Firenze. Stop dei giudici al contratto fai da te

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18 gennaio 2020

I dipendenti di una ditta d’appalto in un rinomato hotel fiorentino impugnano l’imposizione di un contratto di comodo e vincono. Ma gli accordi sottoscritti da sindacati e associazioni datoriali di dubbia rappresentatività, utilizzati dalle aziende per ridurre le spese, imperversano. Sono quasi 900 i contratti depositati al CNEL. Magi (CGIL): ‘Sentenza positiva, ma si muovano anche le istituzioni’.

La notizia potrebbe sembrare una delle tante che costellano le cronache sindacali locali e tuttavia fa emergere un fenomeno, poco noto ma in crescita costante – i cosiddetti contratti-pirata – che nell’ultimo anno ha incrociato il dibattito su rappresentanza sindacale e salario minimo. Sono quasi due milioni i lavoratori il cui rapporto di lavoro è regolato da accordi sottoscritti da sigle sindacali e datoriali nella migliore delle ipotesi scarsamente rappresentative, talora ‘fatte in casa’ allo scopo di evadere minimi tabellari e regole fissate dalla contrattazione collettiva ufficiale, quella dei sindacati ‘maggiormente rappresentativi’. Un fenomeno che di recente è esploso: in 10 anni i contratti depositati presso il CNEL sono passati da 490 a 888, di cui solo il 30% sono accordi firmati da CGIL CISL e UIL, una crescita che – secondo una stima dell’INPS – sottrarrebbe alle casse dello Stato e della previdenza pubblica circa 3 miliardi l’anno. A essere colpiti però sono soprattutto i lavoratori, che con questi contratti vedono diminuire le loro retribuzioni anche del 25%-30% e spesso perdono anche diritti.

Sei anni fa, col Testo Unico sulla Rappresentanza, i sindacati si erano impegnati ad avviare un iter che anche nel settore privato avrebbe dovuto portare alla certificazione del peso di ciascuno sul modello di quanto già avviene nel pubblico impiego. L’accordo interconfederale prevedeva la raccolta di dati sugli iscritti e il numero di voti raccolti nelle elezioni delle rappresentanze sindacali, col coinvolgimento di INPS e CNEL. Da allora però sono passati sei anni e la certificazione della rappresentanza sembra essere finita nelle sabbie mobili. Perciò oggi c’è chi indica nel salario minimo lo strumento adatto anche per porre fine all’escalation dei contratti fai date, mentre CGIL CISL e UIL chiedono l’estensione erga omnes dei contratti firmati dalle organizzazioni maggiormente rappresentative. Insomma che gli accordi firmati da chi ha più iscritti valgano per tutti.

Qualche giorno fa il Tribunale di Firenze potrebbe aver inflitto una parziale battuta d’arresto al fenomeno, almeno per quanto riguarda il mondo della cooperazione. I magistrati infatti hanno accolto il ricorso di una decina di dipendenti di una cooperativa che gestiva in appalto i servizi di pulizia delle camere e di facchinaggio dell’Hotel Minerva a Firenze, un rinomato quattro stelle in piazza Santa Maria Novella, di proprietà di una società che in città ne gestisce anche altri. Questi lavoratori, a seguito di un cambio d’appalto, si erano visti sostituire il contratto nazionale di categoria sottoscritto da CGIL CISL e UIL con uno più vantaggioso per il datore di lavoro. Pertanto hanno impugnato quell’atto ottenendo dal tribunale il pagamento delle differenze retributive tra il nuovo contratto e quello adottato dal datore di lavoro precedente.

La nuova ditta subappaltatrice subentrata nel 2016, che a sua volta ha girato il servizio di housekeeping in subappalto a una cooperativa, è un gruppo veneto che occupa una posizione di primo piano nel settore. ‘Esternalizzare i servizi non strategici in un hotel – spiegava il direttore commerciale del gruppo in un’intervista rilasciata qualche anno fa a un sito specializzato – significa avere un ‘approccio strategico al risparmio’, ma al contempo è necessario ‘uno sforzo in fase di avviamento del rapporto collaborativo, per facilitare il confronto tra il management della struttura e il personale in outsourcing, al fine di evitare qualsiasi discriminazione tra dipendenti interni ed esterni’. Ma al Minerva, in realtà, le cose non sono andate proprio così e la discriminazione, almeno per quanto riguarda il contratto applicato ai dipendenti, c’è stata eccome.

A farci una sintesi della vicenda è Maurizio Magi, della FILCAMS CGIL di Firenze: ‘Al momento del cambio d’appalto, avvenuto alla fine del 2015, il sindacato aveva stipulato un accordo, proprio per tutelare i lavoratori, una quindicina, che si occupavano della pulizia delle camere e del facchinaggio. Ma nei 14 mesi successivi a quei lavoratori non è stato più applicato il contratto collettivo Turismo – Federalberghi, bensì il contratto Turismo Cooperativo Facility Management, firmato dalla sola UGL e da un’associazione datoriale di dubbia rappresentanza e che, per questa ragione, non abbiamo esitato a definire un contratto-pirata’.

Il testo di questo contratto si trova su internet (ilCCNL.it) ed è stato sottoscritto il 15 luglio del 2015 tra l’UGL, la piccola confederazione erede della vecchia CISNAL, ai tempi legata al MSI di Almirante e Unicoop, che il presidente Francesco Dello Russo un po’ di anni fa, in un’intervista al Secolo d’Italia, definiva ‘un po’ la “terza via” della cooperazione, così fortemente caratterizzata a sinistra e al centro’ (il vice di Dello Russo è Felice Coppolino, ex assessore provinciale di AN in Sicilia).

‘Nel periodo successivo i lavoratori hanno perduto sia in termini economici che di diritti e dieci di loro si sono rivolti a noi per chiedere il risarcimento almeno della parte economica’ – prosegue Magi – ‘somme che oscillano tra i 5.000 e i 12.000 euro’. Il Tribunale ha dato loro ragione, stabilendo che il contratto di UGL e Unicoop, pur legittimo, non poteva essere applicato sia perché l’accordo sindacale sottoscritto in occasione del cambio d’appalto garantiva ai lavoratori coinvolti il mantenimento delle stesse condizioni economiche, delle ore di lavoro, dell’anzianità e dei livelli pregressi, sia per quanto previsto  dalla normativa sul lavoro cooperativo. I giudici, in particolare, citano le leggi 248/2007 e 142/2001, nonché un parere della Corte Costituzionale, osservando che la normativa, pur senza conferire ai contratti siglati da CGIL CISL e UIL validità erga omnes e dunque non pregiudicando la libertà di contrattazione sancita dall’articolo 39 della Costituzione, li individua come ‘parametro indiretto ed esterno’ di commisurazione delle retribuzioni rispetto ai requisiti di proporzionalità e sufficienza stabiliti dall’articolo 36 della stessa Costituzione.

La sentenza arriva, forse non a caso, in una città che deve il 20% della propria economia al turismo, ma in cui – puntualizza Magi – non sempre alla quantità di turismo corrisponde un turismo di qualità. Uno dei problemi per il sindacalista della Filcams CGIL è rappresentato proprio dalle esternalizzazioni. ‘Ormai – fa notare – trovare un albergo in cui tutto il personale è interno è diventato un’eccezione. Ma se annoveri nel turismo anche, ad esempio, i servizi museali, scoprirai che persino le biglietterie degli Uffizi o dei musei comunali sono in appalto’. Per non parlare del settore extra-alberghiero, ad esempio, gli appartamenti affittati ai turisti privatamente o tramite piattaforme, dove spesso il personale è in nero e per il sindacato è difficile da contattare: ‘La signora che fa le pulizie nel palazzo dove ci sono gli appartamenti affittati ai turisti è praticamente invisibile e noi di solito ci imbattiamo in lei solo quando viene da noi per fare una vertenza, cioè quando ormai è tardi. Nel settore dei pubblici esercizi, bar e ristoranti, invece più che il nero impera il grigio, cioè lo stipendio al lavoratore arriva un po’ in busta paga un po’ fuori busta’.

Introdurre un salario minimo legale non sarebbe forse la risposta più semplice a situazioni come quella del Minerva? La sentenza del Tribunale di Firenze – ci fa osservare Magi – in realtà accenna anche a questo tema. I giudici spiegano che il fatto che sia stata attribuita alla contrattazione collettiva il compito di garantire una ‘giusta retribuzione’ non impedisce al legislatore di fissare un livello minimo di retribuzione o attraverso un salario minimo legale, come suggerito dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro, oppure rinviando alla contrattazione collettiva. Insomma tutto ciò che concorre a fermare lo smottamento dei salari è positivo? ‘E’ quello che dice la sentenza e personalmente non posso che condividere’.

Ma le sentenze non bastano e a Firenze la CGIL ha aperto un confronto anche con le istituzioni, in particolare col Comune. ‘Il nostro ragionamento è che non può esserci un turismo di qualità se il primo fattore di questa qualità, i lavoratori, vengono trattati come ci capita di vedere quotidianamente’. Perciò – è il ragionamento del sindacalista – ben vengano sentenze come questa, ma il sindacato deve farsi anche parte attiva nel chiedere alla politica di intervenire. ‘Sulle esternalizzazioni, ad esempio, noi diciamo che è bene non farle e sarebbe bene che i servizi che sono già stati dati in appalto venissero reinternalizzati. Ma se vogliono comunque utilizzare gli appalti, allora che tutti gli attori del turismo si mettano d’accordo su come interpretare le regole che ci sono nel modo più favorevole alle lavoratrici e ai lavoratori a cui poi si chiede di garantire qualità’.

Articolo tratto dalla newsletter di PuntoCritico.info del 17 gennaio.

TAG: contratti pirata, Filcams CGIL, firenze, Hotel Minerva, Maurizio Magi
CAT: Sindacati

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