Giornalismo
Per chi cade la Corona
Ma non è vero che quella storia di Signorini, che sparisce universalmente dagli schermi, sia una commedia. Tragedia classica, signori: Edipo spostati, Amleto siediti.
La ferocissima requisitoria di Fabrizio Corona non ha risparmiato bassezza alcuna al povero Alfonso Signorini, le cui conversazioni più intime si sono riversate come il veleno di una vendetta nei rivoli dei torrenti dei social. Ora che l’acqua si rischiara, però, tra chi ha letto e chi ha scritto si dica una parola di tregua o di vergogna; perché se bisognava fissare un limite, direi che stavolta l’abbiamo trovato.
Altro che: “Signorini, il catalogo è questo!”. Qui di operistico c’è ben poco.
L’accanimento del “Fabrizio nazionale” ha un qualcosa di edipico nel suo livore e di amletico nella sua avventatezza. A ben guardare — per fare i giochi dello psicologo dell’ASL — ci si accorge che le frecciate di Corona su Mediaset partono da un torto che ha atteso una vita per reclamare riparo: la vita è quella di Fabrizio Corona. Il torto che suo padre Vittorio subì dall’azienda — che non fece mai nascere il suo telegiornale e ne ostacolò in ogni modo lo sviluppo, quasi strangolando in culla il suo Studio Aperto, sgradito al Cavaliere — parrebbe essere il pulpito da cui lanciare invettive indiscriminate verso l’azienda e i suoi capitani.
Il filo del risentimento si dipana a doppia elica tra un padre che mancò all’alba della prima carcerazione del figlio, il quale appariva negare in ogni modo quei valori che Vittorio portava e che il figlio pareva calpestare. Belén al posto di Falcone: quella sottile colpevolezza che le “teste pensanti” provavano verso la democratizzazione del lusso negli anni Ottanta era un argine che il figlio avrebbe rotto, non per allagare un sentire comune con una pausa o un dubbio, ma per deviare il fiume morale.
Ma cosa c’entra questo con Signorini? Quasi niente.
E oggi, che di quel nuovo corso sono stati protagonisti entrambi i duellanti, si direbbe che entrambi ne siano stati travolti. Il nuovo corso del fiume morale impone una sovraesposizione che morde inevitabilmente il corpo della vita: quella di Corona, esibita prima che documentata, e quella di Signorini, trafugata prima che processata. Che uno sia costretto sempre a comparire e l’altro inevitabilmente a sparire è già una sentenza.
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