La street art può fare rigenerazione urbana e reti locali?

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22 novembre 2019

Il pezzo è scritto da Luca Rossetti e Christian Gangitano (curatore dell’iconografia e autore del testo -street art come cultura urbana- pubblicato nel libro “Le strade Parlano”, una storia italiana scritta sui muri, di Marco Imarisio, edizioni Rizzoli, citato in questo articolo)

Intorno e dentro alla street art c’è parecchio caos, con mezzi di informazione e social network che generano in loop una certa confusione facendo di cose diverse un tutt’uno, una pratica piuttosto alla moda che appare come un’accozzaglia.
Nel calderone denominato “street art” o “graffiti”, troviamo diversi concetti intorno ai quali gravitano nello spazio e nel tempo sub culture e controculture urbane, azioni commerciali che vanno dallo storytelling al puro e bieco sciacallaggio, interventi e azioni di rigenerazione urbana portate avanti con minore o maggiore consapevolezza, richiami al degrado urbano, pratiche ancora obsolete di “controllo del territorio”.
Con questo contributo proviamo a fare chiarezza in materia di origine ed evoluzione della street art, (oggi divenuta “urban art” secondo il dibattito corrente tra gli addetti ai lavori) e di intenzionalità degli interventi di rigenerazione urbana e riqualificazione dello spazio pubblico che risultano quelli più difficili da valutare e decifrare presi tra logiche di acritica esaltazione e speculari letture di denigrazione tout court.
“Negli ultimi anni ci siamo abituati a osservare nelle nostre città il fenomeno di molte strade che mutano il proprio aspetto, con una vivace esibizione di opere d’arte en plein air sulle imponenti facciate cieche dei palazzi, su vertiginose infrastrutture o sotto tetri sottopassaggi periferici, o addirittura sugli anonimi blocchi in cemento armato dei cavalcavia. È la diffusione, ormai generalizzata, della street art o, come la chiamano attualmente gli addetti ai lavori, urban art. Si tratta di interventi, nelle metropoli così come nei piccoli centri, che producono un tipo di arte effimera, pubblica e accessibile a tutti, in perpetua evoluzione perché perfettamente allineata ai mutamenti urbanistici, socio-demografici e culturali in atto.
La street art attinge spesso all’arte figurativa (con rare eccezioni, come per il duo tarantino-romano Sten & Lex, autori di eccellenti murales astratti), servendosi di immagini provenienti dalla cultura pop del fumetto, del cinema o della letteratura. Ed ecco che giganteggiano sui muri icone e personaggi noti, oltre che immagini nate nelle controculture e nell’underground e poi divenute mainstream.
In questo contesto di arte spontanea, nata “dal basso”, con molteplici fonti di ispirazione e in evoluzione continua, diventa problematico classificare le diverse forme espressive. Siamo di fronte a una forma d’arte contemporanea permeata da una dimensione pubblica, che sa valorizzare le caratteristiche e le criticità del territorio.
I generi riconducibili alla urban art o street art sono diversi: i murales o wall painting, gli sticker (adesivi autoprodotti), i plotter (poster dipinti a mano o touché e attaccati sui muri), gli stencil (decorazioni realizzate con lo spray e con le “mascherine” o sagome ritagliate in studio), e infine installazioni e applicazioni che cambiano aspetto all’arredo urbano o a elementi tecnici come tubi, cabine elettriche e semaforiche.
Ma quando è nata la street art?
Possiamo individuare una proto-street art durante la preistoria con le incisioni rupestri o petroglifi.
Già nel Rinascimento i muri come superficie dalla quale trarre fonti d’ispirazione creativa colpivano l’attenzione di grandi maestri quali Leonardo e Piero di Cosimo.
L’attenzione per i muri è proseguita poi con gli artisti del primo Novecento, tra i quali Paul Klee e le prime foto di arte urbana dell’ungherese Brassai.
In epoca recente si sviluppa il cosiddetto “muralismo”, movimento diffusosi in Messico, Argentina, Perù, Brasile e poi negli Stati Uniti già dagli anni Trenta e dalle opere di Diego Rivera. Dalla fine degli anni Settanta in Italia questa corrente si intreccia al malcontento sociale, come a Orgosolo in Sardegna, tra le prime gallerie open air di arte murale nazionale insieme al “paese museo” di San Sperate e di Satriano in Basilicata.
L’inizio di una sinergia con l’arte contemporanea avviene nella prima metà degli anni Ottanta, quando Jean Dubuffet (precursore delle idee del graffitismo già negli anni Quaranta con la serie di litografie Les Murs) comprende l’importante valore del fenomeno.  Le opere dell’ultima produzione mostrano come Dubuffet, animato da uno spirito sempre giovane e attento a ogni nuova manifestazione artistica, abbia saputo comprendere e rielaborare il fenomeno del graffitismo metropolitano.
Autori di un graffitismo urbano di protesta ma comunque legato alla società dei consumi, i “writers” e gli street artist riescono a trasformare e evolvere una pratica “selvaggia”, di controllo del territorio e spesso malvista, in un raffinato e innovativo codice estetico, capace di conquistare pubblico e critica. Comincia il percorso verso il riconoscimento dei graffitisti storici e degli street artist newyorkesi come Jean Michel Basquiat, Keith Haring, Kenny Scharf, James Brown, Donald Baechler e Futura 2000, artisti che, attraverso il loro lavoro, hanno trasformato la percezione dello spazio urbano.
Ma è solo a partire dal nuovo millennio, (le prime mostre e happening di street art in Italia, con baricentro tra Milano, Bologna e Roma risalgono al 1998-1999) che il termine street art inizia a indicare un movimento culturale globale.
Dai primi anni duemila, in alcune delle più importanti metropoli del mondo, aumentano in modo esponenziale le forme di espressione creativa in strada. Così, quando il termine fa la sua prima massiccia apparizione su giornali, web e televisioni e si diffonde nei primi social network, intorno al 2005, il movimento inizia a scoprirsi sempre più come fenomeno anche mediatico, con l’affermazione in anni recenti di vere e proprie celebrità a livello internazionale come Obey, Space Invaders, The London Police, Os Gemeos e, per citare alcuni italiani, Blu, Jorit e Maupal.

Pablo Pinxit, “Vamos Bien”, muro interno della “ex casa col buco” di Via Mosso, Bene confiscato. Via Mosso Angolo via Padova, 2019 a cura di Christian Gangitano.
Murales inserito nel percorso di celebrazione dei 500 anni dalla morte di Leonardo Da Vinci

Il successo planetario di Banksy, al quale i mass media e il mercato dell’arte riconoscono di avere concepito una nuova arte-cult, ha cannibalizzato – con la sua condizione di anonimato – lo sfruttamento commerciale della street art, oggi sempre più labile nella sua definizione. Per quanto resti un linguaggio dai potenti tratti, la sua carica sovversiva e innovativa si sta smorzando.
Tuttavia, proprio la street art, nell’attuale crisi economica e valoriale, può diventare un’occasione unica di rinnovamento e sviluppo culturale, che andrebbe sostenuto dalle pubbliche amministrazioni e da partner privati. In passato la street art era erroneamente considerata solo come una forma di protesta o, ancor peggio, mero imbrattamento illegale.
L’arte urbana invece adesso entra nei musei, nelle importanti collezioni d’arte, nel circuito mainstream della moda e dello spettacolo. Queste forme d’arte sono finalmente riconosciute come un linguaggio, con una forte e qualificante identità culturale, di pubblica utilità per lo sviluppo sociale ed estetico dei territori urbani, che raccontano storie di successo e di valore.
Per poter comunicare efficacemente con il mondo giovanile, oggi questa nuova forma d’arte utilizza soprattutto i social media come strumento di divulgazione. In questo modo riesce a legarsi a realtà quali gli skater, la disciplina del parkour, la bicicletta spericolata BMX, la breakdance, oltre a numerosi brand di abbigliamento cosiddetto “streetwear”, e senza dubbio la musica rap e trap.
La street art – nelle sue svariate forme di creatività multidisciplinare – si rivela quindi adatta a stimolare una grande attenzione e partecipazione attiva che intercetta anche i cosiddetti interventi di rigenerazione urbana”.
Tratto dal “libro “Le strade Parlano”, una storia italiana scritta sui muri, di Marco Imarisio, edizioni Rizzoli , c) Mondadori spa, 2019.

Alcune realtà locali milanesi appartenenti a mondi diversi (B-CAM cooperativa sociale, Comin cooperativa sociale di solidarietà, Comunicarearte Atelier Spazio Xpò, T12 Lab) nell’area di Via Padova, Parco Trotter e NoLo stanno sperimentando un percorso progettuale fondato sull’idea dell’urban art come strumento che accompagni la rigenerazione di un quartiere che non può essere più solo fatta di incontri, feste ed eventi o di mera critica e opposizione con i piedi puntati.
Coinvolgere persone e gruppi per lasciare segni di bellezza e per generare senso di appartenenza con la cultura e la creatività come risorsa per percorsi di collaborazione locale e consapevolezza civica. Il contrario della prassi di un’arte come abbellimento fine a sè stesso.

BROS e Studenti del Liceo Artistico Caravaggio, per il murales “Tutto il Mondo Sulle mura del Liceo” curatore Christian Gangitan

Realtà che costruiscano, con l’incontro di diverse expertise e professionalità, la stesura del master plan delle aree di progetto, la curatela artistica delle azioni di street art, l’accompagnamento sociale agli interventi con il coinvolgimento diretto degli attori di rete locale (per risolvere le inevitabili dinamiche di conflitto e sviluppare nuove forme di collaborazione).
Prezioso quanto ha recentemente sostenuto Giulio Vesprini, artista del progetto “Vedo a colori” che ha contribuito a rivitalizzare il porto di Civitanova Marche:, “…in realtà si sta dipingendo un muro che per quanto grande e bello non potrà mai da solo sostenere un progetto di riqualificazione. L’atteggiamento di iper-responsabilizzare l’arte urbana è tipico delle visioni parziali in un progetto. Per prima cosa si sta dipingendo una casa, dove abitano delle persone che andrebbero quanto meno coinvolte. In seconda battuta andrebbe fatta un’indagine a 360° sulle condizioni del quartiere. Spesso mi sono imbattuto in realtà che non avevano le fognature attaccate, dove la prima fermata dell’autobus dista cinque km, dove non ci sono spazi verdi attrezzati e sistemati, sporco, poca luce…Il bello senza contenuto, questo il rischio più grande, oggi, nella street art”.
Si tratta di promuovere l’arte per la qualità degli spazi pubblici, per dare identità ad un territorio, per trasformare, insieme ad altri indispensabili interventi locali, luoghi di degrado e “non luoghi” in spazi e tempi significativi per tutti quelli che vivono in un quartiere i suoi tragitti quotidiani come casa, scuola, campo sportivo, orti pubblici, autobus, metropolitana, anagrafe, ambulatorio, negozi, parrocchia, bocciofila, centro di formazione, scuola di italiano.

Mr WANY e Studenti del Liceo Artistico Caravaggio, per il murales “Tutto il Mondo Sulle mura del Liceo” curatore Christian Gangitano

L’arte contemporanea, nella sua forma di urban art, riacquista e ribadisce il ruolo di arte accessibile e pubblica che a fatica mantiene dati i forti interessi economici in questo settore.
Ci interessa l’idea che la comunità e le Istituzioni locali ripensino e agiscano sulla qualità dello spazio pubblico come luogo di connessione non solo urbana ma di relazioni tra diversi, opportunità di fruizione attiva e di benessere diffuso; lo spazio pubblico come città pienamente realizzata.
In questo senso è prezioso il legame tra spazio pubblico, persone e gruppi che si appassionano all’idea di auto-organizzarsi per valorizzare bellezza, insieme alle altre risposte a bisogni materiali e di servizi di un quartiere.
Una bellezza che racconta e fa vivere per tutti quelli che abitano un luogo quanta ricchezza c’è nella straordinaria diversità della vita di cui l’arte è un’espressione che ha un grande valore simbolico, al di là dei problemi e delle difficoltà di ogni giorno.
Per questo stiamo pensando ad un laboratorio locale di azioni e interventi a partire dall’ipotesi iniziale relativa alla riqualificazione del tunnel ferroviario di Via Padova, “Via Padova mondo”.

TOMOKO e le Studentesse del Liceo Artistico Caravaggio, per il murales “Tutto il Mondo Sulle mura del Liceo” curatore Christian Gangitano Gangitano

Immagine di copertina di PAO, “Tutto il mondo è la mia Casa” muro esterno del Parco Troter su Via Padova, 2015
a cura di Christian Gangitano e Laboratorio di Via Padova (Codici, B-Cam, Dar=casa)

 

TAG: Cultura, italia, milano, rigenerazione urbana, Spazio pubblico, street art, urban art
CAT: Arte, Milano

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