Scuola
Parole come armi: emergenza sociale
Le esperienze e le parole ricevute nel percorso della vita lasciano un’impronta indelebile, spesso difficile da cancellare. L’umiliazione, che provenga da un amico, un genitore o da un superiore sul luogo di lavoro, che sia un giudizio espresso a ragione o per puro piacere di offesa, ha un potere mortificante e distruttivo sulla persona che riceve, è un veleno che in alcuni casi frantuma silenziosamente e, laddove è percepito come ingiusto, può innescare desideri di vendetta e/o risposte emotive violente. “Umiliare”, secondo l’etimologia del termine, deriva da humus = terra, ovvero il sentirsi abbassati fino a terra, a ricordo di una delusione scolastica, un’esperienza emotiva dolorosa e fonte di sofferenza se il giudizio del docente non è accompagnato da una spiegazione costruttiva. Lo studente riceve la critica come un giudizio personale non volto all’apprendimento e rimuginare su parole “forti”, può far nascere, in una psiche vulnerabile e condizionabile, una perdita di controllo delle proprie azioni “razionali”. La scuola è una zattera sociale che si barcamena nel mare progettuale giornaliero di una didattica sempre più sfibrata nei contenuti, a cui si aggiunge l’egida dell’Intelligenza Artificiale a destabilizzare i principali protagonisti del sapere, gli studenti di ogni ordine e grado. Tuttavia, benchè accompagnati nel percorso di crescita dalla presenza vigile dei docenti – che per capacità di trasformismo innato o acquisito, si adattano alle continue mutazioni della scuola e della società odierna – gli insegnanti, co-educatori e figure di riferimento, non brillano più come nel passato, del giusto alone del rispetto.
Era il 2022, bastarono poche parole per scatenare l’ira della collettività dinanzi alle dichiarazioni del Ministro dell’Istruzione Valditara quando, a proposito del termine umiliazione, disse : “L’umiliazione è un fattore fondamentale nella crescita e nella costruzione della personalità”. Espressione indotta da un lapsus linguae e con altra finalità di interpretazione, perché è di dominio pubblico che studi psicopedagogici e sociali attestano che le emozioni e le conseguenze indotte da una umiliazione, generano problemi di autostima, possono provocare comportamenti di aggressività, nelle persone sottoposte alla gogna pubblica, dunque l’effetto contrario alla costruzione di una maturità equilibrata. L’umiliazione diventa un catalizzatore della rabbia, un pretesto per covare rancori, portando a chiudersi verso il mondo esterno. Umiliante, declinato in senso lato, potrebbe intendersi la posizione economica dei docenti che assolvono tale compito gravoso: gli stipendi risultano inadeguati, se paragonati a professioni scevre da responsabilità, come riuscire in imprese gloriose, con guadagni da capogiro, facendo rotolare una palla in campo. In pochi minuti un calciatore intasca ciò che un insegnante neppure percepisce dopo una vita spesa – alla stregua di protagonisti sul ring – dinanzi ad episodi di rabbia sempre più frequenti e preoccupanti: offese verbali arrecate ai membri della classe e aggressioni a scapito dei docenti stessi. Il termine “bullismo” dilaga ormai da anni, diventato virale già a partire dal vocabolario infantile e termine che fomenta alla microcriminalità.

É anacronistico esumare il modus operandi di Don Bosco o Don Milani che, nel 1954, nei principi della Scuola di Barbiana parlava di sistema educativo formativo, tuttavia se le ideologie dei “santi” rappresentano un mondo ormai tramontato, bisogna ammettere che il rispetto per le persone, l’educazione, lo studio e l’impegno, assumevano un tempo un fondamento imprescindibile, ciò che nella società attuale è scomparso. Abbiamo ascoltato il caso del diciottenne di La Spezia che ha ucciso a scuola un coetaneo per una futile gelosia e con sgomento l’ultimo episodio di accoltellamento alla professoressa di francese, da parte di un giovane tredicenne di Bergamo che ha sostenuto di essere stato più volte umiliato. Ci si domanda, nella gerarchia educativa, qual è la parte in causa che non ha prontamente compreso e prevenuto l’istinto omicida? Quali parole hanno scosso la psiche fragile del ragazzo, incapace di disarmare tali tragiche emozioni? Bambini e ragazzi interiorizzano purtroppo sempre di più la gestualità attinta dalla pratica con i killer games sempre più realistici nella grafica, dall’utilizzo precoce dei social e dell’AI, covano emozioni forti che sono un mix di dolore e perdita di controllo dinanzi alle proprie frustrazioni, dinanzi ai no che non si riescono ad accettare. Di conseguenza sempre più spesso gli adolescenti hanno difficoltà ad esprimere i propri disagi quotidiani con la famiglia, perché è proprio in questo fragile contesto che spesso manca l’ascolto, i ponti linguistici di comprensione e risoluzione di problemi che si incancreniscono già a partire dai bambini.
Ulteriore problema sociale, sempre più frequente alla luce degli ultimi accadimenti, l’incolumità dei docenti, coloro che contribuiscono a formare i futuri cittadini che dovrebbero essere già educati, rispettosi della realtà circostante, capaci di autonomia e di giudizio. Ma nel panorama della crescita e della costruzione della personalità, a partire dai primi anni di scuola, si assiste all’assenza del rispetto delle regole ormai scalzato da un gergo inappropriato che dilaga e che, a sostegno di quanto sostenuto dal Ministro Valditara, richiede in taluni casi la giusta azione correttiva, sicuramente non basata sull’umiliazione. La scuola non è certamente un tribunale che commina “pene alternative”, ma responsabilizzare i ragazzi che compiono atti violenti con una scuola-lavoro e percorsi di recupero adatti, aiuta a ravvedersi dall’atto compiuto che non deve essere inteso come umiliante. Indispensabile è l’intervento della famiglia che, paradossalmente, in alcuni casi giustifica i comportamenti dei propri figli, considerandoli quasi con stupore, in altri tende ad ovattare i bambini dalle brutture del mondo esterno, in altri ancora favorisce l’adultizzazione precoce dei minori, dunque vista la trasformazione sociale che viviamo, dovrebbero essere svolti a partire dai genitori degli affiancamenti formativi non tanto per sostenere l’apprendimento domestico, ma per sgretolare l’infantilizzazione di cui sono i veri protagonisti.
I genitori sono i responsabili più diretti dell’educazione, dell’istruzione e della stabilità emotiva a partire dai più piccoli, la famiglia deve intervenire nella quotidianità dei bambini e dei ragazzi perché ha un ruolo determinante, è in questo contesto che vanno attenzionati i comportamenti scorretti, perché già nel contesto familiare nasce l’emulazione del modo di fare. Ma una delle convinzioni errate è pensare che il compito educativo e didattico sia prevalentemente degli insegnanti perché la scuola è l’ambiente in cui i bambini trascorrono la maggior parte del loro tempo. Nonostante il tempo scuola, è fondamentale bilanciare le routine giornaliere con il tempo libero, il gioco, la noia spesso sottovalutata e le relazioni familiari, quando non avviene il giusto equilibrio tra le parti, a scapito del dialogo e della condivisione di sani momenti familiari, è qui che prendono vita i comportamenti ingravescenti degli alunni. E-ducare non significa assumere atteggiamenti dispotici o indossare gli abiti dell’autorevolezza – che scaturisce dalla paura e non dal rispetto – non significa limitarsi a dire “no”, ma significa aiutare a portare fuori le cause del disagio vissuto e a far emergere i giusti comportamenti, da incanalare verso obiettivi costruttivi, per le giovani generazioni e per il loro benessere emotivo. L’Art.30 della Costituzione cita “E’ diritto e dovere dei genitori istruire ed educare i propri figli, e i genitori devono prevenire e correggere quegli aspetti del carattere che denotino imprudenza e leggerezza verso se stessi o terzi”. Compito della famiglia non è attuare la propria autorità togliendo lo sport preferito, quanto piuttosto attenzionare l’abuso dei fattori che fomentano l’aggressività. Trascorrere molte ore online, affidandosi al consenso dei like dei social, potrebbe essere il segnale prodromo della solitudine, della mancanza di dialogo e del vuoto relazionale che si insinua tra i ragazzi quando non si sentono apprezzati e compresi tra le mura domestiche e probabilmente nelle relazioni con i propri pari. Le attenzioni mancate fanno sprofondare in abissi umani che bisogna prevenire, evitando che si trasformino in bravate estreme come richiesta di aiuto, meditiamo! Italo Calvino sosteneva:” Ciò che m’hanno insegnato, questo sono io, un’interminabile catena di istruzioni che i genitori mi hanno trasmesso”: le nuove generazioni sono come gli aquiloni, impareranno a volare, a sognare e a vivere come soffia il vento, ma in ogni volo, in ogni sogno e in ogni vita, rimarrà per sempre l’impronta dell’insegnamento ricevuto.





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