Modena, Roma, Castrovillari: dai festival per un nuovo patto sociale

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6 giugno 2017

È iniziata la stagione del festival. Ci sarebbe da star contenti, se non gravasse sempre – sulle spalle e sulla testa dei teatranti – il peso di una situazione generale alquanto confusa. Di fatto, però, i festival sono la premessa di un modo, o di un mondo, diverso. Oltre alle manifestazioni blasonate o milionarie, infatti, si registra un pullulare di iniziative in tutta Italia che hanno la forza, o l’incoscienza, di cantare come le rondini in cielo.

Spazi, luoghi e tempi, insomma, dove mettere alla prova ipotesi altre e nuove di società. I festival, certi festival, che non si accontentano di essere vetrine più o meno scintillanti, e diventano occasioni per riflettere su un rinnovato patto sociale. Sembra troppo? Non lo è.

E per varie considerazioni che provo a riassumere.

In quest’epoca di “fascismo sociale” – la definizione è del sociologo portoghese Boaventura de Sousa Santos – sono definitivamente saltati tutti i patti: il patto sociale e lavorativo, quello generazionale. E, aggiungo io, quello teatrale. Ognuno fa quel che può o magari quel che gli pare: e ci si dimentica spesso di regole, dinamiche, relazioni sane. Non solo sui criteri estetici ma anche su quelli etici.

Come ovunque, anche in tanto teatro prevale la regola del capitale, ossia il botteghino, la prospettiva di profitto immediato e il sistematico sfruttamento delle giovani generazioni, della novità a tutti i costi. Ma, fortunatamente, se pure la scena italiana è specchio – nel bene e nel male – di questa società, ci sono sacche di resistenza, ossia di prospettiva alternativa. Luoghi di utopia, insomma, che resistono alla distopia applicata e dilagante.

I Festival, certi festival, sono tra questi.

Intanto per il lavoro millimetrico nel territorio: si riscoprono luoghi, segmenti urbani, periferie, spazi abbandonati o dimenticati che vengono “restituiti” – come si dice – alla cittadinanza. Poi perché sono momenti di aggregazione effettiva, di partecipazione culturale, di scambio concreto – per piccoli ma veri numeri – tra esseri umani.

Vi sembra abbastanza?

Invece non è finita. I festival, certi festival, si impegnano per rispolverare quella vecchia cosa che era il “contratto sociale”. Prospettive di equilibrio sociale, di inclusione, ad esempio, che ridanno contenuto al concetto stesso di democrazia: inclusione culturale, rispetto alle immigrazioni; oppure inclusione generazionale, dando voce e spazio a quella fascia di popolazione normalmente e superficialmente considerata composta solo da “sdraiati”, gentucola con gli occhi bassi, incapace di parlare, agire, pensare.

Sono “laboratori”, per quanto marginali, di modelli sociali in cui pensare anche modi diversi di partecipazione, al di là della irrisolta dicotomia tra democrazia rappresentativa e democrazia partecipativa. A partire dalle “occupazioni” – c’è oggi chi rivaluta quelle romane di qualche stagione fa – passando per le esperienze di coinvolgimento di spettatori, il modello festivaliero sta  superando la forma prettamente legata all’intrattenimento (ancorché di qualità) o di divertimento da aperitivo o discotecaro.

Attorno al cartellone degli spettacoli, infatti, ci sono sempre più pensieri, progetti, iniziative di formazione, informazione, confronto, collaborazione che incidono profondamente non solo sulle mentalità dei partecipanti, soprattutto giovani e giovanissimi, ma anche, e ci interesse di più, nel contesto urbano, sociale e professionale. Così finalmente, forse, la vita culturale non dovrà più rendere l’eterno omaggio alla regola del turismo per giustificarsi: sta diventando asfissiante l’abbinamento turismo/cultura/spettacolo, basti pensare all’orrore del palco costruito per il prossimo musical su Nerone a Roma. Ma può anzi deve porsi (o ritrovarsi, visto che lo sosteneva già Lotman) come sistema modellante primario: dunque come paradigma su cui costruire la società da qui ai prossimi anni anche attraverso il teatro.

Così, mi piace mettere in fila tre festival, al di là degli spettacoli presentati su cui tornerò, cui ho partecipato a vario titolo. Il primo è Trasparenze di Modena, poi Dominio Pubblico di Roma e infine Primaveradeiteatri a Castrovillari, vicino Cosenza.

Il funambulo Andrea Loreni in Piazza Grande a Modena, foto di Chiara Ferrin

Trasparenze, organizzato dalla compagnia Teatro dei Venti, è un momento eccezionale di confronto e coesione: agisce nel carcere cittadino, portando spettacoli e laboratori, e in una zona dell’immediata periferia modenese. L’edizione di quest’anno si è chiusa con un meraviglioso funambolo sospeso sulla folla, ma il festival è da sempre aperto a lavori che toccano senza mezzi termini le tematiche scottanti dell’integrazione, il festival quest’anno ha avuto momenti davvero eccellenti affrontando temi quali lo scontro di genere, il passato colonialista italiano, l’immigrazione, le generazioni. Ma a Modena è anche molto attiva quella che è chiamata la Konsulta: ossia un gruppo di studenti che osserva, critica, discute e interagisce sistematicamente anche nelle scelte dei lavori presentati (al nucleo modenese quest’anno si sono aggiunti anche studenti dell’Università di Roma e di una scuola di Arezzo, in gita: anziché andare, chessò, a far la classica visita guidata dei mausolei, hanno fatto la gita al festival).

Dominio Pubblico al Teatro India di Roma

Simile e diverso il taglio di Dominio Pubblico, manifestazione dedicata alla creatività che ha da poco chiuso la sua quarta edizione e che si rivolge dichiaratamente a un pubblico di under25, coinvolgendo i giovani “in un percorso da spettatori attivi finalizzato alla produzione, promozione e organizzazione di un festival multidisciplinare”. Ideato e diretto da Tiziano Panici e Luca Ricci,il festival ha abitato gli spazi del Teatro India, grazie alla virtuosa collaborazione con il Teatro di Roma diretto da Antonio Calbi. Pubblico giovanissimo che vede attori giovanissimi in scena: e in effetti, occorrerebbe pensare all’effetto che può fare, a lungo termine, su un ventenne, veder recitare solo sessanta-settantenni, magari alle prese con personaggi di giovani. Invece, quando sono ragazzi a parlare ad altri ragazzi le cose cambiano: birretta e temi in comune, riferimenti immediati, stati d’animo condivisi, storie comprensibili e attuali.

L’immagine del festival Primaveradeiteatri 2017

A Castrovillari, infine, il Festival Primaveradeiteatri, organizzato dalla compagnia Scena Verticale è un festival maggiorenne: quest’anno è la diciottesima edizione. Lo si nota, in termini di capacità organizzativa, di macchina tecnica, di qualità della proposta scenica. Ma al di là di questo, preme ricordare – anche qua – come un piccolo centro del Pollino sia diventato ormai riferimento geografico e culturale. La “periferia” rivive e riconquista una centralità.

Allora ecco: lavoro, integrazione, generazione, geografie e poi ancora molto altro – non dobbiamo dimenticare i temi sollevati da ogni singolo spettacolo. Tre festival affollati, applauditi, partecipati, giovani, seri, professionali: che si intrecciano, si parlano indirettamente, si confrontano su temi spinosi e irrisolti dando risposte possibili. Come queste, ci sono ancora altre iniziative, in tutta Italia, di grande coraggio. Magari ne parlerò più avanti. Ma intanto potremmo partire da qui per riscrivere il contratto sociale.

TAG: Antonio Calbi, Boaventura de Sousa Santos, castrovillari, Dominio Pubblico, Festival, Luca Ricci, Primaveradeiteatri, Scena verticale, Teatro dei Venti, Teatro di Roma, Tiziano Panici, Trasparenze Modena
CAT: Teatro

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