Prof, è stanco? Non ce la fa più?

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24 aprile 2018

Anche se si fa fatica ad ammetterlo, l’Italia ha sbagliato rotta sul fronte dell’istruzione e ha davvero fallito sul piano dell’educazione dei giovani.
I casi di inaccettabile violenza di adolescenti e/o delle loro famiglie, ai danni degli insegnanti si stanno moltiplicando e atteggiamenti di aggressiva maleducazione si sono diffusi con una velocità inimmaginabile.
L’ultimo evento ha visto protagonista un ragazzo che ha impunemente inveito contro il suo docente, umiliandolo davanti alla classe. I compagni hanno ripreso, tra le risate generali, tutto l’episodio, postandolo successivamente sui social network. Non è trascorso molto tempo da quando si è registrata la notizia di una docente legata alla sedia dai suoi studenti e presa a botte.

A partire dalle diagnosi condotte da Massimo Recalcati e Vladimiro Zagrebelsky,varie sono le motivazioni che spiegano quest’onda di disprezzo spinto fino alla violenza e accompagnato dal bisogno di umiliare gli insegnanti.
a) La scarsa retribuzione
Sia Recalcati che V. Zagrebelsky mettono in evidenza che gli insegnanti sono sottopagati e in una società che ti valuta per quello che hai, se hai poco, vali poco. Tuttavia fare questa affermazione significa, con buone maniere, ribadire il primato dell’economia sull’educazione e, in buona sostanza, ammettere che quei “poveri ragazzi” che bullizzano i professori, sono solo il frutto di un sistema i cui veri responsabili siamo noi, cioè, tutti e nessuno. Certo gli stipendi degli insegnanti vanno – e anche rapidamente – ricondotti agli standard europei, ma non è così che i docenti si compreranno il rispetto che meritano in modo assoluto e a prescindere da fattori meramente economici: ciò che li fa grandi è la loro dedizione a un ideale. E questo dato, va riconosciuto, non ha prezzo.
b) La famiglia adolescente
Si tratta di una definizione dello psicoanalista Massimo Ammaniti. I genitori sono amici dei figli, hanno abdicato al loro ruolo educativo: travolti da un lavoro che li assorbe a tempo pieno, compensano i loro sensi di colpa accontentando in tutto i loro figli. Anche la scuola, dunque, deve essere facile, i voti alti servono come un surrogato di felicità per ragazzi affamati d’affetto e privi di attenzioni. A ciò si aggiunge il narcisismo di famiglie che si rifiutano di accettare i fallimenti dei loro rampolli e se un insegnante costituisce un ostacolo, va eliminato: spianare la strada è la nuova parola d’ordine di un accudimento che non è, tuttavia, degno di essere definito educazione.
c) Quello che conta è il carisma
In particolare Recalcati insiste sul fatto che la stima e l’attenzione degli studenti dipendono dall’erotica dell’insegnamento, cioè dalla passione, dall’alta tensione verso una meta nobile (che nei suoi scritti resta sempre indistinta: successo scolastico? crescita dell’autostima negli studenti? sacro silenzio in classe? rapimento estatico di alunni sorpresi da un’abile performance del loro maestro?) e derivano da un non ben identificato carisma, a volte denominato anche stile, di cui Recalcati ha ampiamente parlato anche nel suo saggio L’ora di lezione. Insomma, un po’ vate e un po’ illusionista, a metà strada tra il carisma da “Sibilla Cumana” e i modi di uno showman alla maniera di Crozza/Littizzetto o di Benigni che spiega Dante, il povero docente è ridotto a vedere svilita la sua funzione di mediazione culturale a mero intrattenimento o a carismatico vaticinio.
Saper insegnare vuol dire amare le proprie discipline, avere a cuore il futuro delle nuove generazioni, dedicarsi con impegno e tenacia al delicato compito di formare persone autonome e critiche, ma questo non si chiama carisma: è senso di responsabilità, cosa ben diversa dagli “eroici furori” che di tanto in tanto Recalcati evoca.
d) L’insegnante è un coach
I nuovi pedagogismi intrisi di costruttivismo hanno sempre più marginalizzato la funzione docente. Se da un lato vedere gli studenti cooperare tra loro nella costruzione della conoscenza è un traguardo importante, d’altra parte questo non può voler dire che il docente è solo un facilitatore, un coach: non esiste didattica senza studio, non c’è apprendimento senza sforzo, la gamizzazione della scuola – strutturata, cioè, come un videogame con livelli da superare – secondo il modello francese della école 42,è un bluff. Luciano Canfora nel saggio Gli antichi ci riguardano parla chiaramente di pedagogismo mellifluo oggi imperante, per liquidare gli ingannevoli e tattici semplificazionismi che stanno contagiando la scuola.
e) Adesso arriva l’Invalsi
Il problema dell'”invalsizzazione” della scuola non ha solo radicalmente cambiato la didattica (ora il test è diventato il fine e non più un mezzo, infatti sempre più si parla di teaching to the test), ha di fatto privato i docenti di una grossa porzione della loro libertà di insegnamento, compromessa da questionari standardizzati che vengono imposti da un sedicente organo valutativo esterno alla scuola (Istituto Nazionale per la Valutazione del Sistema di Istruzione), che ha inibito ogni forma di creatività educativa e ha incentivato un ricco mercato di manualetti di addestramento ai test. La conseguenza grave sta nel fatto che tale Istituto rilascia agli alunni non precisate certificazioni delle competenze esclusivamente sulla base delle rilevazioni effettuate attraverso miseri e discutibili questionari a risposta multipla, uguali su scala nazionale, gli stessi, cioè, per tutta la popolazione scolastica d’Italia, esattamente gli stessi sia per la mitteleuropea Milano sia per un borgo sperduto dell’entroterra di una zona del profondo Sud, dove si fa fatica a reperire personale docente e se gli insegnanti ci capitano si trasferiscono subito: ne consegue, quindi, che in tali aree mancano tutti i presupposti per un insegnamento calibrato su criteri di continuità didattica e formativa. E – evidentemente – in un posto simile i risultati delle prove Invalsi non potranno essere gli stessi ottenuti dagli studenti milanesi. E ci voleva l’Invalsi per capirlo? E, poi, una volta scoperta l’acqua calda, il Miur, che dell’Invalsi si avvale, che cosa fa per rimuovere gli svantaggi? NULLA. Al massimo accorpa queste scuole piccole, disagiate e a rischio dispersione, ad altri Istituti più grandi: nessuna crescita culturale, molto risparmio di personale, grandi vantaggi economici.
E i docenti? Loro sono la carne da macello: valutati in base agli effetti dell’Invalsi – da cui vari D.S. fanno dipendere l’elargizione dei bonus premiali previsti dalla legge 107/2015 – se non raggiungono valutazioni scoppiettanti  saranno messi al margine: sì, perché la verità è che l’Invalsi monitora la capacità di insegnamento, non certo gli apprendimenti degli studenti. E nessuno tiene conto della totale scollatura dei test Invalsi rispetto a quello che vuol dire insegnare, un compito ben lontano dall’assurdo e perturbante nozionismo che permea di sé ogni singolo quesito elaborato non si sa da chi per l’Istituto Invalsi. Una scuola che monitora attraverso test trasuda fallimento.
Purtroppo il disegno è chiaro: quello che conterà alla fine – secondo un’ottica neoliberistica galoppante – sarà la certificazione delle competenze emessa dall’istituto Invalsi che si è appropriato anche dell’Esame di Stato. Bisogna cominciare a dire addio ai vecchi voti scolastici, addio alle valutazioni degli obsoleti prof. troppo soggettive e cariche di humanitas! Le certificazioni delle competenze sono scientifiche, le emette un algoritmo, quello che corregge le nuove prove Invalsi computer based: niente di umano, tutto digitale, asettico, depurato da ogni sbavatura umana!
Se i docenti devono competere con algoritmi, di quale rispetto possono essere degni? Tanto vale prenderli a botte. Non servono più: un calcio e via, come si fa con le cose da buttare, da rottamare.

A questo si aggiungano insinuazioni come quelle di A. Corlazzoli sul Fatto Quotidiano, poste sottoforma di domande al prof. bullizzato a Lucca e al quale si faceva riferimento all’inizio di questa riflessione: lei ha 64 anni, se la sente ancora di fare questo mestiere? Perché? Le fanno paura questi ragazzi? È stanco? Non ce la fa più? Che verifica era quella che stava consegnando? Rientrerà in quella classe? Tre ragazzi sono stati indagati, lo studente che le ha urlato le ha chiesto scusa, può bastare? Serve altro per continuare a fare l’insegnante…
Ma che ragionamento è? Possono bastare le scuse? Stanchezza? Forse il messaggio è che  per stare a scuola bisogna non solo essere giovani, ma anche forti e con un fisico palestrato? Attenzione: stiamo parlando di educazione. Non è che un insegnante se la deve meritare. Bisogna essere educati e basta. Si chiama scuola il luogo dove si impara il rispetto per tutti, a maggior ragione per gli insegnanti, ancora di più se anziani. Ma questo è un insegnamento troppo rétro: la logica della rottamazione ha vinto.
Piero Gobetti – che di violenze purtroppo se ne intendeva perché ne fece tristemente esperienza ad opera degli squadrisiti del Fascio – diceva che in certi momenti storici contro gli atteggiamenti incendiari, le fiduciose baldanze e le febbri di attivismo di chi crede che per cambiare basti promettere orizzonti splendenti, bisogna, invece, lasciare spazio alla sapienza quotidiana, alla dignità. E dignitosamente gli insegnanti continueranno a credere nel loro lavoro. Nonostante tutto, contribuiranno a salvare ciò che di umano resta nel mondo.

Cfr.: https://scholescuolaecultura.blogspot.it/2018/04/anche-se-si-fa-fatica-ad-ammetterlo.html

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CAT: scuola

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