Relazioni

Trovare parole di pace

Abbiamo diritto di ascoltare e di dire parole di pace. Dove trovarle.

5 Marzo 2026

Dove trovare parole di pace?

Parole che ci aiutino a liberare le emozioni che ci abitano davanti ad immagini e racconti di guerra che rischiano di travolgerci perché abilitanti ad una violenza che ci pare l’unica possibile sopravvivenza. C’è un silenzio e un’afasia che ci abitano e che rischiano di trovare solo nel gesto della sopraffazione una possibilità di vivere prima di essere a nostra volta sopraffatti ma, ahimè, distruggendo relazioni, cancellando vite.

Nel romanzo “La guerra invernale del Tibet”, lo scrittore Friederich Dürrenmatt dà vita ad un personaggio terribile e crudo che ognuno di noi potrebbe trovare dentro di sé. Si tratta di un mercenario che si nutre di una guerra che non c’è più, ma che continua nei cunicoli di una caverna senza uscita dove vive. Ad un certo punto confessa a sé stesso e a noi: «All’improvviso compresi che cosa mi mancava, da quando avevo ucciso Edinger. “Il nemico” dissi lentamente. “Non ho più un nemico”. Mi sentii di colpo indicibilmente stanco e senza speranza».

Ecco una fotografia precisa dei nostri giorni tristi: una riesplosione radicale e ingovernabile di conflitti – in famiglia, sui luoghi di lavoro, sulle strade- e poi conflitti sociali, politici, identitari, di genere, internazionali – che partorisce e alimenta nemici che ci fanno sentire vivi e che ci nascondono l’assuefazione e la disperazione che in realtà ci abita.

Parole di pace oggi vanno cercate in storie di profeti della pace che vivono dentro la violenza e le guerre e ci circondano illuminando di verità una ricerca in cui l’altro e il diverso non sono nemici.

Il primo profeta a cui penso io, è Antoine Leiris, giornalista francese. Il 18 novembre del 2015, cinque giorni dopo il terribile attentato al teatro Bataclan, dove trova la morte sua moglie Hélène, scrive questa risposta ai terroristi: «Venerdì sera avete rubato la vita di una persona eccezionale, l’amore della mia vita, la madre di mio figlio, eppure non avrete il mio odio. Non so chi siete e non voglio neanche saperlo. Voi siete anime morte. Se questo Dio per il quale ciecamente uccidete ci ha fatti a sua immagine, ogni pallottola nel corpo di mia moglie sarà stata una ferita nel suo cuore. Perciò non vi farò il regalo di odiarvi. Sarebbe cedere alla stessa ignoranza che ha fatto di voi quello che siete. Voi vorreste che io avessi paura, che guardassi i miei concittadini con diffidenza, che sacrificassi la mia libertà per la sicurezza. Ma la vostra è una battaglia persa. L’ho vista stamattina. Finalmente, dopo notti e giorni d’attesa. Era bella come quando è uscita venerdì sera, bella come quando mi innamorai perdutamente di lei più di 12 anni fa. Ovviamente sono devastato dal dolore, vi concedo questa piccola vittoria, ma sarà di corta durata. So che lei accompagnerà i nostri giorni e che ci ritroveremo in quel paradiso di anime libere nel quale voi non entrerete mai. Siamo rimasti in due, mio figlio e io, ma siamo più forti di tutti gli eserciti del mondo. Non ho altro tempo da dedicarvi, devo andare da Melvil che si risveglia dal suo pisolino. Ha appena 17 mesi e farà merenda come ogni giorno e poi giocheremo insieme, come ogni giorno, e per tutta la sua vita questo “petit garçon” vi farà l’affronto di essere libero e felice. Perché no, voi non avrete mai nemmeno il suo odio».

Il secondo profeta è Hayim Katsman morto nel kibbutz Holit (presso il confine di Egitto e Gaza) all’età di 32 anni, il 7 ottobre 2023, per mano dei terroristi di Hamas.

Hayim si era trasferito in Israele dagli Stati Uniti con in mano un dottorato e rifiutando un contratto di insegnamento per tre anni. Si era messo in mente di «far rivivere il kibbutz che era invecchiato, isolato e pericoloso», ha spiegato sua mamma. Aveva una passione particolare per la musica araba, che aveva suonato come DJ in molti locali, parlava fluentemente l’arabo e sognava la pace.

Lavorava come meccanico in un garage e continuava con curiosità le sue ricerche vivendo in officina un’occasione di osservazione antropologica per individuare le tendenze dell’opinione pubblica locale in base agli adesivi che comparivano sui paraurti.

«Non ho mai conosciuto nessun altro come lui che avesse una convinzione così forte di quello che faceva. Si è offerto volontario per trasportare palestinesi da Gaza per controlli medici in Israele, non solo per fornire assistenza, ma anche per avere conversazioni significative e connettersi con nuove persone. Si è anche offerto volontario per sostenere gli agricoltori palestinesi nelle colline meridionali di Hebron» ha raccontato il suo amico Mintz.

Hayim, da uomo di pensiero, ci ha lasciato studi e contributi in libri in cui cerca di sviluppare un progetto per una democrazia in Israele davvero laica e liberale in cui il sionismo possa evolvere ponendo fine allo status privilegiato di sette milioni di ebrei per arrivare all’estensione dei diritti individuali e collettivi a cinque milioni di persone che ne sono private, i palestinesi, su una terra che viene da entrambi i fronti in lotta, rivendicata come un possesso esclusivo.

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