Va bene ricordare “l’inutile strage”?

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4 novembre 2018

Lenin in uno scritto del 1915, quando ancora l’Italia non era entrata in guerra ma ancora traccheggiava su quale compagno d’avventura scegliere, affermava che tutte le potenze in guerra erano responsabili del conflitto, togliendo l’aureola della nobiltà a quelle nazioni – si riferiva alle potenze dell’Intesa – che, ufficialmente, combattevano contro il vecchio mondo tradizionalista e conservatore per imporre un nuovo mondo informato dal progresso e dalla modernità.

Osservando, sine ira et studio, quanto è accaduto nel corso di quella che, per l’estensione del conflitto e per il coinvolgimento di così tanti stati, venne definita prima guerra “mondiale”, si può in qualche modo concordare con quella tesi.

In effetti, al di là del fatto che la storia la scrivono i vincitori, si può ben dire che “l’inutile strage”, come la definì un grande papa dimenticato, sia stata in realtà dettata da interessi troppo spesso meschini abusivamente nobilitati dal richiamo ad elevati principi e grandi ideali.

A motivare le potenze protagoniste di quel tragico conflitto furono, infatti,  grandi interessi, soprattutto di natura economica, di quelle grandi potenze che miravano “a riassestare e a rinsaldare il proprio dominio sul resto del mondo”.

Era infatti l’apice di quella politica imperialista che, soprattutto dalla seconda metà del XIX, aveva spinto molti stati europei a sottomettere immensi territori per sfruttarne, in maniera spesso sconsiderata, le grandi risorse, soprattutto minerarie, di cui disponevano.

Anche il giovane Regno d’Italia – che appena quattro anni prima aveva celebrato il suo mezzo secolo dalla fondazione e che, sotto la spinta del riformismo giolittiano si avviava sulla strada del consolidamento delle sue strutture capitaliste – ritagliatasi una giustificazione forte, da offrire in pasto all’opinione pubblica, in maggioranza non molto propensa ad entrare in guerra, come quella della annessione delle terre “redente” – fu alla fine dalla parte delle potenze coloniali contro quegli imperi centrali che, fino a poco prima, erano stati i suoi alleati.

Una decisione sofferta, quella italiana, fortemente voluta dalla corona e dai nazionalisti ma avversata dallo stesso Giolitti e dalla Chiesa cattolica.

Tanto che i guerrafondai del tempo,  per convincere la gente che quella scelta fosse stata giusta,  furono costretti ad organizzare oceaniche manifestazioni – culminate nelle “radiose giornate di maggio” – che videro protagonisti intellettuali e artisti a cominciare da Gabriele D’Annunzio.

In un’Italia poco convinta, risuonò dunque il richiamo romantico alle passioni guerriere, eccitato dalla follia futurista della “guerra come sola igiene del mondo”; una sorta di inno alla violenza che corruppe anche l’animo di molti socialisti, a partire da Gaetano Salvemini, che rinnegarono il pacifismo che condividevano con le grandi masse cattoliche, i quali in nome della lotta delle democrazie, accettarono la guerra contro gli imperi autocratici.

Una guerra terribile nel corso della quale, come ha raccontato Eric Maria Remarque, si perdette ogni traccia di umanità, in cui centinaia di migliaia di soldati furono sacrificati in assalti o battaglie insensate nel corso delle quali affermare una benché minima ragione critica, in osservanza delle disposizioni draconiane del comandante supremo generale Luigi Cadorna, faceva correre il rischio di finire davanti ad un plotone di esecuzione.

Una guerra che avrebbe clamorosamente scoperto, con l’umiliante rotta di Caporetto, le insufficienze del Paese: con un esercito sconfitto che, solo grazie alla tenace passione del nuovo presidente del consiglio Vittorio Emanuele Orlando e del nuovo comandante supremo, Armando Diaz, avrebbe fatto proprio l’invito a “Resistere, resistere, resistere”.

Ecco perché quel 4 novembre, celebrato a buona ragione come vittoria, deve essere anche, e soprattutto, ricordato per il pesantissimo bilancio di perdite umane che, per l’Italia ammontarono a oltre 650.000 morti, 65.000 dei quali siciliani, e 2 milioni fra feriti e mutilati.

Una vittoria che per il nostro Paese si tradusse sì nel ricongiungimento all’Italia delle terre redente, obiettivo che si sarebbe potuto raggiungere pacificamente e senza spreco di sangue, ma anche per il clima diffuso di insoddisfazione e di paure, anche alimentate ad arte, che seguì la conclusione del conflitto, il cui sbocco sarebbe stato l’avvento del regime autoritario fascista.

Allargando lo sguardo al di là dell’Italia, bisogna ancora aggiungere che quella guerra, scatenata per confermare la potenza europea finì, invece, per strappare alla stessa Europa quella centralità, per secoli incontrastata, spostandola al di là dell’oceano ed ancora che, purtroppo, apparecchiò le ragioni per il successivo conflitto, parlo della seconda guerra mondiale che, come la storiografia ormai riconosce, non è stata altro se non un’appendice, ancor più tragica, di quel primo conflitto.

TAG: 4 novembre 1918, grande guerra, Vittorio Veneto
CAT: Storia

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