Organizzare i lavoratori Amazon: una sfida per il sindacato

8 marzo 2019

Intervista a Cinzia Cacciatore (Nidil CGIL)

Il 26 febbraio i driver lombardi di Amazon hanno manifestato davanti alla sede milanese del gruppo per chiedere l’apertura di un tavolo di trattativa col sindacato. Denunciano in particolare di essere ‘spremuti’ con carichi di lavoro insostenibili, in particolare per fare fronte ai picchi di richieste. CGIL CISL e UIL trasporti lo scorso ottobre avevano raggiunto un accordo che prevedeva l’applicazione del contratto collettivo della logistica a questi lavoratori, inclusa l’introduzione di un orario di lavoro giornaliero e l’arrivo di macchine timbratrici nei depositi, ma ‘le timbratrici non le abbiamo viste’, dicono  i sindacati, che chiedono un piano di assunzioni per redistribuire il lavoro riducendo i carichi. Alla manifestazione di Milano è intervenuto anche il neosegretario generale della CGIL Maurizio Landini.

Lo stesso giorno a Roma si riuniva anche il coordinamento nazionale che riunisce i dipendenti di Amazon Italia iscritti alla CGIL, chiamato a fare il punto su una situazione piena di incognite e di sfide per il sindacato. La multinazionale dell’e-commerce infatti sta investendo massicciamente in Italia (1,6 miliardi dal 2010 secondo l’azienda, Forbes131118), dove ha superato i 5.000 dipendenti diretti, a cui si affianca un numero imprecisato ma imponente di lavoratori interinali utilizzati per coprire i picchi di lavoro (addirittura 15.000 secondo BusinessInsider050218). Numeri che potrebbero crescere ulteriormente se l’azienda consolidasse la strategia di ‘integrazione’ dell’attività di consegna su tutto il territorio nazionale affidandola a personale interno invece che ai tradizionali corrieri. Una scelta adombrata dalla richiesta di due società del Gruppo, Amazon Italia Logistica e Amazon Italia Trasporti, di chiedere, ottenendola, la licenza da operatore postale.

Dietro questo sviluppo la strategia aziendale che si delinea leggendo le testimonianze dei lavoratori e le denunce del sindacato sembra essere quella di pagare stipendi alti, ma di imporre un’organizzazione del lavoro rigidissima, una sorta di ‘taylorismo  4.0’ che mette insieme innovazione tecnologica e modi da accademia militare, consentendole di recuperare quote di produttività e in ultima istanza di abbattere comunque i costi. Per il sindacato la sfida è intervenire in un’azienda che mette in discussione la tradizionale suddivisione in categorie a partire da cui si è sviluppato il nostro sindacalismo e che rappresenta un colosso dell’economia mondiale, con oltre 80.000 dipendenti nella sola Europa.

Delle condizioni di lavoro dei dipendenti Amazon abbiamo sentito parlare soprattutto a proposito dello stabilimento di Castel San Giovanni, vicino a Piacenza, il principale hub per lo smistamento dei pacchi in tutto il nord Italia, soprattutto perché, insieme alla filiera della Lombardia, rappresenta la parte più sindacalizzata di Amazon Italia. L’impianto più grande in Italia però si trova a Passo Corese, frazione del comune di Fara Sabina, a metà strada tra Roma e Rieti. Si tratta di un magazzino enorme, aperto nel 2017 e cresciuto rapidamente, che nei piani di Amazon dovrebbe diventare l’equivalente di Piacenza per il centro-sud. Dello stabilimento di Passo Corese, delle condizioni di lavoro e dell’intervento del sindacato abbiamo parlato con Cinzia Cacciatore, segretaria generale del Nidil CGIL di Rieti-Roma est-Valle dell’Aniene, il territorio su cui sorge il centro di Passo Corese.

Partiamo dai numeri. Quanti sono i lavoratori di Passo Corese, tra diretti e interinali?

Ti do dei numeri che però non sono mai stati ufficializzati dall’azienda. La ragione di questo fatto è che secondo la normativa la quantità di lavoratori interinali che Amazon può utilizzare non deve superare il 38% dei dipendenti diretti, che al momento qui sono 2.000. In realtà, dalle notizie che abbiamo, per coprire i picchi di produzione concentrati in alcuni periodi e giornate dell’anno – le feste natalizie, San Valentino, o i cosiddetti black friday, per citarne solo alcuni – accanto ai diretti lavora un numero di interinali che può andare da 1.800 in su, difficile dire quanto in su. Quello che posso dirti è che a Piacenza l’Ispettorato del Lavoro ha accertato che l’azienda aveva superato di circa 2.000 unità il limite consentito.

Quindi Passo Corese è più grande anche del più noto centro di Piacenza, che ne ha 1.600?

Sì, perché fin dall’inizio è un impianto pensato con l’idea di farne il fulcro del sistema di consegne Amazon in tutto il centro-sud.

Quanto si guadagna?

Si guadagna abbastanza, perché gli stipendi possono toccare i 2.500 euro al mese, ma nel caso dei team leader si può arrivare anche a 3.000. Quindi il problema qui non sono tanto gli stipendi, ma gli orari e le condizioni di lavoro. I lavoratori si lamentano perché, dicono, guadagnano ma poi non fanno vita. Per farti un esempio un team leader non può abbandonare la sua postazione fino a che non arriva qualcuno a dargli il cambio e il risultato è che capita che invece di 8 ore se ne lavorino 10, ma le due ore di straordinario non vengono retribuite.

Parliamo delle condizioni di lavoro, allora…

Si lavora su tre turni: 6-14, 14-22 e 22-6. I dipendenti sono divisi in squadre. Quando arrivano in azienda un tabellone comunica loro la postazione assegnata per quel turno, devono loggarsi al sistema di controllo inserendo un codice e iniziare il lavoro. Prima c’è un briefing, che è un momento molto all’americana: i lavoratori vengono ‘gasati’, viene spiegato loro quanto sono bravi, ci sono gli applausi. Il lavoro è molto ripetitivo. Formalmente Amazon si impegna a praticare la cosiddetta job rotation. In sostanza i lavoratori dovrebbero alternarsi in tre mansioni diverse, ma in realtà è un beneficio che viene concesso solo a qualcuno e che l’azienda impiega creando disparità di trattamento tra i lavoratori. A una lavoratrice che si è lamentata perché svolgeva sempre la stessa mansione, rivendicando anche il fatto di lavorare con impegno più di altri, è stato risposto: ‘Tu la job rotation non te la meriti’. Poi c’è il problema delle pause. Quando entri devi lasciare tutti i tuoi effetti personali nello tuo stipetto. In magazzino non può entrare nulla, non il cellulare, ma neanche un anello o una collana, le sigarette o un panino. Ogni lavoratore ha diritto a una pausa di 30 minuti, ma a Passo Corese lo stabilimento è enorme e la pausa se ne va praticamente solo per raggiungere gli spogliatoi e tornare alla propria postazione. Perciò devi scegliere se mangiarti un panino, fare una telefonata e fumare una sigaretta o semplicemente uscire a prendere una boccata d’aria. Poi, per darti un’idea più completa, per andare in bagno devi chiedere il permesso e una lavoratrice che ha avuto un malore durante il turno e ha chiesto di potersi allontanare si è sentita dire ‘Ma tu che cosa vuoi fare?’ Insomma un’organizzazione del lavoro con una disciplina quasi militare e infatti i lavoratori hanno paura.

A questo proposito prima parlavi di team leader. Di cosa si tratta?

Guarda, l’inglese ti dà l’idea che si tratti di chissà cosa, in realtà sono semplicemente dei capi-squadra. Di solito sono lavoratori con un titolo di studio più elevato, che vengono messi a ricoprire un ruolo di maggior responsabilità, il che, come ti dicevo prima, significa anche che magari devi fare più ore di lavoro senza che quelle ore in più ti vengano pagate. Tant’è che anche questi lavoratori, pur guadagnando di più, si lamentano.

Ai team leader viene chiesto anche di ‘disciplinare’ i propri colleghi?

Sì, certo, tra le responsabilità che hanno in più rispetto ai loro colleghi ‘senza mostrine’ c’è anche questa.

Che contratto hanno?

Amazon applica i contratti che le convengono e ci sono trattamenti diversi da impianto a impianto. Qui a Passo Corese hanno scelto di applicare il contratto della logistica invece che quello del commercio. Lo hanno fatto perché il contratto della logistica consente loro di applicare agli interinali il cosiddetto MOG, monte ore garantito. E’ una specie di contratto a chiamata. L’azienda ti garantisce un minimo di 25 ore al mese, che vengono retribuite anche se non ti chiamano. Tu devi indicare una fascia oraria in cui sei disponibile a lavorare e se vieni chiamato per un turno in quella parte della giornata non puoi rifiutarti. Ma ti possono chiamare anche fuori da quell’orario e in quel caso allora puoi dire di no, anche se quasi nessuno lo fa, perché gli interinali ovviamente sperano di diventare dipendenti di Amazon a tempo indeterminato. Qui ci sono stati due gruppi di 400 lavoratori ciascuno che sono passati dall’agenzia di lavoro interinale a dipendenti diretti di Amazon, ma l’azienda ha la massima discrezionalità nella scelta. Mi è capitato di vedere lavoratori a cui era stata rilasciata una sorta di pagella, in cui si diceva ‘hai lavorato bene, bravo’, ma poi il lavoratore è stato lasciato a casa senza spiegazioni. Sono queste cose che intimoriscono i lavoratori.

Il sindacato come affronta una situazione così particolare?

Lo stabilimento di Passo Corese è aperto dal settembre del 2017. Noi come CGIL, insieme a CISL e UIL, abbiamo tenuto dei corsi di preparazione ai candidati che avevano fatto domanda di assunzione. Si è presentata gente da tutta Italia. Io ero una dei circa 10 docenti e in aula avrò visto io sola un migliaio di persone. Venivano anche dalla Sardegna, da Napoli, dalla Toscana. In quell’occasione ho avuto la sensazione che questi ragazzi si sarebbero trovati in una situazione difficile, mandati un po’ allo sbaraglio. Si tratta di ragazzi giovani, che non hanno un’esperienza di azione collettiva, ma in una situazione come questa, di fronte a un colosso come Amazon, se ti muovi a titolo individuale hai perso in partenza. Così ad aprile abbiamo aperto uno sportello qui a Passo Corese, dedicato proprio ai lavoratori Amazon. L’affluenza finora è stata scarsa, ma i problemi non mancano e alcuni lavoratori sono venuti a cercarci a Roma. Con una sessantina di loro abbiamo fatto una riunione a cui ho voluto che fosse presente anche la CGIL nazionale.

E come è andata?

Diciamo che siamo in una fase interlocutoria, perché i lavoratori, come dicevo, non vogliono esporsi perché temono, comprensibilmente, di subire le conseguenze. Per questo, ad esempio, la CGIL ha scelto di non proporre loro l’iscrizione al sindacato, perché non è nella nostra cultura mandare la gente a sbattere. D’altra parte come sindacato non possiamo intervenire dall’esterno se non c’è un’iniziativa che parte dei lavoratori. Il motivo per cui si parla tanto di Piacenza e per cui in quell’impianto si è fatto un accordo sugli orari è che lì c’è stata un’iniziativa dei lavoratori. E anche il fatto che in quell’impianto sia arrivato l’Ispettorato del Lavoro non è casuale.

Tu sei del Nidil, la categoria della CGIL che si occupa degli interinali, ma dicevi che Amazon applica il contratto della logistica, anche se qui si tratta in realtà di lavoratori del commercio. In alcuni casi si sono inseriti anche i sindacati dei postali, perché Amazon ha chiesto di essere riconosciuto come operatore postale, dal momento che ha i suoi fattorini. Insomma è una situazione che mette in discussione la tradizionale suddivisione in categorie professionali propria anche della CGIL. Come vi siete attrezzati?

Qui a Passo Corese non abbiamo i postali, perché Amazon per effettuare le consegne si appoggia ad altre aziende. Ma siamo presenti noi del Nidil e le due categorie della CGIL che si occupano di trasporti e di commercio, cioè FILT e FILCAMS. Dall’inizio ho chiesto proprio che lavorassimo come CGIL, prima ancora che come categorie e ci tengo a sottolineare che come categorie e Camera del Lavoro stiamo davvero lavorando di concerto. A livello nazionale poi abbiamo un coordinamento che riunisce tutti gli stabilimenti e in cui si portano testimonianze delle diverse esperienze e si ragiona su eventuali passi avanti. L’ultima riunione l’abbiamo fatta proprio la settimana scorsa.

E a livello internazionale? Cosa si fa quando si ha di fronte una multinazionale?

Una delle ipotesi in discussione è quella di costituire un CAE. Vuol dire Comitato Aziendale Europeo ed è un organismo di rappresentanza dei lavoratori previsto dalle regole dell’UE per coordinare i rappresentanti dei lavoratori delle imprese che hanno sedi sparse in più paesi-membri. D’altra parte tra questo obiettivo e la quotidianità dei lavoratori, almeno qui nel Lazio, c’è ancora un divario significativo. Per me il primo passo è spiegare che in Italia e in Europa ci sono stabilimenti sindacalizzati e che dove i lavoratori si sono coalizzati i risultati sono venuti. Alcuni dipendenti di altri stabilimenti europei li abbiamo incontrati qualche tempo fa a Berlino, dove lavoratori provenienti da città come Berlino, Colonia, Liverpool e anche dall’italia si sono ritrovati in occasione del conferimento di un premio a Jeff Bezos, il fondatore di Amazon, per denunciare le condizioni di lavoro che affrontano ogni giorno. Amazon è un’azienda in cui ci sono tanti aspetti positivi, ma in mezzo a questi aspetti positivi ce ne sono altri, quelli che ti dicevo, che per la CGIL sono inaccettabili.

L’intervista è tratta dalla newslettere di PuntoCritico.info del 8 marzo 2019

TAG: amazon, Cgil, Cinzia Cacciatore
CAT: Sindacati

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