Tutto quello che non vi dicono sulle vasche di laminazione

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20 Marzo 2015

Tutti noi abbiamo negli occhi le immagini dei danni creati dalle esondazioni del Seveso a Milano: strade allagate, automobili inondate, cantine sommerse, esercizi commerciali devastati da acqua e fango. Per far fronte a questo problema Regione Lombardia e Comune di Milano hanno adottato un piano per regimentare le acque di piena del Seveso, progetto che potete trovare sul sito di Regione Lombardia, e che consiste nel creare cinque aree artificiali dove riversare e far sostare le acque delle ondate di piena, per evitare che tracimino allagando Milano. Le cosiddette vasche di laminazione.

Di esempi di vasche ce ne sono molti, a partire da quelle sul torrente Parma a Parma, a dimostrazione che sono uno strumento in se efficace. Il problema, come sempre, è come vengono realizzate. E qui ritorniamo al Seveso, alle sue esondazioni e ai progetti di Aipo, l’Agenzia Interregionale per il Fiume Po, che ha individuato questo strumento come il più efficace per controllarne le piene.

Una delle vasche andrebbe fatta a Senago, piccolo paese alle porte di Milano, che già accoglie il Canale Scolmatore di Nord Ovest (CSNO), che fu costruito per deviare parte delle acque del Seveso ripartendole prima verso il deviatore Olona poi successivamente verso il Lambro Meridionale, e verso il Ticino in località Abbiategrasso. Vasca che, tra l’altro, verrà costruita su terreni che rientrano nelle disponibilità del Parco delle Groane, il grande polmone verde del Nord Milano. Ma il progetto di questa vasca presenta lacune molto forti, con punte di pressappochismo davvero preoccupanti.

Iniziamo dalle acque del Seveso, considerate di pessima qualità e classificate come molto inquinate. A titolo esemplificativo, a pagina 5 della Relazione Istruttoria della Procedura di Valutazione Impatto Ambientale (la VIA) si scrive espressamente che “Le portate scaricate o scaricabili dal CSNO (canale scolmatore ndr) costituiscono una minaccia nei confronti della qualità delle acque del Ticino”. Già, perché sono troppo inquinate, e andrebbero ad alterare l’equilibrio ecologico naturale del Ticino, mettendo in pericolo tanto la flora quanto la fauna che abita il fiume. Ma, curiosamente, al punto 3.2 a pagina 17 si afferma che “Non vi sono rilevamenti da cui risultino sintomi di tossicità né delle acque né dei sedimenti trasportati dal torrente Seveso”. Ma allora, se quell’acqua è inquinata e tossica per il Ticino perché non lo è per le vasche? Perché nella stessa relazione si danno due valutazioni apparentemente divergenti? Mistero.

Da qui si passa a un altro grande problema: la vasca verrebbe costruita sopra una falda acquifera. Anzi, specifichiamo bene: il progetto preliminare prevede che la vasca raggiunga una profondità tale che gli ultimi metri sarebbero all’interno della falda stessa, col risultato che l’acqua di falda verrebbe a contatto con l’acqua del Seveso ospitata nelle vasche. Per ovviare a questo problema il progetto prevede che la vasca sia completamente impermeabilizzata, con un sistema di canne che, sfruttando la bassa pressione idrostatica, faccia risalire acqua pulita di falda nella vasca ma impedisca all’acqua inquinata del Seveso di penetrare nella falda. Un sistema che esclude qualsiasi rischio di inquinamento, hanno ripetuto per anni. E infatti nella relazione della VIA viene messo nero su bianco che, forse, la profondità della vasca è meglio diminuirla, diminuendo a sua volta il volume di laminazione che passerebbe da 970.000 metri cubi a 820.000 metri cubi. Ma non era tutto sicuro? Perché allora dire che “È meglio non andare a collidere direttamente con la falda”? E perché avevano previsto una vasca così in basso?

La previdero in quel modo perché quando nei primi anni del 2000 avviarono le progettazioni la quota della falda era più bassa, si trovava più in profondità. Ma quella falda è in lenta e costante risalita fin dagli anni novanta, e a tutt’oggi non mostra alcuna intenzione di fermarsi. La scelta di scavare un paio di metri in meno è una soluzione temporanea, con la falda che presto arriverà a toccare anche la nuova quota di scavo. Nel mese di dicembre, del resto, fu lo stesso ingegner Paoletti (colui che ha materialmente progettato le vasche) ad affermare a mezza bocca che la questione della falda acquifera era un problema non ancora risolto e non facilmente risolvibile. Se davvero bastava scavare meno, perché tutte queste preoccupazioni?

Sempre dalla relazione istruttoria della Procedura di Valutazione Impatto Ambientale si scopre un’altra cosa interessante: a pagina 8 si legge che “…l’analisi delle alternative e l’affidamento idrologico-idraulico evidenziano inoltre, nel loro insieme, il ruolo prioritario dell’opera di laminazione prevista a Senago, dato che essa, in sintesi, rende pienamente funzionale il programma di interventi di potenziamento del CSNO, il quale è stato adeguato fino alla portata di 60 metri cubi al secondo fino a Senago, ma a valle di questo tratto il canale non è in grado di ricevere portate superiori si 30 metri cubi al secondo, impedendo una maggiore deviazione dal Seveso…”. Cioè, la vasca serve anche perché il canale a Senago si restringe. La Provincia di Milano lo ha allargato, vero, ma solo per un pezzetto. Alla richiesta di allargarlo tutto, la risposta è stata che non si può, il Parco del Ticino non vuole così tanta acqua inquinata. Lasciarla a Senago invece, sopra una falda acquifera, pare non sia un problema. Mistero numero due.

Senza contare poi tutte le risposte che la suddetta relazione non fornisce: a pagina 21, in tema salute pubblica, si parla soltanto di un unico rischio derivante dal “Proliferare delle zanzare”, e rimandando tutte le problematiche di salute dal gestire un vasca di acqua inquinata e le precauzioni da adottare in fase di cantierizzazione a prossime specifiche prescrizioni.

A pagina 26 invece si legge che “…La collocazione del previsto invaso di laminazione al di fuori dello stretto bacino del Seveso risulta giustificata – o praticamente imposta – dall’acclarata insufficiente capacità di portata del tratto del corso d’acqua verso la città di Milano e l’immediato hinterland…”. Questo rimanda al capitolo 2 a pagina 4, dove si legge che “…Il grado di urbanizzazione attorno al torrente è particolarmente elevato, e la progressiva impermeabilizzazione del territorio ha generato l’aumento delle portate scaricate dal reticolo fognario, che saturano la capacità di deflusso del torrente per eventi associati a modesti tempi di ritorno pur in assenza di afflussi da monte…”. Praticamente hanno costruito ovunque, pure nelle zone golenali naturali usate da sempre come zone di allagamento, aumentando l’impermeabilizzazione. E ora impermeabilizzano un’altra grossa fetta di territorio per provare a risolvere il problema. Come se un paziente che sta morendo di avvelenamento lo si curi con una dose maggiore di veleno. Un’idea diabolica.

In un recente scambio di battute su Twitter con Erasmo D’Angelis, senatore con incarico di Capo Struttura di Missione contro il Dissesto Idrogeologico, questi ha confermato come nelle vasche ci debbano andare solo acque pulite. Ha specificatamente detto che “Nelle aree di esondazione acqua pulita, sul Seveso e il Sarno finiamo prima opere di depurazione”, aggiungendo inoltre che il cronoprogramma prevede nel 2017 depuratori e reti fognarie e nel 2018 entrata in funzione delle vasche. Il che contrasta con quanto afferma Maroni, governatore della Lombardia, che a una interrogazione fatta dal consigliere Pizzul sullo stato dei lavori ha affermato che è prioritario che funzionino le vasche, mentre per la bonifica delle acque si dovrà attendere un secondo momento. Come è possibile che queste due persone si contraddicano da sole sul programma dei lavori? Non dovrebbero lavorare di concerto?

Infine un’ultima considerazione: il progetto complessivo delle vasche prevede l’ipotesi di un evento di piena centennale, un’ondata di piena con portata di 6,7 milioni di metri cubi di volume d’acqua. Da progetto si determina che dopo la presa del CSNO, verso Milano debbano andare solo 25 metri cubi al secondo, ovvero 2,3 milioni di metri cubi d’acqua. Ciò comporta la necessità di laminare sui quattro siti identificati (Senago, Paderno Dugnano, Varedo e Lentate) un totale di 4,4 milioni di metri cubi d’acqua. Ecco, ricordate l’esondazione di luglio 2014, quella che colpì un po’ tutti i paesi lungo il corso del Seveso? Quell’evento determinò addirittura l’allargamento di una parte della Saronno-Monza, una strada provinciale che pareva più il letto di un fiume. Ecco, quell’evento fu incredibilmente eccezionale, tanto che alcuni calcolarono che la portata di piena del Seveso da laminare dovesse essere di oltre 10 milioni di metri cubi, un volume ben al di sopra della previsione più pessimistica del progetto vasche di laminazione. Dalla Regione e dal Comune di Milano fecero sapere che fu un evento più unico che raro. Viste tutte le sviste, ci sarà davvero da credergli?

TAG: dissesto idrogeologico, milano, senago, seveso, vasche di laminazione
CAT: acqua, infrastrutture e grandi opere

2 Commenti

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  1. andrea.gilardoni 6 anni fa

    Grazie. Un bell’articolo, che mette in luce una serie di difetti di progettazione. La questione delle falde è seria. A Milano linee metropolitane e garage sono spesso inondati di acqua proprio perché le falde negli ultimi anni sono risalite non poco (a causa della scomparsa delle fabbriche, che prima le esaurivano).

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    1. robbieg 6 anni fa

      Qui la questione delle falde non è molto sentita, complice il fatto che i fenomeni delle risorgive colpiscono zone non urbanizzate. Solo in alcuni casi accadono in terreni vicino a delle strade, che regolarmente vengono allagate.

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