Cronaca

Sulla dignità umana

Uno scrittore ucraino riflette sulla dignità umana e sul futuro. Sugli stessi temi un’antologia della poesia italiana rivendica una vocazione diversa per l’essere umano, e tanti autori esprimono “non nel nostro nome” la loro lontananza dagli orrori in corso.

18 Marzo 2026

Che cosa è rimasta della dignità umana, in un’epoca in cui pare trionfare la sopraffazione, sostenuta dalla volgarità, dall’ignoranza, dall’affermazione pubblica del falso, dalle minacce di ritorsione nei confronti di coloro che non si allineano a una politica mondiale priva di regole e che non rispetta alcun principio di legalità previsto dalle norme internazionali e per cui vale solo la legge del più forte?  Serhiy Zhadan, scrittore e compositore ucraino, così riflette:  “(…) non perdere il senso della dignità. Perché cos’è la dignità? Non giustificarsi per il bisogno e il desiderio di essere se stessi. Non rinunciare a se stessi. Non aver paura di essere se stessi. La cosa peggiore nel punto di massima oscurità è parlare della luce. Perché grande è la tentazione di credere che la presenza dell’oscurità non sia temporanea, che debba restare con noi per sempre. Ma anche il futuro dell’oscurità non è scontato, anch’esso dipende da molti fattori: non è la nostra disponibilità a resistere a quest’oscurità.

Cosa possiamo dire del futuro con certezza? Sappiamo con certezza da dove vi entreremo. Vi entreremo dalla nostra attuale profonda oscurità. Dal buio e dal nero. E questo buio, questo nero resterà alle nostre spalle come parte della nostra storia e della nostra esperienza. E come una delle componenti del futuro di cui stiamo parlando. Il futuro anche il più roseo sarà seguito da questo buio, dalla sua presenza. Bisogna essere pronti. Finendo, la guerra di solito non finisce. È molto importante capire che con i suoi fantasmi e con le sue ombre dovremo fare i conti ancora per molto tempo. Questo richiederà un grande lavoro sulla memoria e richiede già oggi un grande lavoro sull’immaginazione. Immaginando il futuro, si vorrebbe immaginarlo perfetto. Ma la storia mostra che perfetto per noi di solito è il nostro passato che tendiamo a idealizzare. E cosa succede allora con il futuro? Nel nostro caso, il futuro postbellico. (…) Com’era prima non sarà più. Sarà diverso. Questo non significa che il futuro non sarà buono, potrebbe essere buono, potrebbe essere felice. Ma non andrà paragonato a ciò che era. Il nostro passato è stato irreversibilmente e categoricamente distrutto da questa guerra”.

Le guerre che i criminali del mondo stanno combattendo e che devastano terra e cielo e il mondo dei bambini (affamati, bombardati, uccisi nele scuole e negli ospedali, vicende che aprono uno scenario orrendo sul cui sfondo appaiono le figure di ricchi, ignobili pedofili) e che offendono la vita di tutti gli uomini nell’era della globalizzazione, ledono la comune dignità e creano un’immane sofferenza in tutti gli uomini. Il pianeta stesso ne risente, generando un clima ostile alla vita e fenomeni atmosferici eccezionali.

Dopo questi efferati crimini, nulla sarà come prima e il futuro ne risentirà. Ciò in cui non si potrà più credere sarà la fiducia nell’uomo stesso, incapace di smettere di essere spudoratamente assassino, crudele, violento nei confronti dei propri simili e dei più innocenti. Il futuro sarà consapevole che si vive tra creature odiose e pericolose, ci si aggirerà nel futuro non guardando al passato, ma proteggendo le proprie spalle. Non si avranno più speranza, né fede. Il futuro potrà essere migliore se l’uomo avrà la forza di condannare la tendenza alla crudeltà, la predisposizione all’aggressione, se recherà sulle proprie spalle la vergogna dell’essere tale, dell’essere erede di un passato oscuro in cui ognuno ha vestito gli abiti del criminale più spietato.

Da parte di 124 poeti, il tentativo di rivolgersi agli uomini di buona volontà, in un’antologoia “Non nel nostro nome. Cento poeti in difesa della dignità umana” (a cura di Massimo Pamio e di Adam Vaccaro, Edizioni Mondo Nuovo), un libro che, come scrive Nadia Cavalera, “non è un’antologia a tema:è un atto. È la decisione di non lasciare che la lingua pubblica — quella dei comunicati, delle giustificazioni, dei distinguo, dei “forse” — continui a passare come innocente. Qui la poesia si mette in mezzo, non per decorare la storia, ma per contraddirla, per incrinare la sua superficie liscia. E lo fa nel punto più scoperto: la dignità. Di che parla, dunque? Parla della disumanizzazione come tecnica moderna. Non solo delle bombe, ma dei dispositivi che rendono le bombe accettabili: l’abitudine, la neutralità, l’assuefazione, la parola addomesticata. La poesia, qui, registra che si uccide anche senza sparare. Qui la poesia arriva a una consapevolezza che sento mia e che, non a caso, ho formulato anche altrove: non si uccide solo col fuoco, ma togliendo il nome a chi soffre. È una verità che attraversa molti testi di questa raccolta: la violenza non è soltanto l’ordigno, ma il modo in cui viene raccontata, attenuata, normalizzata. Quando “difesa” significa sterminio, quando la parola diventa anestetico, siamo già dentro una grammatica criminale”.

La dignità che si chiede a chi assiste impotente agli orrori perpetrati contro l’umanità, quella di non restare in silenzio. Di scendere in strada, di esprimere in qualsiasi modo, purché sia pacifico, il proprio dissenso. Con la copertina di un grandissimo maestro dell’arte postfigurativa italiana, Enrico Robusti, nel testo citato compaiono molti poeti meridionali spesso tenuti fuori dalle raccolte collettive, contributi saggistici del professor Lorenzo Perilli, di Elio Pecora, dei curatori e poi, tanti nomi  di valore della poesia italiana, Allegrini, Alleva, Alvino, Angiuli, Attanasio, Azzola, Baroni M. C., Baroni S., Bertoni, Bisutti, Cabianca, Calista, Campi, Candiani, Caniato, Cannillo, Cantelmo, Carle, Carpi, Carrera, Cavalera, Cavalli, Cavicchia, Cellotto, Cinà, Coco, Cohen, Conte G., Conte V., Curci, D’Agostino, Daino, Dalessandro, D’Alonzo, Damaggio, Davoli, De Girolamo, Demi, De Napoli, De Santis, Di Cicco, Di Domenico, Di Gregorio, Di Lisio, Di Mineo, Di Pietro, Doria, Farina, Ferramosca, Ferraresso, Ferrari, Fo, Franzin, Frisa, Gabotto, Gabriele, Gaccione, Gallo, Galzio, Gera, Ghenzovich, Giancarli, Granatiero, Guarracino, Guidetti, Guzzi, Iacovella, Ingranata, Jatosti, Langella, Lombardo, Macario, Macciò, Maffia, Magrelli, Mangili, Marciani, Marianacci, Mastropasqua, Mastropirro, Mazzarella, Memmo, Minore, Moio, Mori, Oldani, Pacilio, Palladini, Panetta, Parrelli, Passarello, Pecchiari, Pecora, Perilli, Piccoli, Piccolo, Pozzoni, Prinzhofer, Quintavalla, Raimondi, Ravizza, Rizzi, Rosato, Rossani, Ruffilli, Sassetto, Segneri, Sella, Sibilio, Sica, Simeone, Sinicco, Šmitran, Spagnuolo, Tabellione, Tamburini, Tarozzi, Tognolini, Tonelli, Veronesi, Vitagliano, Vitale, Voce. Ciascun poeta ha esposto la drammaticità del tempo attuale e immaginato la dignità a suo modo. Bruno Tognolini invita tutti a tornare alla gentilezza e al riso: “Siate gentili, tornate umani. /Parlate piano, ridete molto. /Accarezzate con le stesse mani /l’anima e il volto. /Siate le rondini, volate alto.” Per l’essere umano, cercare di partecipare alla creazione del mondo ponendosi sullo stesso piano delle piante e degli animali, nel pieno rispetto di tutte le creature, potrebbe significare l’acquisto di una nuova dignità.

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