L’Urban Center nella Triennale

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4 ottobre 2019

(testo scritto con Chiara Quinzii)

Il 28 Febbraio 2019 inaugura il nuovo Urban Center della città di Milano, collocato all’interno degli spazi del Palazzo dell’Arte della Triennale, su progetto di Salottobuono+Enrico Dusi Architecture. Uno spostamento atteso da Maggio 2018, che ha previsto l’abbandono, in maniera permanente, degli spazi nella Galleria Vittorio Emanuele a partire dai primi giorni di Maggio 2019, momento nel quale (durante l’evento Arch Week) l’assessore all’Urbanistica di Milano, Pierfrancesco Maran, ha ipotizzato il lancio di una Call for Ideas per la curatela dello spazio stesso.

L’assessore Maran all’inaugurazione del nuovo Urban Center

In attesa delle prossime vicende che riguarderanno l’Urban Center milanese ci chiediamo quali significati e, dunque, potenzialità possano attendersi da questo spostamento, che, per certi versi, è un fatto storico nella città, anche alla luce di quanto scrivevamo tempo fa.

 

Urban Center, ossia meccanismi di comunicazione politica

Urban Center is a term used to describe any institution whose core mission is to inform and engage the citizens in urban planning and public policy. Around the world these kinds of institutions are fast becoming the most effective way cities can facilitate community involvement. Because they are supposed to offer a non-partisan, centralized location for all urban planning and design policy, UCs should be the perfect neutral ground for city officials and community members to hold discussions and debates on proposed changes to public policy and the built environment. (SPUR, San Francisco Planning and Urban Research Association, 2007)

Chicago Architecture Center

L’istituzione degli Urban Center può essere fatta risalire ai primi anni del 1900, negli Stati Uniti, come espressione fisica di gruppi di interesse sulla città, da quelli più organizzati fino ai singoli cittadini, interessati appunto a confronti sulle trasformazioni urbane della città stessa, con l’intento di migliorarne gli spazi pubblici, l’architettura e la cultura in generale.

Non sono necessariamente una emanazione diretta di un’amministrazione pubblica, ma, anzi, spesso sorgono come contraltare alla stessa, per affermare necessità, sottolineare problematiche, proporre differenti soluzioni. Nel corso dei decenni questa sorta di contrapposizione si è via via trasformata in un dialogo, in cui pubblico e privato, a differenti livelli, divengono attori delle trasformazioni urbane, discorrendo sullo stesso piano.

In Europa gli Urban Center nascono principalmente per volontà delle amministrazioni pubbliche, in generale le municipalità, con intenti di promozione della cultura urbana e architettonica.

L’Urban Center di Milano apre ufficialmente nel 2001, nella Galleria Vittorio Emanuele, a conclusione di un lungo percorso, partito negli anni ’80, costruendosi come una sorta di organo di comunicazione istituzionale degli interventi urbani nella città di Milano.

E’ un megafono della politica, insomma, nella quale la stessa cerca di coinvolgere i cittadini, facendoli partecipi o, almeno, cercando di renderli edotti dei progetti a grande scala (per importanza, non solo per dimensione) che via via cambieranno il volto della città.

In questo senso lo spazio della Galleria è in effetti una sorta di vetrina nel salotto bene della città, a pochi passi di distanza dalla sede del Comune; ne è fisicamente la voce e, in questo senso, necessita di uno spazio quasi astratto, dove poter, di volta in volta, mostrare dei progetti o organizzare delle conferenze sul tema. L’attività è perciò prettamente divulgativa, di descrizione dei meccanismi urbani che intervengono sulla città.

L’Urban Center nella Galleria Vittorio Emanuele

Il suo spostamento, perciò, deve necessariamente considerare le caratteristiche del luogo in cui si situa, poiché sarà questo un fattore di trasformazione.

 

La Triennale: 4+1 svolte

Il luogo deputato ad accogliere il nuovo Urban Center è la Triennale di Milano, unica manifestazione culturale al mondo riconosciuta in via permanente dal Bureau International des Expositions, fin dai suoi esordi; luogo, istituzione ed evento capaci di costruire l’idea stessa del Design italiano e di portare Milano nelle metropoli da valore aggiunto, cioè quelle città che hanno un ruolo specifico all’interno del panorama internazionale (in una certa maniera la Triennale è stata precorritrice della Design Week).

In quattro momenti la Triennale si è trovata a ripensare il proprio ruolo culturale, trasferendo questa sua riflessione all’evoluzione della città stessa, cambiandone, in una certa misura, le sue sorti.

Nel 1933 la Triennale si centra sull’idea di modernità: è necessario mostrare come si può progettare e costruire una casa contemporanea. I temi dei progetti oggi appaiono quasi frivoli ed irreali, ma necessari a veicolare nuove forme e processi estetici, spaziali, industriali: Villa studio per un artista; Casa sul lago per artista; Case del sabato per gli sposi.

Giuseppe Terragni , con P. Lingeri, M. Cereghini, G. Giussani, G. Mantero, O. Ortelli, A. Dell’Acqua, C. Ponci, pittori M. Nizzoli e M. Radice, Casa sul lago per l’artista, V Triennale di Milano, 1933

Nel 1947, a guerra conclusa, Bottoni propone una brusca inversione. Il tema è decisamente serio: la ricostruzione e la progettazione di case popolari. E’ il momento nella quale la Triennale diviene realmente operativa su Milano, gettando le basi per la costruzione di un intero nuovo quartiere. La Triennale disegna un pezzo di città e di paesaggio: il QT8.

Paolo Monti, QT8, 1962

Nel 1968 la Triennale è investita dal tema del grande numero, inteso sia come necessità sempre maggiore di partecipazione (la democrazia si allarga), sia come dimensione dei fenomeni analizzati dall’esposizione, che vanno dall’oggetto al paesaggio, che ancora, ottimisticamente, si ritiene di poter governare.

Il curatore della XIV Triennale discute con parte del pubblico che occupò il Palazzo, 1968

Nel 1986 la Triennale diventa introspettiva ed indaga il progetto dello spazio domestico, quasi alla ricerca dell’identità contemporanea, con un ritorno al concetto borghese di casa per l’uomo.

OMA, A Slice of Modernity / Casa Palestra, The domestic project, XVII Triennale, 1986

Oggi, nel primo ventennio del 2000, la Triennale si trova ad incorporare in se stessa un meccanismo chiaramente politico: quali ripercussioni può causare la presenza dell’Urban Center all’interno dei suoi spazi?

 

Urban Center goes to Triennale

Questo spostamento si configura come un evento capace di traslare i ruoli e i compiti dell’istituzione Urban Center verso un campo più ampio, affinché esso non sia esclusivamente la voce narrante della politica, ma possa assumere anche le vesti di un braccio più operativo dell’amministrazione pubblica.

Gli spazi fisici dell’Urban Center attuale sono oggi più limitati, meno accessibili e per questo meno “visuali”: hanno cioè una necessità maggiore di rendersi presenti nella città, ora che hanno perso il proprio valore posizionale. Il fatto, poi, di essere posti all’interno di una istituzione che lavora sulla progettualità, ne cambia necessariamente le caratteristiche intrinseche; il trasferimento dell’Urban Center di Milano all’interno del Palazzo dell’Arte della Triennale, insomma, non è una pura aggiunta di un organo su un corpo esistente: è un mash-up culturale, che potenzia le due istituzioni, dando vita ad un nuovo organismo: un museo e uno spazio politico sono infatti luoghi di attività comunicativa, interessati ad aumentare la visibilità dei progetti urbani e culturali sulla città. In questo senso la loro integrazione può essere semplice, quasi diretta.

Ma tale innesto può effettivamente cambiare il carattere di questo nuovo corpo, completandone la mutazione, e per fare questo necessita, forse, di due ulteriori innesti, che ne permetteranno l’attecchimento sul grande territorio della città.

 

René van Zuuk Architekten, The ARchitecture Centre Amsterdam (ARCAM), 2006

Urban Center + Museum + Architectural Center + Research Center

Attraverso queste quattro declinazioni, l’Urban Center di Milano, all’interno di un organismo, la Triennale, già eccezionale per le sue sfaccettature, può presentarsi al mondo come istituzione unica e innovativa, proprio perchè ibrida e complessa, capace di costruire una immagine nuova del rapporto fra cittadini, stakeholders, studiosi e politici, attorno al concetto di modifica e riqualificazione della città.

Da elemento di comunicazione della visione politica sulla città, acquisisce dunque un nuovo senso: narratore delle trasformazioni urbane, in confronto con realtà internazionali, capace di ascoltare i cittadini e di farli partecipi della progettazione urbana.

Questa narrazione è il punto finale di una nuova complessità, che ruota attorno al concetto di promozione della qualità architettonica, svolto attraverso la ricerca, la formazione e la comunicazione.

L’Urban Center dovrebbe cercare di raggiungere, allora, tre obiettivi, proponendosi come:

  • un centro di ricerca applicata, che svolge investigazioni concrete evidenziando temi e proponendo soluzioni alle problematiche sociali che nascono in seno alla città, irrorando di contenuti spaziali innovativi i dibattiti, le mostre, le politiche urbane, il mondo dell’industria creativa, dimostrando così che il progetto può essere veicolo di sviluppo (anche economico) per la città.

Pensiamo per esempio alla necessaria visione strategica per accogliere le Olimpiadi Invernali del 2026: il laboratorio di ricerca Urban Center potrebbe costruire studi, reportage, proporre visioni e immaginari per l’evoluzione della città in vista dell’evento, oltre che supportare gli indispensabili concorsi per i nuovi spazi pubblici correlati.

  • un centro di formazione e dialogo continuo, aperto alla cittadinanza intera, coscienti che è sull’insegnamento culturale che il nostro Paese deve costruire il proprio futuro; un luogo dove avvicinare tutti i cittadini (e non solo i professionisti) ad un comune interesse per lo spazio, per le sue modifiche, trasformandosi in comunità non solo passiva, ma pro-attiva, capace di acquisire la contemporaneità e di proporre idee, ipotesi, soluzioni, in dialogo con amministrazione pubblica e professionisti.

Nella sua funzione primigenia di comunicazione politica, l’Urban Center dovrebbe abbattere la barriera tra amministrazione pubblica e cittadino, attraverso una strategia biunivoca: per esempio, accogliendo periodicamente l’evento Maran risponde e, magari, Boeri risponde, qualcosa di simile ad un question time debate.

Senza dimenticare la possibilità di stimolare continuamente la formazione del cittadino, attraverso una divulgazione coinvolgente dell’architettura, tema incredibilmente negletto nel nostro Paese (perchè non usare lo spazio per corsi sull’architettura contemporanea, serali o nel week-end, magari invitando bravi divulgatori, anche esterni al mondo dell’architettura?).

  • un centro di sinergia e convergenza, nel quale le istituzioni culturali e deputate al dibattito sulla modifica della città trovano un luogo di coordinamento, di dialogo e confronto (si va all’Urban Center per sapere tutto ciò che avviene o avverrà in città sui temi dell’architettura). L’Urban Center, innervato dai temi definiti dal centro di ricerca, dalle riflessioni degli ospiti esterni e dalle proposte e richieste dei cittadini, può essere il cervello pensante dell’immaginario urbano, che mette a sistema tutti le iniziative a favore dell’Architettura della città .

Il Bilancio Partecipativo, per esempio, ha l’estrema necessità di essere irrorato di qualità architettonica: l’Urban Center potrebbe coordinare le richieste progettuali, facendosi promotore di schemi progettuali sintetici da usare come base dei necessari concorsi per ogni spazio pubblico della città.

 

Danish Architecture Center

L’Urban Center di Milano potrebbe evolversi, dunque, da centro informativo a luogo della ricerca applicata sulla città: potrebbe costituirsi come un’agenzia capace di affiancare e aiutare l’amministrazione pubblica sulle strategie urbane, a partire dalle grandi trasformazioni, agli eventi a scala metropolitana, per arrivare poi alla scala più minuta degli spazi pubblici di quartiere.

Dovrebbe essere una emanazione della tangibile capacità promozionale della Triennale (pensiamo al QT8, ma anche alle suggestioni portate da Broken Nature), in un contesto non di pura speculazione intellettuale, ma cercando delle ricadute concrete sulla città.

 

L’Urban Center di Milano, infine, dovrebbe considerare la città come un laboratorio permanente di temi urbani contemporanei, centrandosi sull’architettura e lo spazio urbano, parlando di ambiente e città, della natura in città e trattando del nuovo abitare, temporaneo, misto, estroverso, economico: sarebbe così possibile immaginare l’Urban Center come un modello da presentare ad altre città italiane ed internazionali, un’avanguardia urbana, capace di innovare radicalmente i destini delle altre città europee (e mondiali).

 

 

 

Immagine di copertina tratta da Workroom

TAG: La Triennale di Milano, pierfrancesco maran, stefano boeri, Urban Center
CAT: Architettura e urbanistica, Milano

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