“Se io non sarò per me, chi sarà per me?”Marc Bloch ucciso 75 anni fa, oggi

16 giugno 2019

75 anni fa, il 16 giugno 1944, Marc Bloch, classe 1886, storico andava davanti al plotone d’esecuzione e veniva ucciso perché resistente.

Quella scelta compiuta a 56 anni, nel 1942, di non nascondersi soprattutto di non sottrarsi, ma di essere parte del movimento per la rinascita e la rifondazione della democrazia in Francia è un indicatore interessante di che cosa voglia dire fare i conti con la sconfitta, ma anche non sentirsi fuori dalle responsabilità. Di assumere il senso della sconfitta della propria parte, ma anche di non sottrarsi alla dimensione civile dell’impegno.

Marc Bloch, è interessante e importante notarlo, non diviene resistente perché sposa il programma di un partito politico. Ma perché in un qualche modo risponde a una massima dell’impegno che riconosce il principio fondativo in un passo molto noto delle Massime dei padri (I, 13) laddove è detto “se io non sono per me, chi è per me? Ma se io sono soltanto per me, che cosa sono io? E se non adesso, quando?”

Quel punto di decisione aveva avuto nei mesi successivi al crollo morale, prima ancora che militare della Francia (tra estate 1940 e inverno 1941) il suo luogo di riflessione nel bilancio che egli traccia ne La strana disfatta.

Scritto nei mesi dell’estate 1940 mentre sulle strade di Francia, quelle che diagonalmente tagliano l’esagono da Nord-Est a Sud-Ovest, si consuma l’andirivieni di una popolazione smarrita e desolata in cerca prima di tutto di un luogo mentale e carismatico in cui riconoscersi, La strana disfatta prima di tutto un testo in cui si consuma un resoconto morale e politico di una generazione.

Marc Bloch, lo preciserà nella Apologia della storia, ha una ben precisa immagine della sua generazione: un gruppo umano che è contraddistinto, prima di tutto, da un’ esperienza precisa, quella dell’ «Affaire Dreyfus», in cui giunge a maturazione quell’«ideale repubblicano» che fonda e dispiega culturalmente il concetto di eguaglianza politica, un concetto che se ha nel dettato dell’ «’89» il suo percorso teorico riesce solo alla fine dell’ Ottocento a divenire patrimonio collettivo universalmente condiviso.

Marc Bloch nell’estate 1940 ha la netta percezione che quella generazione rappresenta per la Francia una promessa mancata. E del resto non è casuale che la lunga chiusa di queste pagine, affidate alla riflessione solitaria in un momento in cui anche le consolidate amicizie si dissolvono e le solidarietà professionali vengono meno (ormai non è più un segreto che tra Bloch e Lucien Febvre, l’amico e il collega con cui ha condiviso fin dagli anni ‘20 il progetto e poi la realizzazione de «Les Annales», si consumi nel clima del «crollo della Francia» una rottura che prima ancora che storiografica è politico-morale), si risolva in un appello rivolto alle giovani generazioni, a quei «figli di Francia» che ancora devono crescere, ma a cui secondo Bloch spetterà il compito, «terribile e affascinante» di riscrivere il patto costituente della Nazione una volta riconquistata la libertà e l’integrità del territorio.

Ad essi si rivolge idealmente Marc Bloch svolgendo un resoconto del disastro nazionale e cercando di trarre dalla disfatta gli indicatori di una possibile ripresa e rinascita.

Della Francia che va alla guerra, anzi che dichiara di andarvi ma che in realtà cerca di sottrarvisi con tutti i mezzi, Bloch fornisce un quadro che riletto oggi contiene certamente molti elementi strutturali che contribuiscono alla sconfitta militare del maggio-giugno 1940 (da una strategia militare assolutamente inadeguata; all’ inconsistenza della propaganda all’ impreparazione psicologica di affrontare il confronto diretto col nemico).

La radiografia che fornisce Bloch coglie nel segno praticamente su tutto il campo d’ analisi proprio dell’ impreparazione militare e dell’ insufficienza tecnica (e la storia delle tecniche non è tema marginale nella sua ricerca storiografica tra medievità e modernità), così come correttamente individuato è quel «tracollo psicologico» che colpisce il soldato, il fante, predisposto ad affrontare una «guerra di trincea» ma che costantemente e quotidianamente si trova scavalcato da una mobilità del fronte che ne inibisce la capacità di risposta, e che ne dissolve anche un qualsiasi proposito di resistenza, se non di contrattacco.

Nell’ esame di Bloch non è solo la strategia militare dello Stato Maggiore francese (di cui significativamente salva solo De Gaulle) ad essere posta al vaglio delle sue critiche. È la gracile alleanza franco-britannica ad occupare una parte considerevole delle sue note, un’ alleanza spesso giocata sul crinale del malinteso, tenuta in piedi attraverso una complessa macchina di reciproche convenienze nascoste o occultate da un «non detto» di rancori, di rimostranze a stento trattenute e raffigurate nel risentimento del contadino francese per i costumi delle truppe britanniche, truppe percepite come alleate, ma al tempo stesso come straniere, operanti sul  territorio nazionale francese, e perciò «ospiti», ma assolutamente non rispettose dei «padroni di casa». Presentite infine come «poco motivate» perché‚ non mosse dall’ obbligo di difendere il proprio territorio nazionale.

È infine la società francese nel suo complesso ad essere messa sotto accusa da Marc Bloch. Una società in cui la destra abbandona l’idea di interesse nazionale e la sinistra non la matura mai; dove una borghesia è troppo presa dai propri interessi, una piccola borghesia è completamente reclinata su se stessa e la classe operaia non ha mai maturato la fuoriuscita dal suo corporativismo, al cui interno non giunge mai a compimento un processo di reale assunzione di responsabilità nazionale e che, al di là della conclamata «beatificazione» di Jaurès ha continuato a provare una profonda sintonia con il discorso politico di Guesde (un confronto che se indagato direbbe molte cose anche di alcuni elementi strutturali dell’identità storica della sinistra in Italia).

Osserva Bloch, ne La strana disfatta, che ciò che è stato sconfitto nelle giornate del giugno 1940 “è la nostra piccola città, le sue giornate dal ritmo troppo fiacco, la lentezza dei suoi autobus, le amministrazioni sonnolente, la perdita di tempo ad ogni passo intimata da una molle noncuranza, l’ indolente pigrizia dei suoi caffè di guarnigione, le mene di una politica di corto respiro, l’ artigianato scarsamente redditizio, le biblioteche dagli scaffali vuoti, il gusto del già visto e la diffidenza nei confronti di ogni novità che possa turbare comode e consolidate abitudini..” (pp. 136-137).

Marc Bloch è stato certamente un grande storico, e anche in queste pagine dimostra una stoffa di analista sociale di alto spessore. Tuttavia, viene da chiedersi come e perché‚ nelle sue pagine non emergano altri dati e altri indicatori.

La crisi francese degli anni ‘30 che sbocca nella sconfitta del giugno 1940 assomma nel tempo i dati strutturali di una società che non riesce n‚ socialmente, n‚ politicamente ad autoriformarsi.

La III Repubblica non crolla di fronte alle truppe tedesche, ma è già in disfacimento nelle giornate del settembre 1938 (Sartre ne Il rinvio ne ha forse fornito il quadro più complessivo, ma a rileggere le Memorie di un rivoluzionario di Victor Serge, emerge che un osservatore non francese, eppure simpatetico con la Francia, ne aveva già individuato i tratti essenziali). È priva di un sentimento nazionale collettivo persino nel suo calendario civile (ne sono prova le cerimonie per il ventennale dell’armistizio, 11 novembre 1938; e per il centocinquantenario della Rivoluzione, 14 luglio 1939). È in preda a un timor panico generalizzato (lo testimoniano le pagine di un romanzo di Raymond Queneau, Un rude hiver, pubblicato nell’ autunno 1939).

Tutti questi dati o questi indicatori non compaiono nelle pagine di Bloch. Non per insensibilità dello storico, ma semplicemente perché‚ in queste pagine non è lo storico a parlare, bensì la coscienza civile di un uomo che tenta di fare i conti con la sconfitta nazionale, che elenca delle cause, ma che significativamente non scava nel malessere profondo di un paese, perché‚ prima di tutto dovrebbe fare i conti con una lunga fase della storia nazionale (da ultimo perché‚ questo testo certamente costituisce una prima traccia e certo Bloch l’ avrebbe profondamente rivisto e ampliato se avesse avuto l’opportunità di farlo e se fosse sopravvissuto alla guerra).

Ma non è questo ciò che conta qui.

Conta la capacità di individuare alcuni percorsi di riflessione.

La strana disfatta, è forse un testo che a un primo livello ci sembra parlare solo di un contesto di tanti anni fa. Sarebbe sbagliato leggerlo come la testimonianza di un tempo lontano. Prima di tutto è una grande lezione di analisi «a caldo» sulle sconfitte, verso cui si è andati pensando di vincere e di tornare trionfatori, ma da cui si è emersi senza una bussola che serva e funzioni da guida.

Una lezione di educazione civica dove conta soprattutto superare lo sconforto e interrogare laicamente il passato prossimo e quello remoto per capire dove e come maturano le sconfitte. Senza isterismi né personalismi, ma con un senso anche composto della propria disillusione.

TAG: Etrange défaite, Jean Paul Sartre, Marc Bloch, Raymond Queneau, Victor Serge
CAT: Storia

3 Commenti

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  1. dionysos41 4 mesi fa
    ciò che è stato sconfitto nelle giornate del giugno 1940 “è la nostra piccola città, le sue giornate dal ritmo troppo fiacco, la lentezza dei suoi autobus, le amministrazioni sonnolente, la perdita di tempo ad ogni passo intimata da una molle noncuranza, l’ indolente pigrizia dei suoi caffè di guarnigione, le mene di una politica di corto respiro, l’ artigianato scarsamente redditizio, le biblioteche dagli scaffali vuoti, il gusto del già visto e la diffidenza nei confronti di ogni novità che possa turbare comode e consolidate abitudini..” (pp. 136-137).Sta qui il nodo della riflessione di Bloch che oggi dovrebbe far riflettere anche noi. Ho amato Bloch come pochi altri storici. Ecco un altro motivo per continuare ad amarlo. E continuare a considerarlo maestro di impegno civile, proprio perché storico, perché studioso. Lo studio che non s'immerge nell'oggi, che non apprende dal passato ad analizzare e capire l'oggi, è uno studio supeficiale e inefficace. I Re Taumaturghi è uno dei più grandi libri di storia mai scritti.
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  2. tom452 4 mesi fa
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  3. giovanni-neiman 4 mesi fa
    Caro David Bidussa, Non sono al suo livello culturale per potermi permettere degli appunti, ma qualcosa del suo articolo mi stona lo stesso. Da nessuna parte dell'articolo leggo la parola "ebraico" o "ebreo", o la radice "giudaico". Per es si accenna a Dreyfuss, ma solo per collegarlo ad ideali illuministici: " Marc Bloch, lo preciserà nella Apologia della storia, ha una ben precisa immagine della sua generazione: un gruppo umano che è contraddistinto, prima di tutto, da un’ esperienza precisa, quella dell’ «Affaire Dreyfus», in cui giunge a maturazione quell’«ideale repubblicano» che fonda e dispiega culturalmente il concetto di eguaglianza politica, un concetto che se ha nel dettato dell’ «’89» il suo percorso teorico riesce solo alla fine dell’ Ottocento a divenire patrimonio collettivo universalmente condiviso" Da nessuna parte si dice che le Massime dei padri (Pirkei Avot), uno dei massimi trattati della morale ebraica. [...lei sa benissimo queste cose...] Non so quindi cosa pensare di un articolo che lascia da parte tali dettagli non proprio secondari, visto soprattutto che Bloch era di famiglia ebraica alsaziana. Non era religioso, ma era comunque un uomo di cultura che non aveva rifiutato tanta parte della propria (si può vedere dal testamento) ed era per forza sensibile a quel mondo. Sarebbe forse stato più interessante far appunto notare questo incrocio di due culture, che per esempio ha portato Primo Levi ad utilizzare questa espressione per un suo famoso libro. Ho commesso un errore, ho dato un suggerimento quando in realtà volevo solo fare una domanda: perché omettere tanta parte? La ringrazio se vorrà rispondermi. Mi scuso in anticipo per corbellerie che posso aver detto.
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