Il teatro dei cittadini da’ la sveglia all’Italia

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29 ottobre 2018

“Scelgo il teatro perchè è coraggio. Ti fa pensare di cambiare il mondo, pure per un solo istante. Anche e solo attraverso uno sguardo”. Erika Grillo, teatrante dei pugliesi Clessidra, durante la Gran Reunion finale, dove era previsto lo scambio e il confronto tra esperienze di tutta Italia, legge ad alta voce davanti alla affollata platea del teatro Pietro l’Aretino, il pensiero anonimo di una giovane partecipante al laboratorio “Leggere la città” che, assieme a incontri e worskshop, hanno animato, portando colore e vivacità, le quattro giornate di impegni e spettacoli del Festival dello spettatore, svoltosi nei primi giorni di ottobre ad Arezzo. Rassegna ad alto tasso di cittadinanza attiva ideata e promossa dalla Rete Teatrale Aretina, complice l’esperienza degli Spettatori Erranti e allestito con passione ed energia dal gruppo coordinato da Massimo Ferri con l’instancabile Laura Caruso, Alessandra Stanghini , Simone Martini e Stefania Sandroni. Molto di più di una rassegna e, benchè sia stata solo la terza edizione, è già diventata un punto di riferimento per un inedito modo di vivere il teatro in Italia. Esempio di futura resilienza e luogo di confronto aperto per chi produce e osserva, il festival dà spazio infatti a una realtà in piena espansione e rapida trasformazione, quali sono i gruppi degli spettatori, alcuni dai nomi assai creativi, che stanno spuntando qua e là come funghi, ciascuno con caratteristiche proprie. Un fiume carsico che dopo aver corso nel sottosuolo dei palcoscenici della scena contemporanea, emerge ora con la richiesta ineludibile di attenzione e mostra _ come ha fatto ad Arezzo _ una caparbia voglia di essere protagonista assieme al mondo dei teatranti. Un nuovo ed estremo punto di contatto tra pubblico e teatro che caso per caso ha assunto connotati diversi e originali. I gruppi degli spettatori, nati in base a bisogni ed esigenze diverse, si sono strutturati nel tempo come momento di conoscenza e studio, luoghi di scambio e informazione. E persino palestre di critica fino a diventare in alcuni casi realtà strutturate che affiancano le direzioni artistiche di festival e stagioni. Come è il caso appunto degli stessi Spettatori Erranti _che si muove per i teatri della provincia di Arezzo per vedere e scoprire gli spettacoli più originali, le proposte più innovative, conoscendo gli attori, i registi e gli autori _ e i Visionari di Sansepolcro.

Gruppi degli spettatori giunti da tutta Italia a lavoro ad Arezzo nei giorni del festival (foto di Samuel Webster)

Questi ultimi addirittura, scelgono assieme ai responsabili artistici del festival Kilowatt il palinsesto di ogni edizione estiva. Simili in questo alla Konsulta di Modena che collabora con il festival Trasparenze organizzato ogni anno dal Teatro dei Venti. Accanto a loro, che sono un po’ le punte avanzate di un movimento in crescita, vanno allineate le esperienze di altre realtà come quella di Dominio Pubblico – La città agli Under 25 a Roma, un progetto di formazione fatto dai giovani per i giovani che si tiene in diversi spazi della Capitale (dall’Argot al teatro India), il Cantiere dello Spettatore presso il teatro delle Arti a Lastra Signa, “A tu per tu” presso Concorda di Siena, Dipingi il tuo manifesto di Firenze, Archetipo di Bagno a Ripoli, Gente di Teatro a Macerata, Spettatore professionista di Foligno, Avanguardie20-30 di Bologna, Catalyst, Barberino del Mugello, Clessidra-Teatro delle Forche di Massafra, Taranto,  Spettatori mobili, Mantova, Palchetti laterali, Lecce, Oltre la Scena di Pesaro, Primavera Extra a Castrovillari e Trentatrè Trentini a Trento…. Non vanno dimenticati a questo proposito progetti di respiro europeo come Be SpectACTive che mette in relazione una ventina circa di realtà, tra festival, teatri, associazioni culturali, università e centri di ricerca (capofila CapoTrave/Kilowatt festival). Attivo dal 2014 proseguirà sino al 2022 e vede al centro del progetto cofinanziato dalla Commissione Europea proprio i cosiddetti “active spectators”, cioè gli spettatori attivi coinvolti nella “participatory programming” (programmazione partecipata) e in altre attività centrate sulla relazione tra artisti, spettatori e organizzatori. L’idea di partecipazione è nata in Italia, proprio a Sansepolcro, con il gruppo di Visionari, collegati a Kilowatt.

Ecco quindi la doppia attenzione del Festival aretino, che non solo ne registra il fenomeno ma mette in relazione dinamica i diversi protagonisti. Da una parte il pubblico è indagato nelle sue relazioni con lo spettacolo e la fruizione di teatro, dall’altra, proprio lo spettatore viene visto come importante motore di un possibile cambiamento della scena contemporanea, in Italia e in Europa. In questo senso i gruppi degli spettatori sono di sicuro l’elemento di novità più forte e interessante, in grado di rivitalizzare e apportare nuove idee di partecipazione e scambio culturale. Fondamentale è la formazione, come momento di crescita e arricchimento, con la conseguente capacità di affinare lo sguardo acquisendo maggiore consapevolezza. E visto che il teatro resta ancora la migliore finestra aperta sulla contemporaneità ecco il bisogno di allenare la mente a uno sguardo critico capace di andare oltre la stessa scena. Necessario quindi aprire gli occhi sul mondo. Da quello della televisione all’arte, alla danza e alla performing art per tornare nuovamente al teatro.

Un momento del convegno su “La cultura è democratica” ad Arezzo (foto di Samuel Webster)

Da qui la proiezione in apertura di festival della nuova serie tivù, “L’amica geniale” prodotta da Timvision e Raifiction con la regia di Saverio Costanzo e tratta dal best seller di Elena Ferrante. Proiezione seguita dalla riflessione del critico Renzo Francabandera. Richiamando la lezione del grande Gillo Dorfles sulla funzione riempitiva e saturante alla base del consumo di intrattenimento, come dell’arte, Francabandera ha osservato come, ancor prima del dilagare dei social network, molto del tempo a nostra disposizione sia stato dedicato interamente alla visione di serie televisive. Con l’avvento dei vari Facebook, Instagram, Pinterest e Whatsapp avviene una rivoluzione. Mentre prima la fruizione veniva scandita dagli orari di programmazione televisiva adesso “la possibilità di vedere qualunque cosa in qualunque momento, la cosiddetta emissione continua, porta tutti a una saturazione sensoriale mai vissuta prima”. Francabandera lancia un monito: “C’è bisogno di un intervallo. Di una pausa. In tempi di educazione allo sguardo dello spettatore questa funzione andrebbe rimessa al centro dell’attenzione di critici e semiotici”.

Dentro gli ambienti della CasermArecheologica di San Sepolcro (foto di Samuel Webster)

L’invito a rallentare e governare il flusso di bombardamenti mediatici è stato reso più esplicito nella trasferta a Sansepolcro, visitando un luogo-icona di rigenerazione urbana, la CasermaArcheologica, altro esempio di resilienza dove una insegnante e un gruppo di giovani sono riusciti a riconquistare uno spazio cittadino riconsegnandolo alla creatività e alla bellezza. Nelle stanze di quello che nella storia è stato un superbo palazzo rinascimentale, degradato nel tempo, da primo luogo di produzione del pastificio Buitoni a caserma dei carabinieri e oggi centro culturale aperto a corsi di scultura e disegno, nei suoi ambienti si presenta ricco di diari autobiografici, sculture, fotografie e disegni che spiegano come “L’arte racconta il mondo”.

Una mostra di foto nella CasermArcheologica di Sansepolcro (Foto di Samuel Webster)

Il festival dello spettatore è diventato così oggetto di riflessione e soprattutto apertura di dibattito con convegni di qualità. Il primo, dedicato all’interrogativo “La cultura è democratica?” si chiedeva che tipo di impatto possono avere i progetti di formazione e coinvolgimento del pubblico, le attività di inclusione e integrazione sociale come la diffusione scientifica per la creazione di comunità culturali eterogenee. Tra i diversi a intervenire i critici Oliviero Ponte Di Pino e ancora Francabandera, il regista Andrea Paolucci del teatro dell’Argine e la performer Chiara Bersani. Proprio quest’ultima ha colpito dritto al cuore la sera nel teatro della Misericordia con lo straordinario e intenso “Gentle Unicorn” (“Io Chiara Bersani, alta 98 cm, mi autoproclamo carne, muscoli e ossa dell’Unicorno. Non conoscendo il suo cuore proverò a dargli il mio respiro, i miei occhi. Di lui raccoglierò l’immagine, ne farò un costume destinato a diventare prima armatura poi pelle. Nel dialogo tra la mia forma che agisce e la sua che veste, scopriremo i nostri movimenti, i baci, i saluti e gli sbadigli”). Lo spettacolo di performing art conquista come un filmato d’arte, fotogramma dopo fotogramma, movimento dopo movimento.

Chiara Bersani in  “Gentle Unicorn” di scena al teatro della Misericordia di Sansepolcro (foto Samuel Webster)

E’ la lenta, ipnotica progressione della Bersani che, avvolta in una veste immacolata, esce come da un bozzolo per avvicinarsi al pubblico. Una marcia segnata dalle iterative musiche scelte da Francesca De Isabella. Stop and go che imitano il battito rallentato di un cuore, mentre i movimenti richiamano quelli di una danza butoh, fatta assieme di fragilità e potenza. Chiara, ruota lentamente il corpo indagando con sguardo magnetico uno a uno i volti degli spettatori che, disposti in semicerchio, la osservano in un gioco di rispecchiamenti, da vicino e dall’alto mentre percorre l’ideale linea di divisione tra spazio agito e platea.

Chiara Bersani osserva il pubblico durante una scena di  “Gentle Unicorn” (foto Navajo)

Bersani solleva le mani verso il cielo per tornare lieve e aerea come una farfalla, seguendo il ritmo impercettibile di un volo leggero. Così, in un tempo sospeso copre lo spazio che la riconduce in fondo alla scena. Qui avvicina le labbra a una tromba d’argento, mentre da lontano si ode il suono di un corno. Soffia dentro il bocchino diverse volte fino a dar vita a una nota dal suono cristallino. Confusi tra il pubblico escono, suonando e sparpagliandosi sulla scena i musicisti di una banda: un clarinetto, un sassofono, altri fiati che si uniscono in concerto attorno a quella unica nota tenuta in alto da Bersani e che si allunga meravigliosamente sino allo spasimo diventando magica sonata, il richiamo ancestrale di un fatato Unicorno.

Chiara Bersani suona la tromba nella scena finale  di “Gentle Unicorn” (foto Samuel Webster

Evocata dalla avvincente performance di Bersani, la danza è tornata protagonista l’indomani con altri due spettacoli e un convegno affollatissimo (preceduti dalla presentazione dell’originale volume “Il teatro sulla via Francigena” di Simone Pacini).All’incontro “Percepire la danza”, un parterre di eccezione: dalla critica Rossella Battisti allo studioso Alessandro Pontremoli, da Gerarda Ventura, direttrice artistica di Anghiari Dance Hub ai direttori artistici di Sosta Palmizi, Raffaella Giordano e Giorgio Rossi e la presenza dei Visionari della danza coordinati da Sosta Palmizi.Una lunga e appassionata riflessione a più voci _ dal resoconto della sperimentazione alle Molinette di Torino con la risonanza magnetica funzionale sui meccanismi legati alla percezioni sulla danza, raccontata da Pontremoli, alle visioni poetiche di Rossi (“ognuno è portatore di memoria”) e Giordano (l’importanza di imparare a usare il proprio corpo)_ che è stata aperta dalla dettagliata fotografia offerta con efficacia dalla relazione iniziale di Rossella Battisti. Un excursus in cui la danza è stata presentata come arte in completa mutazione. Soffermandosi sui meccanismi della percezione, sulla necessità di purificare lo sguardo “come chiave che connette il danzatore allo spettatore”, Battisti ha puntigliosamente spiegato il bisogno di adeguare la capacità di relazionarsi al contemporaneo, affinando l’arte del guardare. Guardare come “stare in guardia”, essere cioè spettatori vigili che abbiano chiaro come nella nostra epoca proprio i meccanismi della percezione stanno conoscendo cambiamenti importanti (vedi l’uso di smartphone e tablet e la nascita della tv in 3D).

“Passenger, il coraggio di stare” della compagnia Storm in scena al teatro Pietro l’Aretino (foto Samuel Webster)

Il film “Into the Wild” di Sean Penn e il diario di Christopher McCandless sono il cuore ispiratore del primo spettacolo di danza della serata, “Passenger, il coraggio di stare” della compagnia Storm, coreografia e regia di Tommaso Serratore. Sulla scena un flusso continuo e magmatico di corpi in movimento che vuole evocare il desiderio di cambiamento e mutazione del giovane viaggiatore americano scomparso in Alaska nel 1992. L’amore per la libertà e il viaggio come metafora di crescita sono tradotti nelle evoluzioni dei danzatori (Elisabetta Bonfà, Miriam Cinieri e lo stesso Serratore) che non conoscono un vero e proprio filo narrativo (e l’eccessiva frammentarietà degli episodi costituisce d’altra parte anche un limite del lavoro): incontro e scontro di corpi in azione e molta energia a perdere.

Marco Chenevier in “Quintetto” viene aiutato dagli spettatori a cambiarsi e truccarsi (foto di Samuel Webster)

Intelligenza, divertissment, ironia e spiccata attitudine all’improvvisazione sono invece gli elementi di “Quintetto” di e con il valdostano Marco Chevenier, danzatore, coreografo e regista di un meccanismo ad orologeria affidato in grande parte alla casualità di uno spettacolo che si mette in gioco sera per sera coinvolgendo direttamente gli stessi spettatori richiamati sul palcoscenico da Chevenier che, a causa dei continui “tagli” dei finanziamenti, è costretto a rinunciare a tecnici e danzatori per montare il suo spettacolo. Così a sostituire non solo i tecnici delle luci, ma anche quelli dei suoni e delle musiche, e, ovviamente, i compagni di danza finiranno, spesso con esiti esilaranti, persone comuni chiamati dalla platea a fare i servi di scena di una danza dedicata a Rita Levi Montalcini. La bravura di Chevenier a orchestrare il tutto e dirigere in diretta è straordinaria, assieme e soprattutto alla convincente qualità tecnica e di danza del performer che, partendo da un apparente caos scenico, costruisce un formidabile atto teatrale.

Marco Chenevier in “Quintetto”  veste i panni della scienziata Rita Levi Montalcini (foto Samuel Webster)

Ultimi atti spettacolari del festival dello spettatore, sono stati il flash mob diretto da Andrea Paolucci del teatro dell’Argine, “La città in palmo di mano, il teatro in punta di dita”, una colorata azione al centro della città tra attori mescolati al pubblico a cercare un contatto diretto e palloncini colorati che si alzano in cielo.

Palloncini rossi al flash bob di andrea Paolucci (foto samuel Webster)

Eros e thanatos sullo sfondo della guerra di Troia sono l’anima del dramma “Pentesilea” del teatro dei Venti, regia di Stefano Te e la sontuosa interpretazione di Francesca Figini e Antonio Santangelo, atto finale del festival andato in scena la domenica mattina in una piazza del centro storico. Storia di un incontro tra due semidei che vivono sui trampoli. L’eroe Achille e Pentesilea regina delle Amazzoni. Un atto unico che prende il cuore di grandi e piccoli, facendo vibrare di malinconia per il suo amore impossibile.

“Pentesilea” del Teatro dei Venti rappresentata l’ultimo giorno nel centro di Arezzo (foto Samuel Webster)

La sera prima in un teatro Petrarca pieno come un uovo, soprattutto di pubblico giovane, è stata la volta del geniale “Macbettu” rilettura da Shakespeare di Alessandro Serra, prodotto da Sardegna Teatro. Potente e definitivo. Lontano, fino a sfiorare le nebbie del tempo, quanto vicinissimo ai nostri giorni per il suo ingombrante fardello di odio e violenza, di guerra e sete di potere. Una visione archetipa acida e senza ricami della nostra contemporaneità. Oltrepassa la linea d’ombra del cuore senza fare sconto alcuno. La rappresentazione è stata un successo. Dieci minuti di applausi con numerose chiamate per i bravissimi attori (Andrea Carroni, Stefano Mereu, Andrea Bartolomeo, Felice Montervino, Giovanni Carroni, Fulvio Accogli, Leonardo Capuano, Maurizio Giordo) che giungevano proprio nel momento in cui la compagnia veniva ad apprendere di aver conseguito tre prestigiosi riconoscimenti al Mess di Serajevo. Riconoscimenti e meriti che evidentemente forse sono ancora ritenuti insufficienti per tanti di quei teatri italiani che non hanno inserito in programmazione quello che è stato considerato il miglior spettacolo dell’anno 2017, sia dalla Critica che dal prestigioso Premio Ubu. Per il Festival dello spettatore e i suoi organizzatori invece, la rappresentazione del “Macbettu” nel salotto buono della città, ha avuto un bellissimo sapore: quello di aver preso la Bastiglia. Anche queste sono soddisfazioni che può regalare il teatro.

Una scena di “Macbettu” regia di Alessandro Serra. Lo spettacolo ha avuto un eccezionale successo ad Arezzo.

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CAT: Teatro

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