Milo Rau: l’ultima pagina del diario italiano

6 novembre 2019

A metà ottobre, dopo dieci settimane, si sono concluse le riprese del mio film biblico “Il Nuovo Vangelo” sul palco del Teatro Argentina di Roma – inaugurato circa 200 anni fa con la prima del “Barbiere di Siviglia” di Rossini. Nei due mesi e mezzo precedenti abbiamo lavorato per le strade e sui colli di e intorno Matera, quest’anno Capitale Europea della Cultura.

Quest’ultima scena volevo girarla proprio a Roma, in un teatro. Da un lato perché la Resurrezione è per me – così come per la maggior parte dei miei collaboratori – qualcosa in cui posso credere solo come metafora politica, dall’altro perché un film su Gesù non può che concludersi a Roma, capitale del cattolicesimo.

La serata è iniziata con un discorso di Ponzio Pilato, interpretato dall’attore Marcello Fonte. Con “Dogman”, Fonte è diventato forse l’attore italiano più popolare, e la sua presenza nei panni di Pilato ha cambiato totalmente la temperatura del personaggio. Nei film biblici Pilato è classicamente un freddo burocrate elitario. L’esuberante Fonte, attore del popolo, lo restituisce invece come un titubante uomo qualunque.

Girando la scena a Matera, in mezzo a una folla di comparse e turisti, qualcosa mi è parso più chiaro: la domanda di Pilato è sincera. Ed è proprio il popolo che decide di crocefiggere Gesù. O per dirla altrimenti: una decisione diversa era possibile.

Ex prostitute, braccianti, ambulanti

Dopo una breve parentesi teatrale – una deposizione di Cristo dalla croce sul modello caravaggesco –, gli apostoli hanno parlato al pubblico: attiviste/i dai campi profughi del sud Italia, ex prostitute, raccoglitori di pomodori, venditori ambulanti e contadini. Nel “Nuovo Vangelo” essi rappresentano quella stima di circa 500.000 rifugiati resi illegali dallo stato italiano e trattenuti sul suo territorio dal Trattato di Dublino, i quali finiscono col farsi sfruttare nelle piantagioni di pomodori e arance del Sud.

Nella “Rivolta della Dignità”, che abbiamo avviato quest’estate parallelamente al film insieme a circa 30 organizzazioni italiane e europee, si sono scagliati contro il capillare sistema schiavistico controllato dalla mafia, con occupazioni, manifestazioni, una campagna mediatica e un manifesto.

“Questa terra è la mia terra, questa terra è la vostra terra”, ha detto Ras Bamba, ghanese, che nel mio film interpreta l’apostolo Matteo. Per fuggire dai ghetti italiani ha tentato di andare in Svizzera, venendo però costretto a tornare indietro. Perché gli europei possono volare in Africa, ma non viceversa? Perché in Svizzera può entrare il cacao del Ghana, ma non il suo popolo? Perché tutte le industrie europee sono fondate sulla schiavitù?

La legge ignorata

Un sistema si riconosce dal modo in cui legittima le disuguaglianze, scrive Thomas Piketty nel suo nuovo libro “Capitalismo e ideologia”. Una rivolta comincia col respingere queste legittimazioni per quello che sono: l’ideologia di una società della proprietà e dei consumi, in cui per vivere comodamente si alimentano le disparità.

Dopo i discorsi degli apostoli, Cristo è “risorto”: l’attivista nero Yvan Sagnet, un tempo anche lui bracciante e organizzatore del primo sciopero contro la mafia nel 2011, è entrato in scena. Le leggi contro quel sistema di traffico di esseri umani chiamato caporalato, promulgate anche grazie al contributo di Sagnet, non vengono però mai applicate. La “Rivolta della Dignità” è, per così dire, il secondo tentativo di porre finalmente in atto la legge, seguendo anche il detto biblico: “Non sono venuto per abolire la legge, ma per darle compimento”.

Le scuse del vicesindaco di Roma, cui dopo il discorso di Sagnet è stato sottoposto il “Manifesto della Dignità” con sei punti concreti (tra cui la chiamata all’occupazione di infrastrutture abbandonate e di terreni inutilizzati), sono annegate tra le grida di sdegno del pubblico.

Ad ora, la “Rivolta della Dignità” è riuscita a creare una rete nazionale di organizzazioni che si battono per i diritti dei migranti e dei piccoli produttori agricoli. Grazie alle testimonianze internazionali sul “Nuovo Vangelo”, Casa Sankara – una comune di braccianti fondata e gestita da due dei nostri apostoli, un esempio vincente di appropriazione terriera post-capitalista – è attualmente sommersa di richieste e offerte di sostegno.

Lo stesso Yvan Sagnet sta per firmare un contratto con una catena di supermercati per portare sugli scaffali i pomodori prodotti legalmente dalla sua associazione “NoCap”. Per mesi siamo andati con lui nei ghetti a perfezionare i documenti dei lavoratori africani con gli avvocati.

Alcuni altri apostoli, braccianti già da tempo, stanno unendo le loro forze per coltivare su larga scala ortaggi africani in dei campi abbandonati. Vicino a Matera sta pure nascendo, sul modello di Casa Sankara, la prima di altre “Case della Dignità”: case abbandonate che vengono occupate, ristrutturate e abitate. Alcuni rifugiati potranno così lasciare la follia dei campi profughi e dunque il raggio di influenza dei trafficanti di esseri umani. “La mafia ha paura della nostra rivolta, perché per loro nulla è peggio della visibilità pubblica”, dice Mbaye, che interpreta l’apostolo Andrea e gestisce Casa Sankara.

Lotta pragmatica

Per quanto pragmatica la lotta nel sud Italia, la serata conclusiva di Roma, lontano dalle piantagioni, ha molto a che fare con il teatro. “Il pubblico romano consuma la resurrezione di Gesù”, ha scritto ironicamente un giornale il giorno successivo, aggiungendo: “Questi sono esattamente gli stessi spettatori che ebbe Ponzio Pilato”. La platea si è associata all’appello e il “Manifesto della Dignità”, nella sua estrema radicalità, è stato approvato con poche astensioni e un solo voto contrario. Ma la volontà del pubblico romano verso un reale cambiamento della situazione può considerarsi minima: venga pure il tuo Regno, purché sia una soirée teatrale.

Ma torniamo di nuovo a sud, a Matera. L’antica città rupestre rappresenta da oltre cinquant’anni Gerusalemme nel cinema mondiale. Pier Paolo Pasolini e Mel Gibson hanno girato qui i film biblici più conosciuti: “Il Vangelo secondo Matteo” (1964) e “La Passione di Cristo” (2004). Nel nostro “Nuovo Vangelo” compaiono attori da entrambi i film. Il Gesù di Pasolini, Enrique Irazoqui, interpreta Giovanni Battista. Nella scena del battesimo, che abbiamo girato su un’insenatura in riva al mare, proprio lui passa simbolicamente il testimone a Yvan Sagnet, il primo Gesù nero nella storia del cinema biblico europeo.

Nel “Nuovo Vangelo”, il ruolo della Santa Maria è invece affidato a Maia Morgenstern, che già lo aveva interpretato nel film di Mel Gibson. Questa sua prima apparizione le era costata a suo tempo una sorta di scomunica dalla comunità ebraica romena. Tornare a recitare la parte della Madre di Dio – con un figlio nero, per giunta – è quindi per lei, così come per tanti altri degli attori, una dichiarazione d’intenti: contro il razzismo, certo, ma anche contro le restrizioni pseudo-storiche sul messaggio universale della Bibbia, come le applicò ad esempio Mel Gibson facendo parlare i suoi attori in aramaico.

Anche Marcello Fonte è coinvolto nel nostro progetto perché ne sostiene soprattutto il messaggio politico. Cresciuto non lontano da Matera in una discarica occupata dal padre, Fonte è stato coinvolto nella storica occupazione del Teatro Valle e ha vissuto nel Cinema Palazzo occupato.

Capo della polizia e soldato romano

I restanti ruoli – per le circa 150 figure che fanno parte del Nuovo Testamento – li abbiamo scelti durante mesi di provini. Con molti attori i nostri cammini si sono incrociati durante le ricerche e le prove. Quando ad agosto, nell’ambito della “Rivolta della Dignità”, abbiamo organizzato una manifestazione contro la chiusura di un ghetto, ho conosciuto il capo della polizia: era perfetto per interpretare un ufficiale romano.

Quest’uomo di Bernalda, terra natia di Francis Ford Coppola, dopo qualche giorno si è presentato sul set. Proprio accanto al ghetto sgomberato ha arrestato Yvan Sagnet in costumi storici. Davanti alla telecamera, la violenza politica diventa così un’allegoria, lo scontro diventa solidarietà artistica. Oppure il sindaco di Matera – una delle poche città del sud Italia ancora governate dalla sinistra – interpreta Simone di Cirene, che porta la croce per Gesù. Ognuno di loro ha dunque le proprie ragioni per voler fare parte di questo film sul Cristo: fede, convinzione politica, coincidenza biografica.

Lo stesso vale per Vito, piccolo contadino anarchico che nel nostro film interpreta l’apostolo Bartolomeo. L’ho conosciuto nel momento in cui cercavamo case da occupare e trasformare nelle nostre “Case della Dignità”. Vito produce olio d’oliva e, come molti dei nostri apostoli, è coinvolto in numerosi processi per disobbedienza civile contro le politiche delle grandi aziende.

Il prezzo dell’agroindustria

La Basilicata, nostro principale luogo delle riprese, è ampiamente spopolata tra una monocoltura e l’altra. Le industrie agrarie internazionali decidono i prezzi, il che significa abbassarli a tal punto da rendere impossibile una produzione sostenibile. Per un litro di passata di pomodoro, che al supermercato costa 2 euro, il produttore riceve 9 centesimi. A coloro che invece sopravvivono alla guerra dei prezzi vengono dedicate norme comunitarie impossibili da rispettare. Per poter anche solo sopravvivere, molti contadini sono passati al baratto.

Per Vito, quindi, la Rivolta della Dignità è l’unica via: “Distruggi ciò che ti distrugge!”. Nella Rivolta nascono così solidarietà inedite: tra piccoli contadini e rifugiati, tra credenti e non credenti. Perché il capitalismo postmoderno può essere superato solo da chi riesce a superare la propria ideologia identitaria divisiva. Yvan Sagnet è un devoto cattolico, mentre Vito, come me, è ateo. Più della metà degli apostoli sono invece musulmani praticanti: nel bel mezzo dell’Ultima Cena abbiamo interrotto le riprese affinché alcuni discepoli di Gesù potessero srotolare i propri tappeti in direzione della Mecca.

Ovviamente durante le riprese mi è stato chiesto continuamente se fossi credente. La mia risposta è sempre stata sì, perché credo nella possibilità di cambiamento descritta nel Nuovo Testamento. Impegnarsi significa battersi per ciò che ancora non c’è ma dovrebbe esserci – nel nostro caso, per una vita dignitosa per donne e uomini migranti. Il Nuovo Testamento, specialmente nella sua interpretazione paolina, è una religione universale che resiste ad un’unica, quindi valida, interpretazione.

Salvare gli esseri umani

Come dice il controverso sacerdote eritreo Mussie Zerai, che nel nostro film depone Cristo dalla croce, i cittadini europei non devono vivere secondo la legge. Dovrebbero piuttosto metterla in discussione giorno dopo giorno. Le norme che anche per caso vengono validate – come ad esempio la criminalizzazione del salvataggio in mare in Italia – devono essere misurate secondo giustizia. Zerai stesso porta in salvo i naufraghi, li trasporta oltre il confine e li accoglie in case occupate. Perché quando l’ingiustizia diventa legge, la resistenza diventa un dovere.

La sera dopo lo spettacolo al Teatro Argentina ero seduto a Villa Massimo con la politologa Chantal Mouffe, che per caso si trovava a Roma. Secondo lei, l’universalismo della nostra interpretazione della Bibbia e la negazione delle contraddizioni collaterali nella creazione di solidarietà sono l’inizio di tutti i mali: l’universalismo è sempre anche un’ideologia dell’altrui assoggettamento. Proprio qui risiede naturalmente la contraddizione interna del “Nuovo Vangelo”, così come forse di tutti i film biblici: niente è più deprimente della vera storia della chiesa cattolica, la cui missione non è stata altro che la sottomissione, nonché l’annientamento, di altre innumerevoli religioni.

L’evento finale di Roma si è concluso con il battesimo di un ex bracciante congolese, che guarda caso si chiama Matthieu, Matteo. Proprio come il Gesù di Pasolini ha passato il testimone a Yvan Sagnet, Sagnet a sua volta ha conferito il sacramento al prossimo Gesù. Prima del battesimo, Matthieu, che aveva seguito con attenzione le nostre riprese per settimane, ha citato le parole del sacerdote sudafricano Desmond Tutu: “Quando i missionari sono venuti in Africa avevano la Bibbia e noi la terra. Così hanno detto: “Preghiamo”. Noi abbiamo chiuso gli occhi. Quando li abbiamo riaperti, noi avevamo la Bibbia e loro la terra”.

Il prossimo anno Matthieu interpreterà a sua volta il Redentore in un nuovo film biblico. Un film prodotto solo per poterne riutilizzare il ricavato per riacquistare le terre espropriate quattrocento anni fa in nome della Bibbia.

I terreni dei suoi antenati appartengono oggi a Unilever, che per cinquant’anni l’ha sfruttata per l’olio di palma finché la terra non ha smesso di dare frutti. Presto apparterrà di nuovo ai lavoratori. Forse è proprio questo il carattere salvifico delle Scritture: riscoprire il Vangelo come arma degli esclusi, così com’era in principio.

(Immagine di copertina di Armin Smailovic;  Traduzione di Riccardo Benedy Raschi)

*

Leggi le altre puntate del Diario di lavoro italiano di Milo Rau sul film-documentario sulla Passione di Gesù

Meccanica della schiavitù moderna

Così semplice così umano

Gesù il perdente

Parliamo di ciò che abbiamo di più importante

Milo Rau: «Vi racconto il Sud Italia, dove giro un film su Gesù»

 

TAG: Enrique Irazoqui, Gesù, Maia Morgenstern, Marcello Fonte, Matera 2019, Milo Rau, Nuovo Cinema Palazzo, Nuovo Vangelo, Pier Paolo Pasolini, Teatro Argentina, Teatro di Roma, Teatro Valle Occupato, Thomas Piketty, Yves Sagnet
CAT: Teatro

Nessun commento

Devi fare per commentare, è semplice e veloce.

CARICAMENTO...