Strade verdi, o di piccole oasi nello spazio pubblico

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13 maggio 2020

testo scritto con Chiara Quinzii.

Ci troviamo ora in quella che è definita Fase 2 dell’emergenza Covid, una fase di allentamento delle misure restrittive, che dovrebbe essere un primo passo verso il ritorno ad una possibile normalità.

In questa fase si stanno ri-pianificando le modalità di accesso e uso della maggioranza delle attività economiche, ruotando attorno ad un concetto fondamentale: c’è bisogno di spazio aggiuntivo.

Il maggior contrasto che possiamo attuare, come società, nei confronti del virus, è in effetti di mantenerci distanziati: in questo senso lo spazio diventa la risorsa fondamentale, soluzione possibile per permetterci di iniziare nuovamente una vita “normale”, non più soggetta a misure restrittive.

Ancora una volta, come già emerso con forza durante i due mesi di quarantena, sarà lo Spazio Pubblico l’attore capace di farsi carico di questo nuovo bisogno, permettendo di ampliare gli spazi interni, di riportare alle dimensioni corrette le attività, sfruttando gli spazi aperti, luogo di tutti, disponibili ad essere usati in un’ottica comunitaria.

 

Vilnius, la capitale della Lituania, si è totalmente trasformata, per la fase post lockdown, in un grande spazio aperto per bar e ristoranti; San Francisco ha fatto cessare le attività di nove campi da golf per trasformarli in parchi pubblici; ad Amsterdam il ristorante Eten nel Mediamatic Arts Centre ha costruito alcune cabine/serre lungo le sponde del canale, per permettere una estensione ultra-controllata degli spazi interni del ristorante; il sindaco di New York, De Blasio, ha annunciato che chiuderà al traffico veicolare fino a 160 km di strade, per permettere un maggior distanziamento dei pedoni nell’uso dello spazio pubblico.

 

Eten Restaurant nel Mediamatic Arts Centre in Amsterdam

 

Sono solo alcuni esempi di come le città, luoghi di concentrazione umana, stiano cercando delle strategie per diminuire, in un certo senso, la propria densità.

DAS, Parklets, Mexico City

In realtà si tratta, principalmente, di strategie di ri-appropriazione di spazi esistenti, che nella fase pre-pandemica erano territorio di conquista, principalmente, del traffico veicolare.

Fine Young Urbanists, Mierīgi, Riga, 2016

 

Anche Milano sta studiando strategie simili e, in particolare, sta ipotizzando di favorire una espansione delle attività ricettive (bar e ristoranti) verso l’esterno, rendendo più semplici ed economici i processi di occupazione dello spazio pubblico.

Spesso ciò avviene a scapito dei luoghi deputati al movimento delle persone: i plateatici si organizzano frequentemente su marciapiedi larghi, nelle piazze, in generale nei tratti della strada deputati alla pedonalità. Spesso si tratta di padiglioni per lo più introversi e recintati che costringono ancora di più lo spazio e di fatto privatizzano in maniera molto netta lo spazio pubblico.

 

Ora si deve procedere con un processo differente, che lavori in favore del movimento lento delle persone e del loro generale benessere, in contrasto con il continuo aumento del traffico veicolare a cui stiamo assistendo nelle ultime settimane: potremmo dunque immaginare che l’aumento degli spazi esterni per le attività possa coincidere con una trasformazione radicale dello spazio pubblico.

Il Comune di Milano potrebbe permettere di occupare uno o più spazi destinati alla sosta di fronte all’attività che si vuole espandere, ad un costo simbolico o addirittura gratuito, a patto che si organizzino i nuovi spazi attraverso un uso intenso di elementi verdi in vaso, anche ad alto fusto, come avviene, per esempio, nelle Piazze Aperte, e che questi dehors siano più estroversi, non recintati, ma solo marciapiedi attrezzati con tavolini e verde. In questo modo non stiamo solo aiutando le attività ricettive, ma anche la città, che diventa più verde e più fresca.

Pop up Green Streets _Via Porpora_ (Quinzii Terna Architecture)

 

Il Comune potrebbe promuovere questa possibilità non solo per bar e ristoranti, ma anche per altre attività come fiorai, fruttivendoli, negozi per la manutenzione delle biciclette, che già oggi tendono ad espandersi verso l’esterno. Potrebbe, insomma, favorire tutta una serie di attività che nel loro svolgersi sono esempio e riferimento per un vivere più sostenibile, dal cibo alla mobilità.

In una certa maniera si creerebbe una sorta di filiera di qualità, una certificazione di sostenibilità, che permetterebbe alle attività di promuoversi e di diventare esse stesse attrici di una “didattica”, di un modo di vivere più consono alle esigenze ambientali (considerando che la prossima crisi potrebbe essere proprio quella legata al cambiamento climatico).

Si potrebbe essere addirittura più stringenti, chiedendo non solo di inverdire gli spazi concessi, ma addirittura di dimostrare che chi lavora nell’attività si muova in maniera sostenibile (esistono app, come MobilityCity, che possono tracciare le tipologie di spostamenti): non per eseguire un tracciamento fine a se stesso, ovviamente, ma per dimostrare che il posto auto ceduto all’attività è effettivamente un parcheggio non usato, visto che nessuna persona ha raggiunto l’attività lavorativa in auto.

 

In un’ottica più ampia, la possibilità di ampliare gli spazi privati su suolo pubblico potrebbe espandersi ai condomini residenziali, che potrebbero chiedere l’uso di uno o più posti auto per posizionare rastrelliere per le biciclette (oltre al verde obbligatorio), così da potersi affacciare, all’ingresso, su spazi visualmente più piacevoli e in un certo senso non solo riqualificando lo spazio pubblico, ma anche aumentando il valore del proprio condominio.

 

Immaginare di eseguire questo processo su strade totalmente minerali ma ricche di attività commerciali, come potrebbe essere via Porpora, arteria che da Piazzale Loreto porta fuori città, significherebbe rivoluzionare completamente gli spazi pubblici della città; via Porpora inizierebbe ad acquisire l’aspetto di un viale alberato, ad un costo quasi inesistente per la pubblica amministrazione: l’allestimento degli spazi concessi e la loro manutenzione sarebbe ovviamente a carico delle attività specifiche, che avrebbero tutto l’interesse a mantenere alta la qualità dei propri spazi esterni.

Via Porpora, Prima e Dopo (Quinzii Terna Architecture)

 

Si tratta di esperienze già sperimentate, per esempio con la campagna London Living Streets, che promuove l’allestimento di frequenti Parklets lungo le vie cittadine, o i Pop up Gardens, già presentati alla Biennale di Venezia, nel padiglione statunitense.

 

Il tutto andrebbe studiato con un piano dei parcheggi dettagliato: quanti posti auto sono presenti a Milano (tra regolari e irregolari, nei parcheggi interrati, in quelli di interscambio, nei silos e nelle autorimesse private) confrontati con il numero di auto effettivamente presente? Qual è la necessità di parcheggi zona per zona, strada per strada, anche considerando gli ingressi dei non residenti? Quanti posti auto potrebbero essere ceduti senza creare disagi insormontabili?

Bisognerebbe effettivamente pensare ad una rivoluzione non solo spaziale, ma anche di mobilità e di mentalità: un’auto parcheggiata in strada sta occupando uno spazio di tutti e lo occupa senza alcun onere; dovremmo pensare ad un canone annuale, anche per i residenti, oltre a delle convenzioni con parcheggi privati. Già oggi città come Rotterdam prevedono un pagamento relativamente basso per ciascun possessore di auto (115 €/anno per privati, 470 €/anno per le aziende), ma fino a che il numero di posti auto nei paraggi della residenza non sia saturo: in caso contrario si rimane in lista di attesa e si paga, come un non residente, cifre molto alte, oppure si parcheggia ai margini della città. In fondo non è corretto che tanti cittadini che oggi stanno rinunciando all’auto di proprietà si ritrovino come esternalità gratuita lo spazio pubblico occupato da chi invece l’auto ce l’ha e la lascia in strada. Il denaro raccolto ovviamente dovrebbe essere totalmente investito dal Comune in mobilità sostenibile e nella riqualificazione dello spazio pubblico!

 

La quarantena che abbiamo vissuto negli ultimi mesi ci ha mostrato che piccoli ambienti verdi possono essere luoghi di benessere anche in casi di estrema emergenza, o, in generale, per persone più fragili come bambini ed anziani: i cittadini hanno riscoperto il valore degli spazi inter-esterni, come i balconi e le terrazze, e hanno iniziato ad interessarsi alla manutenzione del verde stesso, come una attività di alto valore psicologico, ma, in ultima analisi, anche sociale.

 

Un posto auto, 5 per 2,5 metri, è una piccola stanza, occupata generalmente da una notevole massa metallica che in queste settimane è stata per lo più inutilizzata, invadendo però prezioso spazio pubblico: possiamo ora pensare che quella stanza diventi una piccola oasi verde, a disposizione di tutti (anche solo visivamente), capace di reinverdire la città, di combattere l’inquinamento, di allentare la pressione di uno spazio compresso, di migliorare la temperatura al suolo.

 

Immagine di copertina

TAG: coronavirus, Covid, milano, Spazio pubblico
CAT: Architettura e urbanistica, Milano

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