Saragat e il socialismo democratico

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8 Giugno 2018

Se c’è un popolo che manca di memoria storica è certamente quello italiano.

Quest’affermazione, evidentemente apodittica,  trova giornaliera conferma nei discorsi della gente, nelle scelte che ciascuno di noi fa e si manifesta  nel disprezzo per tutto quanto richiami un passato, soprattutto se quel passato sia abitato da ricordi o memorie di sacrifici.

Così, vivendo in un presente che consente di giustificare tutto, all’italiano poco importa della storia o delle storie che, laddove per qualche necessità formale vengano recuperate, sono rilette seconda la narrazione che più aggrada.

E’ quanto accaduto a Giuseppe Saragat, quinto presidente della Repubblica italiana, del quale in questo 2018 ricorrono i trent’anni dalla morte e i 120 anni dalla nascita.

Saragat, nella memoria collettiva anche dei più informati, è stato praticamente cancellato e se qualcuno lo richiama è per sottolinearne qualche peccato veniale, come la sua passione per il Barbera.

Eppure, se c’è un personaggio che merita di essere ascritto fra i padri nobili di questa Repubblica è proprio questo socialista, della buona borghesia piemontese, la cui coerenza democratica potrebbe essere d’esempio per le generazioni di oggi.

Raccontarne, anche se in breve, la densa esperienza politica, a cominciare dalla scelta di stare dalla parte dei deboli, ma anche la sua ferma opposizione al fascismo – che gli valse il carcere -e il suo esilio, la fede nei valori della democrazia e della libertà, la sua robusta formazione culturale affinata dalle relazioni internazionali, potrebbe riempire parecchie pagine, ci limiteremo qui a ricordare il merito maggiore del quale la comunità nazionale dovrebbe portargli eterna gratitudine.

Parlo della rottura del “Frontismo”, nell’essere parzialmente riuscito, favorendo la scissione socialista e fondando il partito socialdemocratico, a portare una parte dei socialisti nell’orbita dell’occidente democratico contro lo stalinismo che, allora, fascinava anche il mondo socialista.

Una scelta sofferta, liquidata dall’allora dirigenza socialista in modo superficiale, che gli riversò addosso le accuse di tradimento, opportunismo e di servo del capitalismo, di cui si fecero latori anche illustri compagni di lotta come lo stesso Pietro Nenni o l’esuberante Sandro Pertini il quale, arrivando a palazzo Barberini dove nel gennaio del 1947 si stava consumando la scissione, fece  l’ultimo tentativo per convincere Saragat a tornare sui suoi passi per evitare quello che immaginava fosse un grave errore politico.

Ma Saragat, personaggio di ben altra e solida robustezza politica, non ebbe esitazioni nel varare il partito “Unità socialdemocratica” divenendo, secondo la definizione del Washington Post, “ il leader degli insorti anticomunisti del Partito socialista” .

La nuova compagine, seguendo le direttive di Saragat, si mosse decisamente nel solco della scelta occidentale tracciata da De Gasperi e, suscitando scandalo nel mondo della sinistra alla quale continuava ad appartenere, e si schierò a favore dell’adesione al Patto atlantico.

Nello scontro del ’48, nel quale la fedeltà di Nenni al patto con i comunisti  sarebbe stata pagata con la perdita definitiva a sinistra della primazia socialista, su Saragat, che con la sua formazione raccolse oltre il 7% del consenso, piovve addirittura l’infamante definizione di “social fascista”.

Negli anni che seguirono, pur aspirando ad una ricomposizione dell’area socialista e lavorando per essa, considerò però prevalente l’interesse nazionale collaborando “lealmente” con la Democrazia cristiana nella sua azione di governo: non è un caso che non si sia tirato indietro nella difficile crisi generata dal dibattito sulla nuova legge elettorale, definita ingenerosamente “legge truffa”.

Quel sogno, di riunificazione nel segno di un socialismo democratico, sarebbe stato coronato solo molti anni dopo nella metà degli anni sessanta.

Nel ’64, dopo una vicenda complessa che vide alla fine confluire sul suo nome i voti democristiani, socialdemocratici e socialisti, questi ultimi convinti da Nenni a votare “l’amico-rivale”, venne eletto alla massima carica dello Stato.

Da quell’alto seggio, coerentemente sostenne la collocazione atlantista dell’Italia scontrandosi con lo stesso Fanfani che veniva accusato di volere superare i vincoli atlantici.

Concluso il mandato presidenziale, continuò, in difficili momenti della vita nazionale, il suo impegno politico per rilanciare quell’idea socialdemocratica alla quale aveva sempre creduto e che immaginava dovesse rappresentare il futuro del Paese.

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Foto di copertina: Portrait of Italian journalist and writer Vittorio Giovanni Rossi with the President of the Italian Republic Giuseppe Saragat. Castel Porziano, December 1965. Foto di Mario De Biasi (Mondadori Publishers)

 

TAG: Alcide De Gasperi, giuseppe saragat, Pietro Nenni, socialdemocrazia, socialismo
CAT: Storia

2 Commenti

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  1. beniamino-tiburzio 2 anni fa

    Un po’ d’aria pura nella mefitica condizione in cui il Paese è immerso. La causa di tale condizione va individuata anche nella scarsa cultura, oltre che nella inesistente memoria storica, dei gazzettieri.

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  2. luciano 2 anni fa

    Ringrazio Pasquale Hamel per questo bel ricordo di Giuseppe Saragat. Se i socialisti nel 1947 avessero seguito lui invece di fare i vassalli di Togliatti, avremmo avuto anche in Italia una grande socialdemocrazia e l’alternanza al governo tra conservatori e progressisti. Come nel resto dell’Europa democratica. In quel momento cruciale la sinistra italiana si è giocata il futuro.

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