

Consentono inoltre di condividere il proprio schermo, trasformando di fatto il PC in una lavagna elettronica. Ovviamente chi lo utilizza deve saper usare dei software che lo aiutino nella lezione, come ambienti di simulazione, disegno, CAD, ambienti di sviluppo software, filmati video o qualsiasi altra cosa che il docente vorrebbe mostrare agli studenti. Che poi sarebbero gli stessi materiali che il docente utilizzerebbe direttamente in classe con il videoproiettore!

Consentono anche di scambiarsi dei file, di scambiarsi messaggi di testo, registrare le lezioni e tante altre interessanti caratteristiche utili allo svolgimento di una vera e propria attività didattica.

Esistono poi soluzioni che consentono di erogare contenuti in streaming ad un gran numerodi utenti, come, ad esempio le “dirette Facebook”, e che consentono di avere dei feedback dai partecipanti tramite sistemi di messaggistica istantanea (emoticon e commenti alla diretta). Questi sistemi, seppur facili da utilizzare, risentono di maggiori limiti nella possibilità di interazione alla pari e di condivisione di contenuti.

C’è poi, scendendo di livello rispetto alla “naturalità” della comunicazione, la possibilità di utilizzare applicazioni di chat, come, ad esempio, WhatsApp, che però si rivelano pur sempre utili per organizzarsi, prendere appuntamenti. Caratteristiche che sono presenti anche in applicazioni di supporto offerte da alcune delle piattaforme citate in precedenza. Ad esempio molto utile può risultare Google Calendar.

In sintesi, le soluzioni tecnologiche esistono e hanno delle enormi potenzialità. In alcuni casi possono ricreare delle interazioni abbastanza simili alla presenza effettiva, nella maggior parte dei casi consentono comunque di discutere insieme su contenuti presentati dal docente. Tutte offrono qualcosa di diverso rispetto alla didattica tradizionale, che sicuramente merita di essere compreso. Richiedono però tutte tre importanti fattori, due dal lato del docente e uno dal lato del discente.

Dal lato del docente viene richiesto di avere a disposizione la giusta attrezzatura:

  • un computer abbastanza recente che abbia delle caratteristiche necessarie ad eseguire i software che il docente comunque utilizzerebbe normalmente in classe per la propria tradizionale lezione e in più supportare la comunicazione in streaming e quindi una webcam ed un microfono adeguati.
  • una connessione Internet stabile e con almeno 3 – 4 Mbps di banda in upload (cioè VERSO Internet, in quanto sarà il docente a dover trasmettere verso la rete e non il contrario)

Sempre dal lato del docente occorrerà che questo padroneggi adeguatamente gli strumenti software che intende utilizzare per le proprie lezioni. Ciò può sembrare scontato ma non lo è.

Per chi da anni è abituato a preparare le proprie lezioni utilizzando strumenti multimediali, più o meno interattivi, proiettarli in classe e condividerli con gli studenti, non ci saranno problemi a fare la stessa cosa attraverso una connessione.

Chi invece fa della lavagna il proprio strumento di elezione probabilmente avrà qualche difficoltà.

Sicuramente anche la tradizionale lezione frontale potrà usufruire di queste tecnologie. Ovviamente il grado di interesse e coinvolgimento dipenderanno dalla capacità del docente di tenere viva l’attenzione dei suoi studenti, ad esempio aumentando il grado di interattività e ponendo molto spesso domande ai propri studenti. I quali però, tramite la “chat” testuale che questi ambienti on line rendono sempre disponibile, potranno avere anche la possibilità di inserire propri commenti alla lezione che potrebbero essere di spunto per lo stesso docente, che in genere li visualizza in diretta.

Dal lato del discente occorrerà avere una connessione internet stabile e almeno un tablet per poter partecipare alla lezione. Ovviamente dipenderà molto dal tipo di lezione. SE, ad esempio, si tratterà di vedere un video di storia e di commentarlo passo passo insieme al docente e ai compagni sicuramente un tablet andrà bene. Se invece occorrerà svolgere una attività che normalmente viene svolta nel laboratorio della scuola, ad esempio progettare utilizzando un CAD oppure scrivere un programma in un linguaggio di programmazione, allora occorrerà che lo studente sia dotato di un computer analogo, per funzionalità, a quello di cui disporrebbe a scuola. E qui si aprono non pochi problemi, che però andrebbero risolti e non utilizzati come pretesto per bloccare tutto.

In questi anni moltissime scuole italiane, e moltissimi docenti, hanno fatto passi in avanti su questa strada, esplorando le possibilità offerte dalle nuove tecnologie. In alcuni casi si è trattato di atteggiamenti formali, dettati da mode del momento, come accadde una decina di anni addietro quando le scuole furono riempite di tablet che poi finirono inevitabilmente abbandonati. In altri casi invece il rapporto con le nuove tecnologie è cresciuto in modo intelligente, trainato dalla consapevolezza che i cambiamenti in atto nella società impongono un nuovo modo di rapportarsi con gli studenti, per cercare strategie più vicine al loro modo di essere.

Chi ci è riuscito ha scoperto che tramite un uso intelligente e consapevole delle nuove tecnologie è possibile creare un nuovo schema di relazioni con i propri studenti, elemento indispensabile per “essere scuola”.

Va precisato che un ingrediente fondamentale di questa riuscita è consistito nella possibilità di ciascun docente di sperimentare e scegliere i propri strumenti, per adattarli al proprio personale, unico ed irripetibile, modo di lavorare. Questo ci deve far riflettere su di un aspetto importantissimo: anche, e forse soprattutto, nell’affrontare l’impatto che le nuove tecnologie possono avere sulla scuola, occorre ricordarsi che la libertà di insegnamento è sovrana, e che in nessun caso si dovrà cadere nella tentazione di “uniformare strumenti e piattaforme”, magari cedendo alle sirene di potenti lobbies che operano nel settore. Qui non si tratta di scegliere gli arredi della scuola, ma di consentire ai docenti di utilizzare nuovi strumenti per svolgere il proprio lavoro, scegliendoli fra una enorme pluralità.

Conclusione e nuovi problemi aperti

Ecco quindi che le tecnologie di comunicazione, nelle varie sfaccettature, possono essere considerate un elemento importante per stabilire quel senso di comunità, quelle relazioni interpersonali che costituiscono la parte “interattiva” della scuola, così come le piattaforme possono fornire la base di partenza per i contenuti.

Sicuramente cambiano i luoghi, che diventano da “concentrati” (un unico edificio) più distribuiti (nelle singole case) oppure addirittura “virtuali”, ma gli attori restano gli stessi, i contenuti sono ancora disponibili, anzi forse in misura superiore che rispetto al passato, le relazioni e il senso di comunità si possono, con alcune inevitabili variazioni, conservare e forse ampliare.

Sicuramente occorrerà affrontare importanti aspetti, come, non secondario, quello di sostituire le tradizionali verifiche e interrogazioni, cioè i momenti di feedback, con nuovi strumenti di valutazione, sia in senso formativo che sommativo. E anche su questo si stanno facendo interessanti passi in avanti.

Ci sono poi una miriade di problematiche, che riguardano ad esempio l’inclusione di studenti con bisogni speciali piuttosto che le attività laboratoriali per discipline come meccanica o chimica. C’è il problema della privacy, del diritto alla disconnessione, della tutela dei minori.

C’è tutto questo, che deve essere adeguatamente analizzato e affrontato, ma gli elementi del sistema scuola restano. Le nuove tecnologie consentono una estensione della didattica tradizionale, ne ampliano le potenzialità, ma non necessariamente sono un bene o un male: tutto dipende da come il docente, e in senso più ampio la scuola, nelle sue varie articolazioni, ne saprà far buono o cattivo uso.

Sicuramente il corona virus ci ha costretti tutti a gettarci in quest’avventura in modo “estremo”, e in molti ci siamo trovati impreparati. Tuttavia, quando sarà passata, evitiamo di gettare al vento gli sforzi compiuti in questi mesi, e vediamo se da questa esperienza possiamo trarne elementi utili che possano coesistere virtuosamente con “la scuola tradizionale” e contribuire a migliorare l’intero sistema.

 

Rosario Paone, docente di Storia e Filosofia presso Liceo Scientifico “G. Seguenza”, Messina

Salvatore Salzano, docente di Sistemi e Reti presso IIS “L.G. Faravelli”, Stradella (PV)

TAG: corona virus, didattica alternativa, innovazione didattica, innovazione digitale, scuola digitale
CAT: scuola

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