Religione

Se Trump prega come Mosè

In fondo Trump e i pastori a lui fedeli non hanno fatto qualcosa di molto diverso da quanto fanno Mosè e i suoi aiutanti, Aaronne e Cur nella Bibbia

16 Marzo 2026

«L’uomo, attraverso le lenti dei suoi occhiali, vede un Dio violento. Ciò non vuol dire che non vede Dio. Infatti Dio non si nega a questo sguardo deformato. Per trasformare questa violenza, per convertirla» (Paul Beauchamp)

Passata l’indignazione per la preghiera di Trump nello studio ovale della Casa Bianca, attorniato da uno stuolo di pastori evangelici, possiamo archiviare la pratica e tornare a sentirci credenti buoni e bravi. Mica quei falsi cristiani fanatici che cercano di scomodare Dio per vincere la guerra.

Se poi abbiamo fatto anche la nostra bella dichiarazione di presa di distanza e di esecrazione, ancora meglio.

Basta così?

Qualcuno potrebbe ricordarci che in fondo Trump e i pastori a lui fedeli non hanno fatto qualcosa di molto diverso da quanto fanno Mosè e i suoi aiutanti, Aaronne e Cur, nella Bibbia.

Esodo 17,8 Allora venne Amalec per combattere contro Israele a Refidim. 9 E Mosè disse a Giosuè: «Scegli per noi alcuni uomini ed esci a combattere contro Amalec; domani io starò sulla vetta del colle con il bastone di Dio in mano». 10 Giosuè fece come Mosè gli aveva detto e combatté contro Amalec; e Mosè, Aaronne e Cur salirono sulla vetta del colle. 11 E quando Mosè teneva le mani alzate, Israele vinceva; e quando le abbassava, vinceva Amalec. 12 Ma le mani di Mosè si facevano pesanti. Allora essi presero una pietra, gliela posero sotto ed egli si sedette; Aaronne e Cur gli tenevano le mani alzate, uno da una parte e l’altro dall’altra. Così le sue mani rimasero ferme fino al tramonto del sole. 13 E Giosuè sconfisse Amalec e la sua gente passandoli a fil di spada.

Sì certo, potrebbero dire i cristiani, ma qui siamo nell’Antico Testamento, poi viene il vangelo…L’obiezione purtroppo non è risolutiva. Per i cristiani Iavhè è pur sempre Padre di Gesù Cristo.

Guardiamo bene alla storia. Israele è in marcia nel deserto, luogo inospitale e pieno di minacce. Ogni imprevisto e ogni ostacolo diventa letteralmente una questione di vita o di morte.

In una situazione di questo tipo potremmo aspettarci qualcosa di diverso da un desiderio di eliminazione del nemico per la propria sopravvivenza?

Eccoci condotti all’effetto specchio delle Scritture: mostrare ciò che abita il cuore dell’uomo e la sua coscienza e rischia di travolgerlo talmente è enorme l’abisso di violenza che vi abita  e così finisce rimosso.

Passiamo per un attimo ad un altro linguaggio narrativo, quello cinematografico. Pensiamo alla violenza esibita in maniera parossistica nei film di Quentin Tarantino. Ad esempio in Bastardi senza gloria.

È il racconto di una vittoria totale sul male più estremo: lo sterminio di tutti i gerarchi nazisti in nome di una sconfitta del male che arriva se si è più malvagi dei malvagi.

La domanda che Tarantino ci ripropone è la seguente: se si è oggetto di odio, umiliazioni terribili, se si lotta per la sopravvivenza e si hanno davanti dei carnefici senza pietà non è legittimo odiare e sognare la vendetta? La resistenza di un individuo di fronte ad un male estremo non passa forse attraverso la rabbia, lo spirito di rivalsa, il sogno di una punizione che schiacci nel modo più crudele i carnefici insieme a tutti i loro collaboratori?

E, aggiungo io, come potrebbe resistere il credente nell’invocare l’aiuto di Dio nella propria partita per la sopravvivenza?

Provo a dirlo con le parole di una teologa evangelica italiana: «Noi siamo convinti che i nostri occhiali vedano bene le violenze altrui e vorremmo toglierle, come ci si leva una pagliuzza dall’occhio; ma la parola biblica ci toglie quegli occhiali e ce ne mette di nuovi, che mostrano la sorprendente presenza di una trave nei nostri occhi. Questi occhiali biblici, che ci spingono a partire da noi, evidenziano una violenza che ci abita, per quanto da noi non percepita. E, insieme, denunciano quel desiderio di sopraffazione che si riveste di motivazioni religiose, di diritti da difendere. E’ a questa scuola delle Scritture che la coscienza credente trova la sapienza necessaria per arginare la violenza» (Lidia Maggi).

Per uscire dalla violenza non c’è un altro passo se non cominciare a dire “io”.

La violenza non va solo condannata ma individuata in ognuno di noi. In quell’io chiuso e assoluto che ci vuole origine e fine di noi stessi.

«Nessuna pace è possibile senza un lavoro di coscienza, personale e collettivo» (Massimo Doni).

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