Vent’anni senza De Andrè: dimenticate il santino e tenetevi stretto lo scandalo

10 gennaio 2019

Mi sembra ieri, quando ero seduto in tribuna ad ascoltare la tappa milanese dell’ultima tournè di Fabrizio De Andrè. Il disco si intitolava Anime Salve, fu l’ultimo LP che incise. Spiegò, quella sera, che la radice di “salvezza”, in latino, è la stessa di “solitudine”: che vuol dire che “espletate le poche funzioni per cui gli umani hanno bisogno di altri umani” stare da soli era la cosa migliore e più salvifica che possiamo fare gli uni per gli altri. Ce lo aveva fatto sudare anni, sei lunghissimi anni. In un’epoca già presa da frenesie bulimiche e da doveri commerciali, lui coltivava il privilegio di potersela prendere comoda. Ricco com’era diventato, e ricchissimo com’era nato, figlio della Genova aristocratica e conservatrice: “che son stato obbligato a far concerti per ridare a mio padre i soldi del riscatto, sennò mai mi avreste visto su un palco”, raccontava, già molto più ubriaco di noi.

Ce l’aveva fatta sudare, come sempre. Ci aveva fatto sudare quella data, e prima ancora, quel disco. E ne avevamo tanta voglia perchè l’uscita precedente era di quelle che non si dimenticano. Con Mauro Pagani aveva scritto Nuvole, disco capolavoro, sfortunatamente (per tutti noi) profetico. Laggiù aveva raccontato del gas esilarante che presidiava le strade, in questa famosa città civile, naturalmente Milano, in cui gli ultimi cittadini liberi erano tali perché avevano schierato “un cannone nel cortile”. Sulla sua Domenica della Salme campeggiava, lungamente minaccioso, un ministro dei temporali che declamava stronzate in un tripudio di Tromboni. Aveva scritto quel disco all’apice della Milano da bere, prima la bolla scoppiasse in un tintinnar di manette.
Fu quella sera, inizio del 1997, che De Andrè volle salutare due persone, solo due, nel pubblico. La prima – disse – è quella che fa il miglior telegiornale d’Italia, e fece il nome di Antonio Ricci. La seconda, spiegò, per me è un fratello anche se – aggiunse – “bisogna stare attenti, che poi di mezzo ci sono le eredità… io lo chiamo Beppino”: e disse Beppe Grillo.

No, non sembra ieri, perché ieri non è. Sembra, ed è, una vita fa: una vita, del resto, ci può stare anche comoda, quando si è sfortunati, dentro a vent’anni. Di quelli che erano morti, caduti “non all’amore non al denaro nè al cielo”, del resto, in diversi erano venuti e partiti al mondo in meno di vent’anni. Proprio quelli che sono passati da quando è morto, sconfitto dal cancro, da fiumi di alcol e mari di sigarette, quel genio fin troppo compreso di Fabrizio De Andrè. Vent’anni esatti, e sentirli tutti, per il tempo che è passato da allora, per quanto vorremmo che ci fosse arrivata a furia di ascoltarlo la sua capacità di raccontare, di dire. Di dare fastidio, davvero. Perché Don Raffaè, ad esempio, non è il gingle da macchietta che cantano gli eterni mimi di pulcinella, ma la storia tragica di uno stato che vale meno della mafia per chi vive in territori contesi dalle due entità: e che quindi era giusto che della mafia fosse meno riconosciuto, dal popolo. (Non lo dico io, non prendetevela, lo diceva lui).

Già, era un provocatore eretico, Fabrizio De Andrè, solo che dopo vent’anni di santini televisivi, di ospitate sorridenti, di eventi intitolati e cover band, ormai, è difficile ricordarlo. Ricordare cosa è stato, cosa ha detto, quale schifo di umanità – assassini, puttane, strozzini… –  ha cantato, e in che modo aveva visto il mondo e lo aveva restituito a quelli che lo popolavano. Fabrizio De Andrè era figlio della ricchezza, in un contesto altoborghese era cresciuto a Genova. Quel contesto  che lo voleva avvocato dei ricchi, uomo di legge rispettato. Quello che lo spinse all’anarchia di ribellione, e poi lo costrinse alla gratitudine dopo il rapimento. Anarchia – diciamolo in fretta – che era due volte fastidiosa: per la fedeltà istituzionale dell’ambiente di provenienza, e per le due chiese dominanti da sempre in Italia, quella cattolica e quella comunista.
Quella stessa Genova che avrebbe potuto diventare, per lui, il simbolo di ogni male, e che invece sceglie di salvare dal gorgo della contemporaneità globale, che distrugge le lingue, e figurarsi i dialetti, scrivendo il disco perfetto. “Quando proposi ai discografici questo disco, tutto in genovese, mi dissero bello, se tutto va bene vendiamo diecimila copie…”. Quella sera al Forum sorrise, ci guardò, come a dire: “sì, potete applaudire me, quelli non avevano capito un belino”.

Ma forse non si capisce del tutto il coraggio radicale dell’inattualità – no: dell’attualità inattesa, spiazzante, anticonvenzionale, e quindi più duratura – di De Andrè, se non andando a frugare nella produzione negli anni della rivolta. Che poi, oggi la chiamiamo rivolta, con la r minuscola, ma allora sognavano la Rivoluzione. Sì, il Sessantotto di cui abbiamo sepolto l’infinito cinquantennale, che di fatto in Italia arrivò a pienezza nel biennio successivo e finì sommerso nel sangue, in Piazza Fontana, nel dicembre del 1969. (A proposito, sono 50 anni a fine anno, ricordiamocene). Lì, mentre tutti cantavano col pugno chiuso, De Andrè improvvisamente abbandona la liturgia ortodossa e ripetitiva di Brassens e si mette a studiare un personaggio storico di un certo rilievo, un certo Gesù Cristo. Non ne studia la versione ufficiale, naturalmente, ma quella sepolta, trascurata, nascosta: apocrifa.

Ma come, noi siamo impegnati con la rivoluzione e tu parli di cose successe duemila anni fa, e per di più di cose di religione?. “Me lo chiesero davvero, i meno attenti tra noi: che poi sono sempre la maggioranza”. Neanche si erano accorti, a tacer d’altro, che De Andrè parlava di un rivoluzionario non figlio di un Dio cui non credeva, ma di un uomo e di una donna, cui riconosceva la fortuna più grande: quello di avere capito la grandezza dell’essere nati umani. Oggi è il ventennale della morte di un grande intellettuale e artista italiano. Non è forse per caso che l’unica canzone che ha dedicata a un “collega” l’ha dedicata a Pier Paolo Pasolini: morto male, morto solo, e capace di durare oltre tutte le ere venute dopo la sua morte. Se ci viene la tentazione di aderire al santino di Fabrizio De Andrè, ricordiamocene.

 

 

TAG: Fabrizio De André
CAT: Arte

Un commento

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  1. dionysos41 7 mesi fa
    Ma non è successo lo stesso con Pasolini? Gli italiani non amano ammirare chi denuncia le loro nefandezze. E allora lo fanno santo. Così non è più uno di loro. A un altro livello, non oso dire "più alto", ma certo altro, è accaduto lo stesso con Leopardi. Ma qui si apre un discorso troppo complesso e troppo lungo che riguarda la cattiva coscienza della maggioranza degli italiani, e soprattutto di quelli che credono di tagliarsene fuori.
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