Perdere la faccia a Kabul, e scoprire come non funzionano le nostre democrazie

15 Agosto 2021

Abbiamo, giustamente, celebrato a lungo il ventennale del G8 di Genova, lo scorso luglio. Per le nostre generazioni di nati negli anni Settanta e nei primi anni Ottanta è stato innegabilmente spartiacque e punto di cesura. La cronaca di questi giorni, proprio nel mezzo di Agosto, ci porta con la mente e il cuore a un’altra ricorrenza, poco lontana sul calendario. A quell’11 settembre al quale abbiamo relativamente voglia di pensare, non foss’altro perchè quando arriverà le ferie – per chi ha avuto la fortuna di farle – saranno ormai un lontano ricordo.

Il disastro afghano di questi giorni, figlio del disastro internazionale di due decenni, è infatti una conseguenza diretta di quella tragica data, e della risposta che l’Occidente tutto – sotto l’egida della NATO e a guida statunitense – a quell’attentato volle dare. Dopo vent’anni di occupazione militare che si era data apertamente l’obiettivo di esportare e stabilire la democrazia a Kabul, a seguito della decisione condivisa da Trump e Biden di abbandonare il campo, agli occidentali che volevano insegnare democrazia e a quegli afghani che la volevano, restano in mano solo un pugno di mosche.

Sui giornali italiani e internazionali di questi giorni le cronache sono impietose. Una dopo l’altra le città afghane si arrendono al ritorno – se mai se n’erano andati – dei talebani. I diritti delle donne faticosamente imposti negli anni sono tutti cancellati come disegni sulla sabbia. Chi ha collaborato con le forze occidentali deve fidarsi delle promesse fatte via Twitter dai talebani: “a chi si arrende non faremo del male”. (A proposito: ma perché l’account di Trump era pericoloso, mentre quello dei talebani ha diritto di tribuna?). Lo scenario internazionale, tutto attorno, non promette nulla di buono. I talebani parlano e trattano con l’Iran, che un tempo era nemico irriducibile, forse perfino con la Russia di Putin, che nei suoi antenati sovietici aveva provato a piegare al socialismo le tribù di pastori musulmani, mentre gli USA proseguono nella loro linea Neo-isolazionista dopo aver esportato soprattutto disastri. L’Europa, al solito, quando si tratta di politica estera non esiste. In Italia si rincorrono irrilevanti interviste di politici che mirano a disegnare il loro perimetro nel pollaio nazionale, un argomento di dibattito come un altro, su cui prendere posizione per continuare a esistere un altro po’. Intanto, chi ha operato sul campo racconta solo di disastri, fallimenti e frustrazione ventennale.

Sulla spiaggia del nostro agosto, tra una grigliata e una gita, restano poche parole e qualche numero. Migliaia di miliardi letteralmente buttati via per una guerra che, per poter essere difesa come giusta, non doveva rivelarsi del tutto inutile ai fini che voleva perseguire. Se bastano venti giorni a cancellare le conquiste di vent’anni, evidentemente, più di qualcosa non ha funzionato. E a non funzionare, forse più di tutto, sembra essere oggi il meccanismo di controllo delle opinioni pubbliche. Non che sia un fatto nuovo o una rivelazione imprevedibile, ma certo quest’evidenza nel contesto afghano fa impressione. Chi, come noi che avevamo poco più di vent’anni, diceva che era una guerra insensata, allora, ricorda a fatica di come veniva trattato da filo-islamista, amico delle peggiori dittature, è così via. I governi – in tutto il mondo – si sono alternati anche alternando i colori politici. Su cosa si stesse a fare in Afghanistan, su quanto costasse, su cosa servisse, non ricordiamo un dibattito degno di questo nome. Sicuramente, non Italia. Oggi di colpo tutti – media compresi – ci svegliamo come di botto, e scopriamo quel che scopriamo.

Buongiorno Principessa. E soprattutto, buone vacanze!

TAG:
CAT: Asia, diritti umani

Un commento

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  1. paolo-fusi 1 mese fa

    Bellissimo e tragico articolo. Grazie.

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