Religione

Bologna senza bambini al catechismo: il segno di una Chiesa che deve uscire da sé stessa

5 Marzo 2026
«L’iniziazione cristiana, spesso modulata su ritmi scolastici, ha bisogno di essere rivista: occorre sperimentare altre modalità di trasmissione della fede anche al di fuori dei cammini classici, per cercare di coinvolgere in modo nuovo i ragazzi, i giovani e le famiglie». Con queste parole Pope Leo XIV ha recentemente richiamato la Chiesa a interrogarsi sul modo in cui oggi viene trasmessa la fede.
Non si tratta di una semplice riflessione pastorale, ma di una presa d’atto di un cambiamento profondo che attraversa la società contemporanea. Un esempio emblematico arriva da Bologna. «Quest’anno, su 9.000 abitanti, non abbiamo avuto un solo bambino iscritto al catechismo per la comunione». È il grido d’allarme lanciato da don Giovanni Bonfiglioli, parroco di San Giuliano, della Santissima Trinità e di Santa Caterina di Strada Maggiore, nel cuore della città.
L’indagine condotta dal “Resto del Carlino”  ha rivelato uno scenario che fino a pochi anni fa sarebbe stato impensabile: nelle tre parrocchie della zona Santo Stefano–Strada Maggiore, per la prima volta non c’è neppure un bambino iscritto al catechismo. Il fenomeno non riguarda solo la pratica religiosa. È anche il segno di una trasformazione urbana e sociale.
L’arcivescovo di Bologna e presidente della CEI, il cardinale Matteo Zuppi, ha individuato alcune cause molto concrete: il calo demografico, la progressiva sostituzione delle famiglie con gli studenti universitari e, più recentemente, la trasformazione di molte abitazioni in B&B e alloggi turistici. «Studenti, uffici e B&B: quando i parroci vanno a benedire le case non trovano nessuno», ha spiegato Zuppi. Il rischio, ha aggiunto, è che Bologna perda progressivamente la propria identità. Alcuni giornali hanno criticato queste parole, come se il cardinale avesse attribuito la responsabilità della crisi a fenomeni economici o turistici. In realtà il problema è più profondo e non riguarda solo Bologna.
La questione centrale è la  “scristianizzazione della società europea” , un processo che dura da decenni e che oggi appare sempre più evidente. Il calo delle nascite, la diminuzione dei matrimoni religiosi, la trasformazione delle famiglie e l’allontanamento dalle pratiche ecclesiali sono tutti segnali di una mutazione culturale che la Chiesa non può ignorare.
Tuttavia la sfida non consiste soltanto nel constatare questi cambiamenti. La vera questione è capire come la comunità cristiana si pone di fronte a essi. Spesso il rischio è quello dell’autoreferenzialità. Le comunità cristiane finiscono per concentrarsi su un nucleo ristretto di fedeli molto praticanti, quelli che possiamo definere i “fedelissimi”, mentre il mondo circostante cambia radicalmente.
Si custodiscono le novantanove pecore già dentro il recinto, ma si smette di cercare quella che si è perduta o spesso la si allontana perchè distante da quelli che una visione ormai superata della società considera “non adatta” . Eppure il cristianesimo non è mai stato una realtà chiusa. Il cristiano non è chiamato ad appartenere al mondo, ma certamente deve “vivere nel mondo”, conoscerne le ferite, le domande e le trasformazioni.
Quando questo contatto con la realtà si perde, la pastorale rischia di diventare una ripetizione di schemi del passato. È proprio in questa prospettiva che si comprende un episodio raccontato recentemente da Papa  Leone XIV. Il Papa ha ricordato l’esperienza di alcuni sacerdoti di Chicago che, dal giorno della loro ordinazione, hanno deciso di incontrarsi ogni mese per pregare, studiare e confrontarsi. Nessun decreto, nessun obbligo canonico. Solo una scelta libera e condivisa.
Quella che potrebbe sembrare una semplice curiosità è in realtà una vera indicazione ecclesiale. Non è una struttura imposta dall’alto, ma una fraternità che nasce dal basso. Un gruppo di sacerdoti che comprende di avere bisogno di sostegno reciproco per vivere la propria vocazione. Lo stesso Papa ha raccontato con ironia che quei sacerdoti non si limitano a pregare: giocano anche a golf insieme. Ma proprio in questo dettaglio apparentemente secondario si intravede una dimensione importante della vita sacerdotale: la fraternità concreta, la condivisione della vita quotidiana, il sostegno umano oltre che spirituale.
Questa  “lezione americana”, come come ho voluto definere l’incontro con il clero romano ,  suggerisce un cambio di mentalità. La cultura ecclesiale europea è stata a lungo segnata da una forte dimensione gerarchica: si attendono direttive dall’alto e poi le si applica. Il pragmatismo anglosassone, invece, tende a valorizzare l’iniziativa personale e la responsabilità condivisa. La differenza non riguarda semplicemente i modelli organizzativi. È una questione di mentalità.
La cultura gerarchica tende a generare conformità e adempimento; quella pragmatica invita a cercare soluzioni concrete ai problemi reali. La prima tutela l’ordine; la seconda stimola la creatività pastorale. Papa Leone XIV  sembra indicare proprio questo passaggio: meno attesa di istruzioni e più corresponsabilità. Meno applicazione di modelli predefiniti e più capacità di generare comunità vive e che rispondano, per usare il il titolo dell’enciclica di Leone XIII  ” Rerum Novarum”.  In questo caso “le cose nuove” sono la modifica della società e dei modelli di famiglia che passa anche dalla piena accettazione delle convivenze o di chi vive solo il matrimonio civile (senza essere divorziato).
Naturalmente il rischio è che tutto venga ridotto a uno slogan: “facciamo così perché lo ha detto il Papa”. Ma sarebbe esattamente il contrario dello spirito della proposta. Non basta obbedire, occorre comprendere. Non basta organizzare incontri, occorre desiderare davvero la comunione. La battaglia decisiva non è tra Europa e mondo anglosassone, né tra tradizione e innovazione. È una battaglia interiore.
Riguarda il passaggio da una mentalità passiva a una mentalità generativa. Da una Chiesa che applica schemi ereditati a una Chiesa capace di creare risposte nuove. Questo vale in modo particolare per la pastorale dei giovani. Molti ragazzi oggi provengono da famiglie segnate da separazioni, crisi profonde, assenze educative. Alcuni hanno vissuto esperienze di abbandono o fragilità affettiva. Accompagnare questi giovani significa prima di tutto conoscere la loro realtà, non immaginare che vivano ancora nel mondo di qualche decennio fa. Il sacerdote è chiamato a essere vicino, ad accompagnare, ma non a diventare semplicemente “uno tra i giovani”.
La sua missione resta quella di essere guida, testimone e punto di riferimento. Se le comunità cristiane vogliono davvero essere, “In Illo uno unum” — «nell’unico Cristo siamo uno» — allora devono uscire dalla loro autoreferenzialità e abitare pienamente la “città degli uomini”. Aprirsi alle comunità cristiane diverse dalla cattolica e non relegarle a loro stesse.
Non basta custodire i pochi fedeli rimasti, bisogna capire che il mondo è cambiato . Occorre tornare a guardare la realtà per quella che è. Il caso di Bologna non è un incidente isolato. È un segnale. Un segnale che la società è cambiata e che la Chiesa non può limitarsi a difendere modelli pastorali del passato.
Come già aveva indicato Papa Francesco e come oggi ribadisce Papa Leone XIV, la strada passa attraverso una maggiore libertà e responsabilità delle comunità cristiane.  Comunità inclusive del mondo che le circonda . Una libertà che nasce dal basso, dalla capacità dei credenti di organizzarsi, di creare relazioni, di rispondere alle sfide del presente. La fraternità non si impone per decreto. Si costruisce con libertà e perseveranza. E forse proprio da questa consapevolezza potrà nascere una nuova stagione per la Chiesa europea.
Commenti

Devi fare login per commentare

Accedi

Gli Stati Generali è anche piattaforma di giornalismo partecipativo

Vuoi collaborare ?

Newsletter

Ti sei registrato con successo alla newsletter de Gli Stati Generali, controlla la tua mail per completare la registrazione.