Il 25 Aprile ci ricorda che anche dalla parte giusta c’è chi ha progetti orrendi

25 Aprile 2022

Questo è un 25 Aprile strano. Nuovo. Per la maggior parte degli italiani viventi, infatti, è la prima Festa della Liberazione che cade nel mezzo di una guerra che ci riguarda e coinvolge. Che sentiamo vicina, possibile come mai prima, simbolica e quindi reale come nessuna di quelle che hanno visto “l’Occidente” ai posti di combattimento. Una guerra “nostra”, molto più nostra di diverse altre guerre nelle quali il nostro esercito è stato materialmente impegnato. Eppure questa volta è davvero diverso. Anche se il capocordata Biden ha garantito che la Nato non interverrà direttamente con le truppe dei paesi dell’alleanza; anche se l’Europa in tutte le sue declinazioni ha fatto intendere che non ci saranno eserciti europei sul campo; anche se il campo di battaglia darà beneficio all’industria bellica occidentale senza fare vedove e orfani che parlano inglese francese tedesco e italiano: questa è, innegabilmennte, la prima “nostra” guerra.

Contano i social network, si dice, e con buona ragione, perchè ci portano in casa e in mano una discussione infinita, a volte pertinente e spesso sconclusionata, sul destino storico  e bellico del popolo ucraino aggredito dalla Russia di Putin e sul futuro di un mondo che, vada come vada, non sarà pià quello di prima. Ma conta, molto di più dei social network, la traiettoria di un tempo in cui la storia ha ripreso velocità e lo ha fatto ripartendo dai fondamentali del Novecento: in principio fu una pandemia, anche allora, e poi arrivò una guerra, la Prima Guerra Mondiale, scatenata nel quadrante orientale dell’Europa. Le variabili di differenza sono tante e importanti, ma le analogie meritano sempre di essere prese sul serio, soprattutto quando alla fine il destino porta a riempire, ora come allora, i cimiteri.

Alla fine di quella parabola, iniziata un secolo abbondante fa, in Italia e in tutta la parte più fortunata del mondo, iniziò il periodo più prospero, fortunato ed eccezionalmente felice della storia dell’umanità. Non ce lo si ricorda quasi mai, presi come siamo – giustamente – nella celebrazione di una giornata eroica: ma il 25 Aprile fu anche questo. Anzi, se lo guardiamo con gli occhi di milioni di italiani che si sono interessati alla politica principalmente in quanto strumento di benessere e pace sociale, il 25 Aprile lasciò in eredità soprattutto questo: l’inizio di un tempo di pace, di crescita, di futuro sorridente. Di un tempo in cui i padri e le madri ebber0 per qualche generazione la ragionevole certezza  che il mondo delle figlie e dei figli sarebbe stato migliore del loro. La Festa della Liberazione, che oggi celebriamo per il popolo italiano, chiuse un trentennio infausto, iniziato con la Pandemia e la Prima Guerra Mondiale, e finito nel sangue dopo l’incubo volontario del Fascismo e dell’alleanza strategica e ontologica con Hitler.

Fu una rivoluzione mancata, quella che celebriamo il 25 Aprile. Lo ha pensato – per decenni – chi aveva combattuto non solo per liberare l’Italia dal regime fascista, ma anche per estirparne ogni radice dagli apparati dello stato e della burocrazia, per continuare a combatterne la mentalità casa per casa, scuola per scuola, chiesa per chiesa. E lo ha pensato anche chi, lungo gli stessi decenni, sognava il sogno che altrove fu un incubo: cioè chi sperava che la vittoria di Stalin arrivasse perfino a convincere gli italiani di allora che era meglio stare con lui, piuttosto che con Roosvelt. Stalin, già. Dagli ucraini giustamente ricordato come sterminatore dei loro avi; dai più realisti tra noi per decenni – molti erano democristiani, solidamente anticomunisti – ricordato come un alleato fondamentale nel costruire le basi per un paese prospero, sostanzialmente democratico, concretamente capace di rappresentsre un’ottima alternativa a tutte quelle offerte da latitudini anche vicine, e da passati fin trooppo recenti.

Ai decenni della Prima Repubblica dell’Italia nata dal 25 Aprile, contribuirono in tanti. Quasi nessuno era innocente, molti anzi erano a loro modo colpevoli. Vi contribuirono in modo decisivo gli Alleati anglo-americani, formalmente “invasori” di un paese sovrano che sì, aveva contribuito a scatenare una guerra ma resta sovrano, pur in assenza di democrazia, a casa propria. Furono gli stessi americani che gettarono due bombe atomiche sulla “resistenza” oltranzista del Giappone alleato di Hitler e Mussolini, provocando centinaia di migliaia di morti, a guerra sostanzialmente già vinta, compiendo un crimine in grado di far impallidire le epiche gesta di guerre e dittature militari sostenute in mezzo mondo per tutto il dopoguerra.  A quella vittoria, peraltro, contribuirono in maniera non meno decisive le truppe di Stalin, nemiche furiose dei nostri nonni mandati a morire nelle nevi di Russia: e se i nostri nonni non avessero perso, avremmo avuto destini assai peggiori. Lo stesso Stalin che, finita la guerra, instaurò e impose uno dei regimi più sanguinari della storia. Alla Liberazione contribuirono, ancora, sul campo e costruendo un’eredità morale, i tanti che decisero, sopratutto dal 1943, di impugnare le armi contro l’esercito del proprio paese – il nostro – e contro i suoi alleati nazisti, rischiando la vita, salvando la dignità di una nazione, e commettendo in qualche caso crimini efferati e gratuiti. Non tutti tra loro avevano sogni belli. Alcuni volevano al comando Stalin, altri avrebbero anche salvato la peggior monarchia europea, complice di Mussolini, che peraltrò inventò il fascismo nel cuore di Milano e grazie ai soldi della peggio borghesia.

Eppure, anche grazie a tutti loro, siamo qui a parlarne: a godere della coda lunga di un processo storico che ha fatto di noi uno dei popoli più fortunati della storia. Liberi, per quel che si può; prosperi per quanto si riesce; felici e ottimisti, ciascuno di noi sa quanto e come. Dopotutto, celebrare il 25 Aprile, significa celebrare la vittoria di un bene contraddittorio che ha lasciato un’eredità soddisfacente ma imperfetta: insufficiente, eppure a suo modo perfetta, almeno per un’ampia maggioranza di cittadini, che è ciò che conta in democrazia. Il 25 Aprile insomma ci insegna che fare la storia significa celebrare la Liberazione anche abbracciati a chi non vorremmo a pranzo con noi. Ci ricorda che il futuro migliore si costruisce anche con chi vuole un mondo che non è il nostro, e che il “dopo” serve apposta per dire che orizzonte vogliamo. Ci dice, ancora, che l’assenza di contraddizioni non è possibile nemmeno tra chi ha tante ragioni. Ci ricorda, infine, che arriva il tempo in cui si deve scegliere, e quando ci si mette dalla parte degli oppressi, dei prevaricati e degli invasi, ci si mette dalla parte giusta della storia, mentre essa succede. Memori del fatto che anche “i buoni” hanno tante colpe e anche tra loro ci sono approfittatori e criminali: è sempre stato così, e questo tempo non farà sicuramente eccezione.

Oggi celebriamo una Liberazione che fu perseguita costruita e voluta da molti, molto diversi tra loro. Quasi nessuno era santo, e molti di loro avevano sogni che si sarebbero rivelati incubi. Eppure anche a loro, a quel passato che sembra ormai remoto oggi dobbiamo dire grazie. Con uno sguardo a questo oggi di guerra, e lavorando per un futuro in cui resistere non serva più, a nessuno, e da nessuna parte del mondo.

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CAT: Storia

Un commento

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  1. evoque 2 mesi fa

    E’ così difficile scrivere la parola Resistenza? Anche la presidentessa del senato della repubblica italiana – Casellati – ha avuto la stessa difficoltà: nel messaggio indirizzato agli italiani per il 25 aprile ha accuratamente evitato le parole fascismo, nazismo e Resistenza.

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