Italia
Referendum, hanno vinto (solo) i giudici
La Meloni subisce il primo smacco, ma l’opposizione ha poco da scialare: si è presentata divisa, non ha un progetto politico e ora entra nel tritacarne di alleanze e leadership. Gli unici a poter festeggiare, persino intonando Bella Ciao, sono i giudici.
La vittoria del NO al referendum sulla giustizia per il governo Meloni è uno smacco che conferma come, a dispetto del celebre motto andreottiano, il potere, almeno quello esecutivo, logori eccome chi ce l’ha. Per l’opposizione non è nulla più che una boccata d’ossigeno. Ma partiamo dai dati.
Le analisi del Cattaneo e del CISE Luiss
Le prime analisi provenienti da fonti autorevoli, una dell’Istituto Cattaneo e una del CISE Luiss, confermano che uno dei fattori decisivi è stata la propensione a disertare le urne da parte degli elettori del centrodestra (il Cattaneo considera chi nel 2022 aveva votato per uno degli schieramenti). Infatti, mentre chi alle politiche aveva votato centrosinistra è tornato alle urne al gran completo, il tasso di defezione a destra e tra i cinque stelle è stato elevato (in ambo i casi sfiora il 15%, ma tra gli elettori del M5S, rispetto alle europee e alle regionali, si registra un significativo ritorno alle urne). Inoltre, rileva il Cattaneo, sul risultato ha influito anche chi ha scelto di votare in modo difforme rispetto alle indicazioni del suo partito. La combinazione di questi due fattori ha fatto sì che tutti e 100 gli elettori di centrosinistra (PD, AVS, +Europa) del 2022 abbiano votato anche al referendum: 93 per il no e 7 per il sì (per l’area Picierno-Fassino un magro bottino). Mentre su 100 elettori del M5S 14 si sono astenuti, 84 hanno votato no e 3 sì e su 100 del centrodestra 13 si sono astenuti, 8 hanno votato no e 79 sì. Infine tra i fan di Renzi e Calenda (il primo aveva lasciato libertà di coscienza, il secondo era schierato col sì) 2 si sono astenuti 35 hanno votato no e 63 sì.
La distribuzione del voto per classi demografiche e socio-economiche secondo il CESI indica una minore propensione al sì tra i più giovani e i più anziani. Il sì avrebbe più consensi nell’elettorato di mezza età e sarebbe maggioritario fra casalinghi/e (60,2%) e operai (52,9%), mentre borghesia e professioni, così come il ceto medio impiegatizio, propenderebbero per il No, che avrebbe sfondato tra studenti (73,7%) e pensionati (64,5%). Usiamo il condizionale perché si tratta sempre di percentuali sul numero dei votanti. In altre parole in base ai dati possiamo dire che il no ha prevalso tra i giovani che sono andati a votare e il sì tra i lavoratori che sono andati a votare. Ma quanti giovani e quanti lavoratori siano andati a votare non lo sappiamo e dunque ci troviamo a giudicare una frazione di cui conosciamo il numeratore ma non il denominatore. I dati sull’affluenza ci sembrano confermare la tendenza dei proletari a non partecipare al voto. A Roma l’affluenza ha sfiorato il 73% nel Municipio II (Parioli, Quartiere Trieste, Salario, Pinciano), il dato più basso, il 52%, si è registrato al VI (Tor Bella Monaca, Torre Angela, Borghesiana, Giardinetti). A prima vista i dati di altre città sembrano confermare il trend.
Meloni come Renzi
Il centrodestra ha pagato un fisiologico logoramento, ma ci ha messo del suo, gestendo la campagna referendaria nel peggior modo possibile. La Meloni inizialmente aveva cercato di prenderla bassa, consapevole che quanto più il dibattito si politicizzava e di concentrava su di lei, tanto più rischiava di far la fine di Renzi. E non a caso aveva anticipato che lei in ogni caso non si sarebbe dimessa. Ma il meccanismo che regola la politica ipermediatizzata, in cui anche un ignoto deputato sparandola grossa può guadagnarsi l’onore delle cronache per un giorno, e l’incapacità di partiti ormai di plastica di contenere queste dinamiche, sono prevalsi, trasformando la campagna referendaria in una maionese impazzita e costringendo la Giorgia nazionale a prendere in mano la scomoda bandiera della guerra ai giudici. La reazione alla batosta, con la defenestrazione di Delmastro, Bartolozzi, Santanchè e Gasparri è un modo per scaricare le responsabilità dello stato maggiore su un pugno di colonnelli, ma soprattutto un segno di debolezza. È chiaro a tutti, infatti, che se il sì avesse vinto, sarebbero ancora tutti al loro posto.
Il successo ringalluzzisce l’opposizione, che però ha poco da scialare. In primo luogo perché se il suo elettorato del 2022 (quando perse le elezioni) si è dimostrato compatto, tutt’altro, ancora una volta, hanno fatto i dirigenti. Un pezzo del PD ha fatto campagna per il sì, così come Calenda, mentre Renzi, ancora una volta il più furbo di tutti, si è defilato. E sono tutti e tre pezzi di cui l’opposizione non potrà fare a meno, perché i dati del Cattaneo mostrano che, anche ammesso che tutti quelli che hanno votato no al referendum votino il campo largo alle politiche, la vittoria non sarebbe scontata. In secondo luogo perché il campo largo è un blocco il cui programma politico è sintetizzabile in un punto: andare al governo a qualunque costo. E non ha neanche una strategia per realizzarlo. A un giornalista che lunedì sera gli chiedeva i prossimi passi dell’opposizione Fratoianni ha riposto smarrito “Ora bisognerà applicare la Costituzione”. Conte ha rilanciato sulle primarie. La Schlein oggi pare d’accordo, domani chissà. Azione ha subito declinato. AVS e +Europa frenano. La candidata in pectore di Renzi, Silvia Salis, ha detto che continuerà a fare la sindaca di Genova e ha aggiunto che è contraria alle primarie (il che fa pensare che se non ci fossero potrebbe ripensarci). E poi c’è anche il candidato perfetto per perdere, Ernesto Maria Ruffini, ex direttore dell’Agenzia delle Entrate, in Italia un titolo di sicuro appeal elettorale.
I veri vincitori, i giudici
Gli unici vincitori nel braccio di ferro con la politica sembrano essere i giudici e le dimissioni di Delmastro&c ne sono la miglior conferma. Se per l’italiano medio non cambierà nulla, i giudici ottengono un riconoscimento del ruolo politico esercitato attraverso la retorica della moralizzazione, quello che la destra da trent’anni tenta di negare alla magistratura e che la “sinistra” fa finta di ignorare. Nel vuoto sempre più profondo lasciato da partiti mai così screditati i giudici (così come, a loro modo, i giornalisti) continueranno a esercitare indisturbati un ruolo di supplenza politica e al contempo di tutela giuridica della borghesia italiana nel suo complesso, non solo dei settori vicini a chi governa (come si è lasciato sfuggire candidamente Nordio). Potranno continuare a prendere le decisioni che la politica non può o non vuol prendere, a fare nelle aule di tribunale quel tanto di opposizione che l’opposizione non ha il coraggio di fare nelle aule del Parlamento, talora a mettere alle strette qualche politico, pur preservando un sistema giudiziario che condanna i ladri di polli e risparmia guerrafondai e criminali finanziari. Infine i giudici si sono assicurati contro l’eventualità che una volta al governo anche il campo largo si faccia venire il ghiribizzo di limare loro le unghie. E per questo festeggiano, anche con qualche eccesso. Vedendo i giudici napoletani che cantano Bella Ciao un compagno della nostra redazione commentava giustamente che neanche Luis Buñuel avrebbe osato tanto.
Infine nel “popolo di sinistra”, a differenza delle manifestazioni dell’autunno su Gaza, che con tutti i loro limiti avevano messo al centro la forza delle piazze, il referendum rinfocolerà l’illusione di poter cambiare le cose vincendo le prossime elezioni e mandando i propri campioni in Parlamento. Rafforzerà una narrazione che vede la destra, appunto, come l’unica minaccia, e si pasce di miti come l’ “indipendenza della magistratura”, la “Costituzione salvata” e la “legalità”, salvifico rimedio a ogni male (inclusa la guerra). Miti a cui ormai credono solo una minoranza che ci campa e molti che invece sono solo troppo scoraggiati per intravvedere un’alternativa. Nei prossimi mesi nel mondo si continuerà a morire sotto le bombe e la guerra varcherà i nostri confini innanzitutto sotto forma di inflazione e tagli alla spesa sociale (il miliardo tolto all’edilizia popolare pochi giorni fa per la guerra con l’Iran insegna). Il No non cambierà di una virgola la nostra disgraziata traiettoria e vincitori e vinti saranno ancor più solidali nel preparare i giovani, oggi sugli scudi, all’idea di scavarsi una trincea in cui crepare. Al posto di Del Mastro e Bartolozzi ci saranno due personaggi meno loschi che faranno le stesse cose con più garbo istituzionale. Al posto di Gasparri c’è Stefania Craxi. Chi ruba un pezzo di gruviera al supermercato continuerà a essere condannato, chi ruba un flacone di Chanel a Fiumicino se la caverà con un’ammenda (soprattutto se è un ex ministro della giustizia), mentre quei rari giudici che provano a colpire i grandi crimini finanziari saranno ancor più isolati, perché a vincere non sono certo stati loro (a Napoli, ad esempio, dove c’è Gratteri, pare che nella logistica sfruttamento, caporalato ed evasione non esistano). Infine chi oggi pensa di aver vinto, di fronte a questi esiti, avrà un’altra occasione per rompere una volta per tutte con una politica che a quelli come lui non riserva nulla di buono, anzi.
L’articolo è tratto dalla newsletter di PuntoCritico.info del 27 marzo.
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