Qualche domanda dopo un anno (bipolare) di teatro

26 Dicembre 2016

Attori, attrici, registi e registe, tecnici e tecniche, lo dico sommessamente: ribellatevi. O almeno, provate a dire più spesso e più serenamente di “no”.

Il 2016, che si sta chiudendo, dal punto di vista del teatro, è stato un anno bipolare o quanto meno schizofrenico. E invece di fare il bilancino degli spettacoli belli e brutti, vale la pena – almeno per me – porre qualche domanda.

Da un lato, infatti, abbiamo visto e vissuto un’innegabile creatività, una grande generosità, e alcune invenzioni teatrali notevoli. Dall’altro, non possiamo non registrare la tanta, troppa fatica vissuta da tanti per andare in scena. Non solo.

A forza di parlare, in discussioni infinite, di Fus e Regolamenti, di Decreti e ricorsi, alla fine ci siamo pressoché dimenticati della poesia, della poetica, della visionarietà, della bellezza e della Politica (con la P maiuscola) che è il Teatro.

La burocrazia ha rischiato – certo non volutamente ma paradossalmente – di ridimensionare quel luogo di democrazia discorsiva, di incontro e scontro dialettico con l’Altro che il Teatro. Insomma, cari teatranti, qui rischiamo di morire piccoli e medi imprenditori, partite iva fallite o riuscite, ma insomma bottegai di una bottega che una volta, nemmeno troppo tempo fa, era una meraviglia.

È vero, ed è giusto: spronare a un’oculata amministrazione era necessario. È finita, si spera, la stagione in cui gli “artisti” sfasciavano i bilanci dei teatri stabili lasciando platee e casse vuote. Teatri pieni di debiti non dovrebbero più essere concepibili. Eppure la “dittatura del botteghino”, che rischiamo di avallare, è forse l’eccesso opposto, per cui il numero delle “alzate di sipario” conta più della qualità di quel che c’è dopo, dietro quel sipario alzato.

A fabbricar borderò si rischia di mutare il teatro in una prassi svilente. Intendiamoci, vale la pena ripeterlo, i teatri devono funzionare seriamente, quotidianamente, come avviene in Germania o ovunque in Europa (anche in Italia), ma tanta attenzione ai conti sconfina in una paradossale forma di censura. Chi rischia più? Chi si assume il rischio di qualcosa che non richiama il “grande” pubblico?

Dunque mi domando: che significa teatro pubblico (o nazionale) oggi? Possiamo ancora parlare di servizio pubblico, o di valore pubblico? C’è qualcuno che pensa al teatro che lasceremo ai nostri figli, ossia alla scena che vivrà da qui a dieci anni?

In questa prospettiva viene da chiedersi cosa sia meglio: il volto gaudente della starlet televisiva che fa una versione improbabile di Shakespeare o 4 ore di spettacolo del Maestro moscovita? Alla fine è così importante dove va il “grande” pubblico? E cosa avrebbe di “grande” quel pubblico?

Le maggiori rivoluzioni teatrali sono avvenute di fronte a una manciata di spettatori. E invece oggi bisogna far cassa. Bambole non c’è una lira, si diceva, e mai come oggi questo slogan è tornato amaramente di moda. E il giovane regista, o il giovane gruppo, dove vanno a batter cassa? Come e cosa fanno per batter cassa? Continuare ad accettare sempre di meno? Cogliere al volo le occasioni come i piccioni, per citare Vasco? Basta?

Anche perché, oramai è chiaro, alla fine a rimetterci siete voi, care attrici, cari attori, cari registi o tecnici. Chi vi paga più? Quanto vi pagano? Qualcuno, nemmeno troppo anziano, ricorderà le belle stagioni in cui il lavoro delle prove era pagato, e avrà memoria di quelle giornate meravigliose in cui avevate una doverosa diaria. Bei tempi, eh?

Invece, voi insistete, andate in scena, create, provate a fare lavoro del vostro teatro. O teatro del vostro lavoro. Vi sembra siate sufficientemente ascoltati, rispettati, tutelati? Vi va tutto bene? Chi sa. A me, sentendo i vostri racconti, sembra di no. O non tanto.

La corsa verso il basso si fa precipitosa: il guaio è che c’è sempre qualcuno disposto ad accettare le condizioni capestro rifiutate (magari dopo mille ragionamenti, con infiniti sensi di colpa) da altri. Magari sarebbe bella un po’ di solidarietà di categoria: cosa difficile, lo so. Però da “esterno” al settore teatro mi sembra che non ci sia, davvero, più tempo da perdere: ogni accettazione-rassegnazione ulteriore rischia di passare per convivenza, o connivenza.

Forse è il caso di dire qualche no, di provare – e lo ripeto sommessamente – a ribellarsi. Tutti assieme sarebbe meglio.

La cosa buffa è che siamo come in una tragedia di Racine: tutti personaggi in scena sono adamantini, eppure si sta male. Il ministro Franceschini, giustamente, riforma un settore che era ingessato; al Ministero lavorano come matti per applicare al meglio il decreto; la commissione prosa, gratuitamente, analizza, studia, legge; i direttori di teatro progettano, amministrano, cercano soldi, sicuramente facendo del loro meglio; e voi, gli artisti, si sa, fate quel che potete.

Eppure qualcosa non torna. A guardarsi intorno, soprattutto a Roma, non si vede che gente sconsolata, stanca, sfiduciata, amareggiata addirittura rancorosa. Con un peso in petto che si fa rabbia e frustrazione.

È che il clima generale, quello del “nonostante tutto”, comincia a essere asfittico. Andare in scena nonostante tutto, fare prove nonostante tutto, inventarsi tournée nonostante tutto: quanto può durare un teatro nonostante tutto?

E se l’alternativa è quella di un teatrino provinciale e televisivo, dei “grandi nomi”, delle “alzate di sipario”, dei progetti scintillanti e rutilanti sui “classici”, veramente cadono le braccia. Se il 2017 vedrà la definitiva consacrazione del “testimonial” a scapito dell’attore, tanto vale arrendersi subito, abdicare al nostro ruolo e occuparci di serie tv.

Vedete tutti quei manifesti pubblicitari con i volti noti? Inutile chiedersi se è quello il teatro che vogliamo, mentre in tanti, gli “altri”, tutti gli altri, vivacchiano, si incazzano e si deprimono.

Non voglio essere apocalittico, non mi piace: ovviamente il teatro resisterà, e voi resisterete. I precedenti non mancano: la Commedia dell’arte, alla fine, ha vinto sulla Commedia erudita che aveva successo a corte e nei palazzi. E quei comici morti di fame hanno lasciato una traccia indelebile dal Cinquecento a oggi.

Però, come diceva il poeta, l’anno che sta arrivando tra un anno passerà e nel frattempo, magari, qualcosa si potrebbe cambiare, aggiustare.

Potremmo – mi ci metto anche io – provare a chiedere politiche culturali più attente; gestioni dei teatri (pubblici e finanziati) meno commerciali e più coraggiose; e poi spazi aperti, accogliente e luoghi disponibili per provare senza pagare affitti o per debuttare con lavori non necessariamente di cassetta. E ancora provare a rivendicare tutele sindacali e retribuzioni eque.

Non sarebbe male, no? Non è tanto, sembra quasi fattibile.

E voi, voi attrici e attori, non volete proprio farvi sentire?

 

(La foto di copertina è una scena di El Caballero de Olmedo, regia Lluis Pasqual, foto Ros Ribas)

TAG: attori, dario franceschini, Fus, teatro, teatro nazionale, teatro pubblico
CAT: Teatro

3 Commenti

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  1. patrizia-schiavo 8 anni fa

    Grazie Andrea
    per quest’amara ma costruttiva analisi della condizione del teatro e di chi lo abita.
    Come in occasione del recente “teorema” sul teatro che Marcantonio Lucidi fa scaturire dalla recensione al Pirandello di Umberto Orsini, si ha la sensazione di sentirsi meno alieni, compresi, talvolta sostenuti.
    Queste parole sono in grado di far germinare domande, speranze, riorganizzazioni e soprattutto ti fanno sentire meno solo.
    Patrizia Schiavo

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  2. max-vado 8 anni fa

    avrei voluto rispondere a questo articolo, ma a quanto pare non sei disponibile al confronto.. peccato.

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  3. max-vado 8 anni fa

    avrei voluto rispondere a questo articolo, ma a quanto pare non sei disponibile al confronto.. peccato.

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