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Social mio, comando io: come la proprietà plasma la governance delle piattaforme

Nelle piattaforme online controllate da un singolo proprietario tendono a prevalere interessi personali, con effetti diretti sul dibattito pubblico sempre più mediato da questi spazi.

26 Marzo 2026

Se oggi possiamo considerare le piattaforme digitali veri attori politici, un fattore decisivo è rappresentato dalla loro struttura proprietaria. Oltre a gestire un servizio tecnologico, chi controlla queste infrastrutture influenza direttamente i processi decisionali che regolano spazi ormai assimilabili a vere piazze pubbliche.

Fin dall’introduzione della curatela algoritmica, che determina cosa è visibile e cosa resta invisibile, e con modelli economici basati sulla monetizzazione dell’attenzione, è diventato impossibile considerare le piattaforme come semplici aggregatori di contenuti prodotti da terzi.

Le piattaforme esercitano dunque una forma di governo sulla produzione culturale: intervenendo attivamente nell’organizzazione e nella distribuzione dell’informazione, assumono un ruolo strutturale nel definire ciò che viene percepito come rilevante. Secondo un recente studio, interpretare le loro decisioni come esclusivamente commerciali è fuorviante. La governance dei contenuti nasce piuttosto da un equilibrio instabile tra interessi economici, pressioni politiche, vincoli normativi e considerazioni reputazionali.

Si tratta quindi di decisioni intrinsecamente politiche. Governi, inserzionisti, organizzazioni della società civile e opinione pubblica esercitano pressioni costanti, contribuendo a orientare le scelte delle piattaforme, che si configurano sempre più come uno spazio di conflitto e negoziazione degli interessi collettivi.

In questo frangente, la mancanza di trasparenza è un tema ricorrente nel dibattito sulle piattaforme, e la questione della proprietà ne rappresenta un nodo centrale. Anche quando chi le controlla è noto, i meccanismi attraverso cui questa influenza si traduce in decisioni concrete restano spesso opachi. Nei modelli di proprietà concentrata, le scelte operative riflettono più facilmente la visione e gli interessi del proprietario, con una conseguente maggiore esposizione a bias politici e simpatie partitiche.

Il caso di X (ex Twitter) è emblematico: sotto la guida di Elon Musk, la piattaforma ha subito cambiamenti radicali sia nella gestione della visibilità dei contenuti sia nello smantellamento delle politiche di moderazione, suggerendo una forte personalizzazione del potere decisionale. Anche Meta ha mostrato una traiettoria simile: l’iniziale approccio interventista di Zuckerberg si è progressivamente spostato verso una riduzione delle tutele, come dimostra il ridimensionamento dei programmi di fact-checking.

Al contrario, piattaforme con una proprietà più distribuita – come Microsoft o Apple, dove il controllo è nelle mani di investitori istituzionali – risultano meno permeabili all’intervento diretto di singoli individui e tendono a seguire logiche più orientate al mercato.

In questo contesto, i team di Trust & Safety – responsabili di definire e applicare le politiche sui contenuti e di gestire i rischi per gli utenti – possono rappresentare un possibile contrappeso. Tuttavia, il loro margine di azione resta limitato dall’assenza di veri processi editoriali autonomi e dalla concentrazione delle scelte strategiche ai vertici, che ha favorito una crescente automazione e significativi tagli alle risorse.

In un periodo relativamente breve, le piattaforme digitali sono diventate infrastrutture centrali della vita democratica, ma il loro funzionamento è sempre più influenzato dallo strapotere di pochi “brologarchi”, con cui si descrive la crescente vicinanza tra i padroni delle grandi piattaforme e l’amministrazione Trump. Allo stesso tempo, in contesti autoritari come Russia e Cina, le piattaforme sono da tempo integrate in sistemi di controllo dell’informazione, diventando strumenti espliciti di gestione del consenso e della narrazione pubblica.

Comprendere come e da chi sono governate le piattaforme significa interrogarsi sui meccanismi attraverso cui si formano le opinioni e si esercita il potere politico nel mondo contemporaneo – una questione centrale per il futuro della democrazia digitale.

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