Manifesto politico per l’Erasmus

31 gennaio 2019

Fosse un manifesto politico, inizierebbe così: Giovani Erasmus di tutti i Paesi, unitevi. Perché il potenziale che c’è in ognuna delle centinaia di migliaia di persone che, ogni anno, riversano nelle varie città del mondo, potrebbe far invidia anche allo storico Manifesto per il Partito Comunista di Marx ed Engels. Noi, nati a cavallo tra l’inizio e la fine degli anni ’90, arrabbiati, sconfitti, disillusi e confusi da un mondo che, giorno dopo giorno, prende una direzione sempre più preoccupante, rappresentiamo a pieno titolo la terza (o la quarta, fate voi) generazione Erasmus e adesso siamo i protagonisti: tocca a noi raccontare le sensazioni e le situazioni.

L’Erasmus è un sentire comune: non importa da che angolo del mondo provieni, a che classe sociale appartieni, quanti anni hai, se sei bianco o nero, etero o omosessuale, di destra o di sinistra, quando incontri un giovane in interscambio sai che è un fratello per il solo fatto di essere lì come te e con te. Mille storie che si intrecciano, amori nati, finiti, o mai sbocciati, le sbronze, le feste, gli esami, le notti in giro per strada a cantare, il sesso, i viaggi, le foto; vedere mille volti diversi e non ricordarsene neanche mezzo, poter essere liberi di esprimere il meglio di noi stessi senza limiti, senza stupide barriere, senza qualcuno che ci indichi ciò che è giusto o sbagliato, sapendo che, seppur ognuno con la sua storia diversa, per certi versi noi Erasmus siamo uno specchio riflesso; scherzare sui luoghi comuni di ogni Paese per poi finire a ridere l’uno dell’altro, affogare problemi e nostalgie in un botellon, imparare nuove lingue, buttare un giorno al vento o dover sfogliare la margherita per decidere cosa fare. L’Erasmus è tutto questo.

Ma la vita ci insegna che tutto ha un epilogo. Sì, perché anche se non lo si vuole ammettere, il tempo sembra essersi fermato al giorno di arrivo. Di lì in poi ci siamo lasciati alle spalle tutte le paure, le ansie, le noie che ci davano la routine della nostra città, le preoccupazioni per il futuro, la convivenza con la famiglia; abbiamo progettato, per poi renderci che era tutto il contrario di quello che immaginavamo. E forse è proprio qui che risiede la magia dell’Erasmus: nell’inaspettato. Non sapere cosa ti accadrà, ma sapere che sei in trappola: di sei mesi o di un anno, sarà un’avventura che rimarrà per sempre impressa nella mente e nel cuore e che, inevitabilmente, ti cambierà. Dentro e fuori. Cambia la prospettiva da dove guardi il mondo, cambia il tuo approccio con le persone, cambia il tuo modo di essere e di pensare.

E quando si avvicina la fine, c’è sempre un magone che avvolge la gola, un velo di tristezza che contribuisce a rendere tutto più affascinante. E menomale. Ad avercene altri mille di momenti così, fatti di gioia ma anche di tristezza. Perché è in quel preciso istante che capisci cos’è che ti riempie la vita e ti fa sentire vivo. Sarebbe riduttivo pensare di poter vivere sempre così, che questi momenti non finiscano mai. Quindi, su col morale: prendiamoci il meglio da questa esperienza, e guardiamo avanti con la consapevolezza che la pagina più bella della nostra vita ancora deve essere scritta.

TAG: Erasmus
CAT: università

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